di Alfredo Muscatello – Ieri sera ho fatto una cosa abbastanza contraria a ciò che agosto sembra pretendere da noi, sono rimasto a casa. Fuori, un’estate da vivere, dentro tre film da guardare.
Uno era Milano calibro 9, restaurato. Un film di Fernando Di Leo del 1972, considerato uno dei capostipiti di quel genere che avremmo poi chiamato poliziottesco.
Sparatorie, criminali, inseguimenti, soldi sporchi, una Milano cattiva. Tutto quello che serve, insomma, per poterlo archiviare comodamente dentro un genere e non pensarci più.
Solo che a un certo punto i personaggi cominciano a parlare e cinquant’anni scompaiono.
In commissariato si confrontano due modi opposti di leggere la realtà. Da una parte c’è chi vede il criminale e quindi il problema, reprimerlo, arrestarlo, eliminarlo dalla società. Dall’altra il vicecommissario Mercuri continua ostinatamente a spostare lo sguardo un metro più indietro, da dove viene quel criminale? Chi ha costruito le condizioni perché esistesse?
Ma soprattutto, perché lo Stato riesce a trovare uomini quando bisogna cacciare chi occupa una casa, disperdere gli operai, picchiare gli studenti, mentre sembra molto più complicato andare a cercare il potere dove il potere possiede denaro, relazioni e rispettabilità? Poi pronuncia una frase semplicissima: «L’Americano è un effetto, non una causa.»
Ed eccoci nel 2026! Perché nel film l’Americano è un uomo, certamente, un tiranno, un boss… ma guardandolo oggi diventa difficile non vederci qualcosa di più grande.
L’Americano è il capitale quando entra in un territorio e scopre che può comprarne le necessità. Non ha bisogno di conquistarlo militarmente. Gli basta trovare persone che hanno bisogno di lavorare, famiglie che hanno bisogno di vivere, piccoli uomini disposti a diventare un poco meno piccoli attraverso il denaro che lui distribuisce.
Premia chi gli serve. Protegge chi gli obbedisce. Compra silenzi, fedeltà, prestazioni.
E soprattutto lascia agli ultimi il privilegio di essere riconoscibili.
Perché il povero lo riconosci, il migrante lo riconosci, il ragazzo che spaccia all’angolo di una strada lo riconosci il disperato che occupa una casa lo riconosci. Il capitale che ha prodotto, utilizzato o semplicemente tratto profitto da quella disperazione, invece, molto spesso indossa una buona giacca.
Nel 1972 i corpi sacrificabili raccontati da Di Leo erano soprattutto quelli dei meridionali arrivati a Milano. Uomini che accettavano i lavori che gli altri non volevano più fare, mal pagati, mal alloggiati, poco assistiti. Cinquant’anni dopo possiamo cambiare la provenienza geografica e lasciare quasi intatta la frase.
Ed è questo che mi ha fatto impressione, non che un vecchio film fosse ancora attuale ma che fossimo ancora noi ad essere così vecchi, cazzo!
Stamattina, poi, Tumblr ha deciso di completare il lavoro. Mi ha ricordato che una pagina che avevo cominciato a riempire di testi, pensieri e poesie compie undici anni. Sono tornato a leggere alcune cose scritte allora e mi è successa una cosa strana.
Non mi sono riconosciuto nella persona che le aveva scritte, almeno non completamente. Sono cambiate molte cose, è cambiato il modo in cui guardo il mondo, probabilmente è cambiato persino il modo in cui metto una parola accanto all’altra eppure riconoscevo il pensiero. Il seme era già lì.
Allora ho pensato che forse vale anche per gli uomini quello che vale per le società.
Cresciamo attraverso le esperienze, certamente. Ci cambiano gli incontri, le sconfitte, le persone amate, quelle perdute, i libri letti, i film guardati per caso in una sera d’agosto ma perché qualcosa possa crescere bisogna che da qualche parte ci sia un seme. i semi hanno una caratteristica abbastanza banale, non basta che esistano, bisogna curarli.
Forse è questo che mi ha disturbato così tanto di Milano calibro 9.
Nel 1972 quel seme c’era, qualcuno aveva già capito che la marginalità non può essere osservata soltanto nel momento in cui diventa criminalità, che reprimere l’effetto ignorando la causa significa condannarsi a riprodurlo.
Che è enormemente più semplice esercitare la forza contro chi sta in basso che esercitare il controllo contro chi sta in alto. Lo avevamo pensato, lo avevamo scritto, lo avevamo addirittura messo dentro un film di gangster.
Evidentemente, però, non lo abbiamo coltivato abbastanza, perché ancora oggi una parte enorme del nostro discorso pubblico riesce nel prodigio di indicare la povertà come la minaccia, invece di domandarsi continuamente chi dalla povertà trae forza, consenso, manodopera, denaro. Cambiano i nomi, prima erano i terroni, operai, poi gli studenti… oggi sono i migranti, le periferie, gli occupanti, gli ultimi che di volta in volta diventano abbastanza visibili da poter essere indicati.
L’Americano invece cambia abito.
Ma continua a possedere una qualità straordinaria, mentre tutti guardano quelli che stanno sotto, lui riesce quasi sempre a stare sopra. Forse crescere significa proprio questo, per un uomo come per una comunità. Non soltanto avere avuto un pensiero giusto ma averlo riconosciuto, curato, contraddetto quando necessario, lasciato crescere.
Altrimenti rimane un seme.
E cinquant’anni dopo può capitare di stare a casa in una sera d’estate, accendere un vecchio film restaurato e scoprire con un certo imbarazzo che il passato aveva già capito qualcosa che noi continuiamo ostinatamente a chiamare presente.
