Quello del sovraffollamento dei cinghiali è un problema quotidiano che ogni regione sta cercando di limitare, ma spesso con scarsi risultati. Anche in Calabria la presenza sempre più numerosa dei cinghiali continua a rappresentare una criticità non soltanto per l’agricoltura, ma anche per gli allevamenti e, con frequenza crescente, per la sicurezza nei centri abitati.
Solo alcuni mesi fa la Coldiretti aveva dichiarato: «Un flop il piano da 240mila abbattimenti della Regione Calabria, servono interventi urgenti», chiedendo un rafforzamento delle attività di controllo numerico, l’incremento dei selecontrollori e delle squadre operative autorizzate e la possibilità, per gli agricoltori, di intervenire direttamente nei propri terreni qualora in possesso delle specifiche qualifiche e autorizzazioni previste per le attività di controllo, come quella di selettore o selecontrollore.
Tra gli strumenti utilizzati per affrontare l’emergenza ci sono anche le gabbie, che secondo quanto riferito avrebbero prodotto buoni risultati. Ma per Massimo Belsito, presidente regionale dell’Associazione Rurale Calabrese, il problema deve essere affrontato soprattutto alla fonte.
Belsito invita la Regione e l’assessore all’Agricoltura ad assumere provvedimenti seri davanti a una situazione che, sostiene, è ormai diventata quotidiana. I danni riguardano le colture, ma anche i piccoli allevamenti di capre e pecore, che negli ultimi anni sarebbero stati interessati da attacchi sempre più frequenti.
E non c’è soltanto il problema delle campagne. I cinghiali sono ormai sempre più presenti nei paesi, nei centri urbani e nelle città. A Rota Greca, ad esempio, il sindaco è stato costretto a emanare un’ordinanza per vietare di dare da mangiare agli animali e di lasciare l’umido all’esterno delle abitazioni, proprio per evitare di alimentarne le incursioni.
Secondo Belsito, una delle principali cause della proliferazione sarebbe rappresentata dalle aree protette e dalle aree semi-protette, dove i cinghiali possono riprodursi senza essere sottoposti, a suo giudizio, a un adeguato controllo.
«Il problema cinghiale è la proliferazione di questa specie che viene dal continuo ed eccessivo utilizzo di zone protette», sostiene Belsito, spiegando come queste aree siano diventate, nella sua lettura, veri e propri serbatoi dai quali i cinghiali si spostano durante la notte verso i territori circostanti alla ricerca di cibo.
Da qui la richiesta di intervenire direttamente all’interno delle aree protette attraverso attività di controllo e contenimento affidate a personale qualificato, selettori, selecontrollori e squadre adeguatamente formate e autorizzate.
La proposta dell’Associazione Rurale Calabrese, però, non si limita al contenimento. Belsito indica nella creazione di una filiera delle carni di cinghiale una possibile soluzione capace di affrontare contemporaneamente il problema ambientale e quello economico.
L’idea è quella di ripristinare i vecchi macelli e costruire una filiera organizzata che possa trasformare il contenimento dei cinghiali in una possibilità di sviluppo, creando posti di lavoro e un nuovo indotto economico.
Belsito richiama, in questo senso, le esperienze già avviate in regioni come Umbria, Marche, Emilia-Romagna e Toscana, sostenendo che un sistema strutturato di questo tipo potrebbe rendere più efficace e sostenibile il controllo della popolazione.
Il ragionamento è semplice: se il contenimento deve necessariamente essere effettuato, è possibile trasformare una parte di questa attività in una filiera economica regolamentata, con controlli sanitari e procedure precise, evitando che l’abbattimento rappresenti soltanto un costo per il sistema.
Nel ragionamento di Belsito trova spazio anche la situazione degli allevatori, chiamati a fare i conti con danni che non riguardano soltanto la perdita dell’animale. E qui, secondo il presidente regionale dell’Associazione Rurale Calabrese, si aggiunge una vera e propria beffa.
Gli allevatori, infatti, devono fare i conti anche con gli attacchi dei lupi, che possono provocare la morte degli animali e ulteriori conseguenze economiche per le aziende. Ma, una volta ritrovata la carcassa, secondo quanto denunciato da Belsito, l’allevatore si trova davanti a un ulteriore esborso immediato: deve sostenere il costo di circa 35 euro per lo smaltimento della carcassa, mentre l’eventuale risarcimento per il danno subito arriverebbe soltanto dopo diversi anni.
Una situazione che, nella lettura di Belsito, rischia di trasformare il danno in una doppia penalizzazione per chi vive di allevamento: prima la perdita dell’animale e di tutto ciò che rappresentava in termini di produzione e reddito, poi l’obbligo di sostenere nell’immediato anche i costi legati alla gestione della carcassa, senza poter contare su un ristoro tempestivo.
«Oltre all’animale c’era la futura prole, il latte e tutti i prodotti caseari derivati», sottolinea Belsito, evidenziando come la perdita di un animale non possa essere considerata soltanto come la perdita del suo valore economico immediato.
Per questo, anche il sistema degli indennizzi dovrebbe essere ripensato, perché un risarcimento riconosciuto dopo anni rischia di non rappresentare una risposta concreta alle esigenze immediate dell’allevatore.
Il tema diventa quindi quello di una gestione complessiva del fenomeno, capace di intervenire prima che il danno si produca e non soltanto dopo.
Per Belsito il punto centrale resta dunque il controllo della popolazione direttamente nei luoghi in cui i cinghiali proliferano.
«L’unico modo per poter contenere il numero e ridimensionare i branchi è la braccata con l’utilizzo di cacciatori formati per poter gestire questo contenimento», afferma, chiedendo interventi anche nelle aree protette, soprattutto davanti a quella che considera ormai un’emergenza non soltanto agricola, ma anche di sicurezza e incolumità pubblica.
La discussione, dunque, torna a concentrarsi sulla necessità di trovare una strategia strutturale. Per Massimo Belsito la soluzione potrebbe partire proprio da qui: controllare la proliferazione dei cinghiali e, allo stesso tempo, costruire una filiera capace di trasformare un problema in lavoro, economia e opportunità per il territorio calabrese.
Un cambio di prospettiva che, nelle intenzioni dell’Associazione Rurale Calabrese, dovrebbe spingere la Regione a non affrontare il fenomeno soltanto attraverso interventi emergenziali, ma attraverso una programmazione capace di agire alla radice del problema e di restituire valore alle attività agricole e zootecniche messe sempre più sotto pressione dalla presenza dei cinghiali.
