“Quanti anni deve vivere un uomo prima che gli sia concesso di essere libero, quante volte può un uomo voltare la faccia e fingere di non aver visto… La risposta, amico, è dispersa nel vento” - Bob Dylan – “Blowing in the wind”
HomeFirmeAsini e curnuti o... yes, we can (not)!

Asini e curnuti o… yes, we can (not)!

di Valentina Mallamaci* – C’era una volta la politica che argomentava. Poi è arrivata quella che convince. Adesso, a Reggio, siamo arrivati a quella che sbeffeggia, e il guaio è che funziona. Queste suppletive servono ad assegnare un seggio alla Camera per neanche un anno di mandato. Potevano essere una piccola elezione con una grande occasione: dire alla città dove la si vuole portare. Sono diventate un’altra cosa. Due piazze del centrodestra si sono date del somaro a vicenda. Nel frattempo, il centrosinistra ha parlato così piano che nessuno se n’è accorto. E una città intera ha assistito come si assiste a una rissa al bar: divertita ma convinta che la cosa non la riguardi più di tanto. Ma la riguarda eccome.

Mercoledì il generale Vannacci è salito sul palco di piazza Duomo chiedendo ai reggini di non farsi trattare da asini e parlando di carote e deleghe. Poi si è travestito da Ponzio Pilato e ha chiesto alla folla di scegliere tra Reggio e Barabba. Forse non ricordava che nel Vangelo la folla sceglie Barabba, e che chi pone la domanda si lava le mani. Sotto il palco molti ridevano, applaudivano e filmavano, orgogliosi di esserci.

Il sindaco ha replicato con “cento milioni” di annunci! Poi qualche lezione di oratoria a chi aveva letto il discorso, dimenticando quando a leggere sono i suoi, condita di tanto dialetto – che per carità piace a tutti, un po’ come le fritture, ma a tavola non in un comizio per un posto in Parlamento con reel che diventano discutibilmente virali – e vari luoghi comuni acchiappa-consensi o altre battute anche personali sull’avversario di centro-sinistra. Ha spiegato anche che il candidato, dopo il voto, in città non lo si vedrà più, perché sarà come un assessore esterno a Roma.

Il candidato era Fabio Roscioli, ma la campagna è stata di Francesco Cannizzaro. “Chi vota Roscioli vota per il sindaco e la sua nuova amministrazione”, ci siamo sentiti dire a più riprese. È un’ammissione, prima ancora che uno slogan. Se per vincere bisogna chiedere agli elettori di votare un nome pensando ad un altro, è perché si è consapevoli che il nome sulla scheda, da solo, non avrebbe retto. Non per demerito, ma perché qui nessuno lo conosceva. Un’elezione parlamentare è diventata così la rincorsa ad un plebiscito bis su un sindaco eletto quattro mesi fa. Si è giocato con le regole di Monopoli e il tono del mercante in fiera, dove vince chi la spara più grossa!

Ma se si tratta di un seggio per neanche un anno, perché tanto accanimento? In questi giorni la parola più usata per queste suppletive è stata “laboratorio” e bisognerebbe ricordare cosa succede nei laboratori: qualcuno osserva, l’altro viene osservato. Allora viene il dubbio che dietro una campagna così accorata ci sia più che altro un esame da superare davanti ai vertici del partito. Bisogna dimostrare di saper portare voti, di tenere saldo il territorio, di meritarsi il prossimo gradino? Se così fosse, Reggio più che la protagonista di questa elezione sarebbe la cavia!

Ma i laboratori servono anche a verificare ipotesi, perciò domenica la città può smentire quella che sembra averli ispirati tutti… che Reggio si possa contare senza doverla convincere.

Cento milioni per il porto. Benissimo, ma non fermiamoci alla superfice. Con quali tempi, per quali opere, e a quale prezzo in termini di vincoli, cofinanziamenti o priorità sacrificate altrove?

La competenza si misura in atti, delibere, cantieri chiusi in modo conforme e bilanci leggibili, non negli applausi. Quattro mesi sono pochi per giudicare i risultati ma sono abbastanza per chiedere di vedere il metodo. E una città governata bene non ha paura di farsi guardare. Invece, giusto per citare un esempio, le sedute delle commissioni comunali, dove le decisioni si preparano davvero, lontano dai palchi, non vengono più trasmesse online. Ci saranno problemi tecnici all’impianto, per carità. Ma siamo nel 2026 e uno smartphone, una piattaforma gratuita e un minimo di volontà basterebbero a risolverli. Il punto è proprio questo: bisogna volerlo, magari con la stessa cura quotidiana messa nel resto della comunicazione in uscita!

Sull’altro fronte abbiamo un centrosinistra che ha scelto i toni bassi e il garbo va riconosciuto ma non basta. È poco più del requisito minimo di una sana campagna elettorale che però risulta svuotata di tutto il resto. Il candidato si fa chiamare Frank, un richiamo americano alquanto improbabile per un collegio che va da Scilla alla Locride. Il suo centrosinistra non ha incalzato nessuno come spetterebbe per mestiere ad un’opposizione. Nessuno pretendeva programmi quinquennali per un mandato che finirà prima di cominciare davvero ma si poteva dire quale idea di Reggio si vuole portare a Roma e su quali dossier ci si vuole spendere: la sanità che costringe a partire, le infrastrutture annunciate da decenni, l’università che forma ragazzi destinati ad andarsene, alzando a gran voce il livello del discorso pubblico. Invece ha lasciato il campo agli altri, di nuovo. Il risultato è un dibattito ridotto a un problema di anagrafe, chi è nato dove, chi può parlare di cosa. Nessuno dei candidati andrà a Montecitorio per rappresentare il proprio certificato di nascita. Ci andrà per votare leggi, presentare i tanto cari emendamenti, ma nessuno ha chiesto a nessuno come intenda farlo!

Allora il problema siamo anche noi ora. È una città che ride invece di offendersi, che si accontenta dell’annuncio, che confonde chi urla con chi sa. E ciò che preoccupa ancor di più sono due immagini di giovani: quelli che applaudivano gli insulti e quelli che non si sono visti per niente, sono due facce della stessa sconfitta. Sono due modi diversi di perdere la stessa generazione. La prima impara che fare politica significa urlare, la seconda che non vale la pena provarci.

Una città che educa così le sue nuove generazioni non ha un problema elettorale. Ha un problema di classe dirigente, che viene prima delle urne e durerà molto più a lungo di un seggio in scadenza. E il vero voto lo daranno, invece, i giovani che nei prossimi cinque anni decideranno se restare e che cosa pretendere da chi li governa.

Svegliati, Reggio. Non per votare questo o quello: il voto è libero e tale deve restare. Svegliati per pretendere. Pretendi che ogni promessa arrivi con un come, un quando e un quanto. Pretendi di vedere le commissioni, i conti e le decisioni, non soltanto i palchi. Pretendi che chi ti chiede fiducia ti tratti da adulta, non da platea da scaldare. Chi governa bene non ha bisogno di controllare il racconto: lascia parlare i fatti e lascia che i cittadini li giudichino.

Domenica si sceglie un deputato e si sceglie anche se applaudire passivamente o domandare. A furia di sentirci chiamare asini, rischiamo di diventarlo sul serio: non per ignoranza, ma per rassegnazione.

*Giovane ricercatrice e imprenditrice reggina

Articoli Correlati