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“I padroni della ’ndrangheta. Malacarne. Una saga criminale” è il prossimo libro che leggerò

di Alfredo Muscatello – Sono stato al Circolo Polimeni su invito del direttore, con piacere e con stima per Claudio Cordova, che seguo da tempo e che recentemente mi ha dato anche l’opportunità di scrivere sul suo giornale.
Non ho avuto ancora il tempo di leggere il suo ultimo libro e primo romanzo, la mia è una restituzione da ascolto, da presenza, da atmosfera più che da lettura diretta del testo.
Quello che emerge è abbastanza chiaro già dal confronto e dal modo in cui il libro viene restituito, un romanzo che entra nelle dinamiche della ’ndrangheta attraverso la forma narrativa, provando a renderle comprensibili senza semplificarle. Non una riduzione del fenomeno, o una patinatura cinematografica quasi invitante ma un tentativo di attraversarlo… relazioni, gerarchie, famiglie, contesti e contraddizioni diventano materiale narrativo restituendo complessità.
Il valore della serata, per come l’ho vissuta, non è stato solo nel libro, ma nel dibattito che si è creato attorno. Un confronto che ha prodotto quell’“humus” raro, in cui linguaggio letterario e lettura istituzionale si incontrano senza forzature.
Accanto a Cordova, il procuratore Giuseppe Borrelli ha offerto una lettura molto lucida dell’evoluzione della ’ndrangheta, partendo dalla sua dimensione più tradizionale legata agli appalti e al ciclo del cemento di un tempo, fino ad arrivare alle forme più contemporanee di infiltrazione nell’economia legale.
Il punto centrale della sua analisi resta l’asimmetria, alcune realtà imprenditoriali riconducibili a contesti mafiosi possono apparire organizzate ed efficienti, ma il loro vantaggio decisivo non è produttivo, bensì strutturale. È la possibilità di intervenire con la forza intimidatoria quando le regole della concorrenza non bastano più, proprio quello che appare raccontato nel romanzo.
Proprio avendo letto il libro, Borrelli ha rimarcato più volte come il senso profondo dell’opera risieda nel far emergere la verità di vite che, seppur immaginate come comode o lussuose, si rivelano in realtà misere e sacrificate, capaci di nutrire le famiglie in modo del tutto sproporzionato. In questo senso, le strutture criminali non fanno che rispecchiare, amplificandole in maniera esponenziale, le dinamiche della società esterna, tra queste, un modello patriarcale “dopato” e ancora più spietato.
In sala si percepiva una presenza istituzionale importante e composta. Tra tutti, in prima fila, la prefetta Clara Vaccaro, insieme ad altre figure del mondo giudiziario e della società civile.
Nel dibattito è emersa anche una domanda sul confronto con un altro libro che in passato, seppur diversamente, ha provato a portare alla luce alcune dinamiche. La risposta di Cordova è stata netta, non si tratta di distanza tra opere, ma di continuità di sguardo. Cambiano le forme narrative, ma resta centrale la volontà di raccontare la ’ndrangheta senza mitizzazioni, senza scorciatoie e senza zone d’ombra comode.
La chiusura del suo intervento ha riportato tutto a un punto semplice ma decisivo, il coraggio non è solo nel trattare certi temi, ma nel farlo sottraendo spazio all’anonimato, riportando nomi, storie e responsabilità dentro il discorso pubblico.
Un’idea che, forse, è anche il filo che tiene insieme l’intera serata, la conoscenza come forma di resistenza, e il racconto come strumento per rendere leggibile ciò che spesso viene lasciato nell’indistinto.
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