di Alfredo Muscatello – Oggi, tra un tetto da riparare e un lavoro da consegnare, apprendo in auto dalla radio una notizia. È una mossa da giocatrice di scacchi, è stato quello il momento preciso in cui si è infiammata la rabbia. L’ennesima uscita di Giorgia Meloni, pronunciata con quel tono rassicurante da signora di provincia, da caciottara, verrebbe da dire, che sembra stia spiegando come riconoscere le mozzarelle buone e invece sta parlando di quanti bambini stranieri possano stare in una classe… A me riesce difficile considerarla un’uscita casuale o un ordine di programma. Perché mentre Vannacci cresce battendo ossessivamente sul confine tra “noi” e “loro”, Meloni sceglie proprio quel terreno. Sarà una coincidenza? In politica le coincidenze hanno spesso un ufficio stampa.
Per fortuna poi arriva Mattarella.
Non alza la voce, non cerca lo slogan, non nomina nemmeno Meloni. Fa una cosa molto più semplice: ricorda l’articolo 34 della Costituzione. «La scuola è aperta a tutti».
Riprendo a respirare e lì mi è tornato in mente Io speriamo che me la cavo. È qualcosa di profondo, fa parte della mia formazione. Ci sono cose che impariamo da piccoli e poi dimentichiamo di sapere, mettono radici e quando da adulti proviamo a capire il mondo, spesso ragioniamo ancora attraverso quelle cose lì.
Il cinema sa fare questo. Persino una commedia. Non ti apre gli occhi una volta sola, ti costruisce, poco alla volta, l’occhio con cui guarderai tutto il resto.
Dietro la leggerezza pesantissima dei temi raccolti dal maestro elementare Marcello D’Orta e dalla indiscutibile attenzione politica e sociale raccontata anche attraverso l’ironia della Wertmüller, Io speriamo che me la cavo raccontava una cosa terribilmente seria: una scuola può essere un edificio piantato in mezzo a un territorio senza conoscerlo, oppure può diventare il posto in cui quel territorio, almeno per qualche ora al giorno, prova a ricomporsi.
Nel film il maestro Sperelli arrives in un mondo che non conosce. Avrebbe potuto guardarlo da lontano. Catalogarlo. Dividere i bambini tra quelli facili e quelli difficili, quelli che capiscono e quelli che rallentano, quelli che sarebbe meglio avere in classe e quelli che sarebbe meglio mettere altrove. Invece fa il contrario. Entra, prova a capire e soprattutto rimane. Non funziona perché quei bambini, improvvisamente, diventano tutti uguali, ma perché qualcuno capisce che le loro differenze non sono il problema da eliminare, mettere all’indice o percentualizzare, ma sono il punto da cui cominciare.
Forse dovremmo ricominciare proprio da lì.
Gli alunni con cittadinanza non italiana sono circa 930 mila, l’11,6 per cento della popolazione scolastica. In serata ad Otto e mezzo, la Gruber parla di un dato logico che appartiene al ragionamento: quasi due su tre sono nati in Italia. Nati qui… Hanno imparato a camminare qui, probabilmente litigano in italiano, sognano in italiano e magari conoscono la città in cui vivono meglio di tanti adulti italianissimi.
Però, statisticamente, continuiamo a chiamarli stranieri.
Ed è qui che il discorso comincia a diventare interessante e anche pericoloso. Perché se il problema è che un bambino non conosce l’italiano, allora il problema è linguistico. Se una classe è troppo complessa, il problema è didattico. Se una scuola si trova in un quartiere difficile, il problema è sociale.
Sono problemi veri. Serissimi.
E ai problemi veri si risponde con insegnanti, mediatori, classi sostenibili, tempo, formazione, soldi da investire. Se invece la risposta diventa la cittadinanza del bambino, allora abbiamo cambiato domanda senza accorgercene. Ed è rischioso oltre che, secondo me, anacronistico.
Non stiamo più discutendo soltanto di scuola, ma cominciando a discutere di chi è “noi” e di chi è “loro”, come dice Vannacci, e Giorgia lo sa… È questo il punto sul quale bisognerebbe essere tremendamente vigili. Perché da qualche parte, dietro parole apparentemente innocue come identità, appartenenza, italiani, stranieri, maggioranza e minoranza, torna ad affacciarsi una vecchia tentazione europea: immaginare che esista un modo giusto di appartenere e uno un po’ meno giusto. Nel frattempo continuiamo a discutere dei bambini e, curiosamente, molto meno degli insegnanti.
Se una classe è difficile, diamole più strumenti; se un bambino non parla italiano, insegniamoglielo meglio. In Olanda, come in tanti altri paesi anni luce avanti a noi in termini di diritti civili — Norvegia, Danimarca —, ne parliamo con amici che vivono lì e hanno figli: ci sono corsi anche per i genitori, non solo per i bambini, figuriamoci.
Se esistono quartieri nei quali l’integrazione è più complessa, investiamo proprio lì. Pensiamo ai quartieri dormitorio di Torino durante il boom automobilistico, quando lo straniero era il terrone: la storia ci dice già tutto…
E soprattutto investiamo sugli insegnanti, perché affidiamo loro una delle responsabilità più enormi che uno Stato possa affidare a qualcuno: prendere venti o venticinque piccoli esseri umani che arrivano da famiglie, redditi, lingue, religioni, paure e possibilità differenti e provare, ogni mattina, a farne una classe, che è già una piccola forma di Repubblica. Repubblica che però paghiamo come se fosse un hobby.
I dati OCSE dicono che gli insegnanti italiani della primaria guadagnano sensibilmente meno degli altri lavoratori con un livello di istruzione comparabile. E l’Italia destina all’istruzione circa il 4 per cento del proprio PIL, meno della media europea.
Forse, prima di stabilire quanti bambini stranieri possano stare dentro una classe, dovremmo domandarci quanto siamo disposti a mettere dentro quella classe: soldi, persone, tempo, competenze, fiducia.
C’è qualcosa di quasi comico, se non fosse piuttosto triste, in un Paese che risparmia sulla scuola e poi si stupisce quando la scuola fatica, un po’ come togliere benzina alla macchina e convocare una commissione parlamentare per capire perché si sia fermata.
Invece discutiamo di quanti stranieri possano stare in una classe: questo rovesciamento preoccupa!
Una politica scolastica può chiedersi come aumentare la capacità della scuola di includere, oppure può chiedersi quanta diversità una classe sia autorizzata a sopportare.
Sembrano due domande simili, ma non lo sono affatto.
Dietro ci sono due idee di scuola e, alla fine, due idee di Paese. Per fortuna poi arriva Mattarella e, con quella sua maniera quasi ostinatamente sobria di ricordarci le cose che dovremmo già sapere, tira fuori sei parole:
«La scuola è aperta a tutti».
Sei, cazzo! Ma forse la parola decisiva non è neppure “scuola”: è tutti. Una parola piccola e tremendamente impegnativa. Perché non significa tutti quelli che ci somigliano o tutti quelli che parlano già bene, e neppure tutti quelli che hanno il cognome giusto. Significa tutti! Quando un governo comincia a sentire il bisogno di mettere un asterisco accanto a quella parola, forse è arrivato il momento di preoccuparsi. La nostra storia ci ha già mostrato cosa succede quando la politica, invece di chiedersi come tenere insieme le differenze, comincia a spiegare ai cittadini quali differenze dovrebbero temere. Ed è curioso che, dopo ottant’anni, per ricordarcelo servano ancora un Presidente della Repubblica, sei parole della Costituzione e un vecchio film con Paolo Villaggio…
Il maestro Sperelli, in fondo, aveva già capito la soluzione: molto meno sofisticata, sicuramente più giusta. Entrava in classe, guardava quei bambini e provava a non perderne nessuno.
