di Alfredo Muscatello – Ho finalmente finito di vedere Le vite degli altri. Finito perché avevo cominciato un’altra notte, poi il matrimonio da scattare del giorno dopo aveva avuto la meglio e l’avevo lasciato lì, a metà. Ieri sera l’ho ripreso. E forse è stato meglio così.
Ci sono film che cominciano a lavorarti dentro piano piano… Le vite degli altri mi ha lasciato soprattutto un pensiero apparentemente semplice, cosa può succedere a un uomo quando lascia entrare davvero nella propria vita la cultura, l’arte, persino la vita di qualcun altro.
C’è un equivoco quando parliamo di cultura, pensiamo quasi sempre che serva ad arricchire l’animo umano ed è vero. Leggere un libro, conoscere un quadro, ascoltare della musica rende più vasta la nostra vita interiore.
Ma forse è ancora troppo poco. La cultura non arricchisce soltanto ciò che abbiamo dentro, aumenta le possibilità che qualcosa accada fuori. Stasera ad Otto e mezzo, Aldo Cazzullo presentava il suo nuovo libro sul Rinascimento italiano e a un certo punto il discorso è arrivato all’Umanesimo, a quel momento straordinario nel quale l’uomo torna al centro del mondo e comincia a considerare sé stesso non soltanto come parte di una gerarchia stabilita, ma come individuo dotato di dignità, intelligenza, curiosità, capacità di determinare il proprio destino.
Naturalmente la storia è più complicata. Il Medioevo non è stato soltanto un millennio buio e gretto e il Rinascimento non è stato improvvisamente il regno della libertà. È pieno anch’esso di guerre, sopraffazioni e disuguaglianze ma forse proprio per questo quel passaggio è ancora più interessante.
Perché la cultura non elimina la ferocia dell’uomo, le mette accanto una possibilità.
Michelangelo non impedisce le guerre. Leonardo non cancella la violenza. La poesia non rende automaticamente buoni.
Esiste l’idea che l’uomo possa elevarsi dalla condizione che ha ricevuto. Che possa conoscere, dubitare, costruire qualcosa che sopravviva alla propria piccola esistenza.
Da cristiano questa tensione può chiamarsi santità, da uomo che guarda il mondo senza per forza bisogno di una fede può chiamarsi memoria. Entrambe contengono la stessa intuizione: non siamo obbligati a lasciare il mondo esattamente come lo abbiamo trovato.
Ed è qui che torno a Le vite degli altri. Wiesler è un uomo perfettamente funzionale al proprio mondo. Non è ignorante. Non è stupido. È addestrato, preparato, disciplinato. Sa fare magnificamente ciò che gli è stato insegnato.
Gli manca però una possibilità. Poi, attraverso una cuffia, entra nella vita di altre persone. Ascolta parole che non erano destinate a lui. L’amore, la paura, il tradimento, il dolore. Legge Brecht. Ascolta Dreyman suonare al pianoforte la Sonata per un uomo buono e non accade niente di spettacolare: non cade il Muro né crolla il regime.
Cambia un uomo!
Ed essendo cambiato quell’uomo, cambia qualcosa intorno a lui. È questo forse il potere più concreto della cultura. Non renderci necessariamente migliori, la storia è piena di uomini colti capaci delle peggiori atrocità, ma renderci meno inevitabili. Inserire una deviazione là dove sembrava esserci una sola strada.
Wiesler avrebbe dovuto denunciare… Può non farlo.
Avrebbe dovuto obbedire… Può scegliere.
Avrebbe dovuto restare ciò che era… Può diventare altro.
Allora forse la cultura è proprio questo, un antidoto all’aridità del mondo. Non perché riempia gli scaffali di libri o ci permetta di citare qualcuno durante una cena. Quella può essere persino un’altra forma di vanità.
La cultura serve quando produce possibilità.
Quando davanti a qualcosa che abbiamo sempre considerato ovvio introduce un dubbio. Quando davanti a una persona che avevamo già classificato ci costringe a guardare ancora. Quando una poesia trova le parole per qualcosa che sentivamo ma non sapevamo nominare. Quando una musica entra nella stanza di un uomo e rende improvvisamente più difficile per lui continuare a essere quello che era.
Forse è per questo che ogni potere veramente autoritario ha sempre avuto un rapporto complicato con la cultura.
Perché il contrario della cultura non è l’ignoranza ma l’inevitabilità. L’idea che il mondo sia questo, che gli uomini siano questi, che le cose siano sempre andate così e che dunque continueranno ad andare così.
La cultura introduce una frase piccolissima e pericolosissima, potrebbe essere altrimenti. Magari un libro non cambierà il mondo ma può cambiare un uomo e un uomo cambiato rende possibile qualcosa che un minuto prima non lo era. Occuparsi del mondo
Ma per immaginare che il mondo possa essere altrimenti bisogna conservare abbastanza energia per immaginarlo.
Oggi ne parlavo con il mio amico Nino Durante. Mi raccontava della sua decisione di non voler più conoscere, come faceva prima, ogni movimento della politica italiana, ogni dichiarazione, ogni polemica, ogni cambiamento suscettibile al prossimo cambio di vento.
Mi ha detto, più o meno: mi porta via energia.
All’inizio mi è sembrata quasi una resa. Poi ci ho pensato.
Forse abbiamo confuso l’occuparsi di politica con l’essere costantemente informati sulla politica. E non sono necessariamente la stessa cosa.
Sapere cosa ha dichiarato stamattina un ministro, cosa gli ha risposto un segretario nel pomeriggio e cosa ne penserà questa sera un opinionista può renderci informatissimi senza renderci di un millimetro più capaci di comprendere il mondo.
Anzi, qualche volta accade il contrario.
La politica diventa rumore, una specie di campionato senza domenica: dichiarazioni, reazioni, sondaggi, retroscena, maggioranza, opposizione, crisi, ripartenza. Cambiano i protagonisti ma la struttura della conversazione rimane quella del bar.
Chi scrive sui muri, chi reagisce d’istinto, chi ha perso, chi ha vinto…
Ed è curioso, perché la politica dovrebbe essere esattamente il contrario.
Dovrebbe essere una delle forme più alte attraverso le quali ci occupiamo della vita degli altri.
Studiare una legge significa chiedersi cosa accadrà nella vita di qualcuno. Denunciare un’ingiustizia significa decidere che il dolore di uno sconosciuto ci riguarda. Conoscere la storia significa provare a capire perché siamo arrivati fin qui.
Discutere di scuola, lavoro, migrazioni, città, ambiente significa esercitare una facoltà straordinariamente umana, quella di immaginare una società che ancora non esiste.
Anche questa è cultura ma smette di esserlo nel momento in cui diventa indottrinamento.
L’indottrinamento parte dalla risposta e cerca nel mondo soltanto le prove necessarie a confermarla. La cultura dovrebbe fare il percorso contrario, partire dal mondo e accettare persino il rischio che ciò che incontriamo modifichi quello che pensavamo.
È ancora Wiesler.
All’inizio ascolta Dreyman per trovare la prova della sua colpevolezza. Poi continua ad ascoltarlo e accade la cosa più pericolosa che possa accadere a chi possiede già tutte le risposte, comincia ad avere delle domande.
Forse è questa la differenza tra propaganda e cultura: la prima vuole lasciarti esattamente dove sei, soltanto più convinto, la cultura invece dovrebbe spostarti, anche di poco o controvoglia.
Pensando alla conversazione con Nino mi sono chiesto allora se sottrarsi, qualche volta, al rumore non significhi necessariamente disinteressarsi del mondo.
Potrebbe significare voler tornare a guardarlo.
Io sono fotografo. Per molti anni il mio modo di capire le cose è stato uscire. Camminare la notte, guardare le persone, aspettare che qualcosa accadesse. Tornare nello stesso posto perché la prima volta non avevo capito abbastanza.
La fotografia mi ha insegnato una cosa elementare e cioè prima di raccontare il mondo bisogna guardarlo.
E guardare richiede tempo. Richiede silenzio. Soprattutto richiede di non sapere già cosa troverai.
Da qualche tempo mi capita di provare a raccontare seduto davanti a uno schermo. Scrivo. Leggo. Metto insieme pensieri, notizie, storia. È ancora un modo di guardare, probabilmente quello che oggi mi viene più naturale, ma sento che mi manca l’altro.
Vorrei tornare a fotografare la notte come facevo una volta. Penso a Larry Fink e a Social Graces, al suo entrare in mondi diversissimi lasciando che fossero le vite degli altri a contaminare il suo sguardo. Feste dell’alta società e famiglie della Pennsylvania, corpi, gesti, distanze sociali. Fink non sembra voler dimostrare qualcosa prima di guardare. Sta abbastanza vicino perché qualcosa gli accada. Prima che il cinema lo raccontasse con Wiesler, fotograficamente Fink aveva intuito la stessa cosa, osservare davvero significa accettare di uscirne diversi. A ottobre vorrei riprendere i corsi, tornare alla fotografia più semplice, quella che mi costringeva a immaginare la fotografia successiva prima ancora di averla scattata.
Forse le due cose non sono poi così lontane. Scrivere, fotografare, studiare, denunciare. Sono modi diversi di prestare attenzione e forse occuparsi di politica dovrebbe significare innanzitutto questo: prestare attenzione. Non sapere già tutto. Non avere un’opinione pronta su tutto, né trasformare ogni avvenimento nell’ennesima occasione per dimostrare che avevamo ragione.
Prestare attenzione perché c’è una differenza enorme tra consumare il mondo e osservarlo.
Possiamo passare cinque ore al giorno leggendo notizie e non aver guardato davvero niente. Oppure possiamo fermarci davanti a una persona, una strada, una fotografia, una frase e accorgerci improvvisamente che qualcosa non torna.
Da lì può nascere una fotografia. Può nascere un articolo. Qualche volta una denuncia. Qualche volta semplicemente una domanda.
Ed è già politica! Nino non mi stava dicendo che non vuole più occuparsi del mondo ma che non vuole permettere al rumore del mondo di consumare tutta l’energia necessaria per viverlo, questa distinzione mi è rimasta addosso.
Perché se la cultura deve aumentare le nostre possibilità, allora dovrebbe valere anche per la politica.
Dovremmo uscirne con più strumenti per guardare e non con meno energia per farlo.
