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Caporalato in Calabria, l’allarme del CNDDU: “Serve una nuova educazione alla legalità economica”

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione delle istituzioni, della comunità educante e dell’opinione pubblica sui risultati delle più recenti ricerche scientifiche riguardanti il fenomeno del caporalato in Calabria, nella convinzione che la lotta alle economie criminali non possa essere affidata esclusivamente alla repressione penale, ma debba fondarsi anche su una solida strategia educativa capace di incidere sulle cause strutturali dello sfruttamento.

Le analisi condotte dal CNR-ISMed e il VII Rapporto “Agromafie e Caporalato”, pubblicato nel 2025 dall’Osservatorio Placido Rizzotto, descrivono un fenomeno che ha assunto caratteristiche sempre più complesse. Il caporalato non può più essere interpretato come una semplice intermediazione illecita della manodopera o come una patologia circoscritta del mercato del lavoro agricolo. Esso si configura, piuttosto, come un sistema di regolazione informale capace di influenzare l’intera filiera agroalimentare, intervenendo nel reclutamento dei lavoratori, nell’organizzazione della produzione, nella logistica, nei trasporti e nella distribuzione commerciale, fino a incidere sugli equilibri economici dei territori.

Le più recenti evidenze scientifiche mostrano come il tradizionale dualismo tra lavoro regolare e lavoro nero sia ormai insufficiente a rappresentare la realtà. Si diffonde infatti il cosiddetto lavoro grigio, caratterizzato da rapporti formalmente regolari ma sostanzialmente fraudolenti, nei quali il contratto di lavoro diventa uno strumento di apparente legalità che nasconde retribuzioni inferiori ai minimi contrattuali, giornate lavorative non dichiarate, violazioni sistematiche dell’orario di lavoro, mancata tutela previdenziale e condizioni incompatibili con il principio costituzionale della dignità del lavoratore.

Secondo il CNR-ISMed, in Calabria sono stimati tra gli 11.000 e i 12.000 lavoratori agricoli coinvolti in forme di irregolarità, con particolare concentrazione nella Piana di Sibari, nella Piana di Gioia Tauro e in numerosi distretti agricoli del Crotonese, del Catanzarese e del Vibonese. In tali contesti il reclutamento della manodopera si intreccia con vulnerabilità economiche, precarietà abitativa, fragilità amministrative e reti di intermediazione che, in diversi casi, si inseriscono nelle strategie di controllo economico esercitate dalla ‘ndrangheta.

La ricerca evidenzia un ulteriore elemento di particolare rilievo: le organizzazioni criminali non fondano più il proprio potere esclusivamente sull’intimidazione o sulla violenza. Esse operano sempre più come attori economici, capaci di governare segmenti delle filiere produttive, condizionare i servizi logistici, orientare i flussi della manodopera, alterare la concorrenza e riciclare capitali illeciti attraverso attività apparentemente regolari. La forza della ‘ndrangheta risiede nella sua capacità di trasformare l’illegalità in un vantaggio competitivo, rendendo economicamente conveniente lo sfruttamento del lavoro e compromettendo il corretto funzionamento del mercato.

Le conseguenze sono profonde e investono l’intero sistema democratico. La compressione artificiale del costo del lavoro penalizza le imprese che operano nel rispetto delle regole, altera la concorrenza, riduce il gettito fiscale e contributivo, indebolisce la coesione sociale e sottrae opportunità di sviluppo ai territori. Il caporalato non rappresenta, dunque, soltanto una violazione della normativa lavoristica: esso costituisce una grave violazione dei diritti umani e un fattore di erosione della democrazia economica, poiché produce disuguaglianze, alimenta marginalità e rafforza il consenso sociale delle organizzazioni criminali.

Alla luce di tali evidenze, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che sia necessario affiancare alle indispensabili azioni investigative e giudiziarie una strategia permanente di prevenzione culturale. Le mafie prosperano quando riescono a rendere normale ciò che è profondamente ingiusto, quando il lavoro perde dignità e lo sfruttamento viene percepito come una inevitabile conseguenza delle dinamiche economiche. È proprio questa normalizzazione che la scuola è chiamata a contrastare.

L’educazione alla legalità, oggi, deve compiere un salto di qualità. Non può limitarsi alla conoscenza delle norme o alla memoria delle vittime delle mafie. Deve evolversi in una autentica educazione alla legalità economica, capace di fornire agli studenti gli strumenti per comprendere il funzionamento delle filiere produttive, il valore costituzionale del lavoro, i meccanismi della concorrenza, gli effetti economici delle infiltrazioni criminali, il ruolo della responsabilità sociale d’impresa e il rapporto tra diritti umani, sostenibilità e sviluppo.

In questo percorso, il contributo dei docenti delle discipline giuridiche ed economiche assume una rilevanza strategica. La loro competenza professionale consente di sviluppare negli studenti una lettura critica della realtà, fondata sulla conoscenza della Costituzione, del diritto del lavoro, dell’economia civile, dei principi di giustizia sociale e dei diritti umani. Attraverso un approccio interdisciplinare, essi aiutano le giovani generazioni a comprendere che dietro ogni fenomeno criminale si celano dinamiche economiche, istituzionali e culturali che devono essere riconosciute e comprese per poter essere efficacemente contrastate.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani auspica che le istituzioni scolastiche valorizzino maggiormente il patrimonio di competenze dei docenti dell’area giuridico-economica nella progettazione dei percorsi di Educazione civica, promuovendo moduli interdisciplinari dedicati alla legalità economica, alla tutela del lavoro dignitoso, alla trasparenza delle filiere produttive, al contrasto delle economie criminali e all’attuazione degli Obiettivi 8 e 16 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Investire sulla formazione giuridica dei giovani significa investire sulla resilienza democratica delle comunità.

Per il CNDDU, la scuola rappresenta il primo laboratorio di democrazia sostanziale. È nelle aule che si formano cittadini capaci di distinguere la competitività dalla sopraffazione, il profitto dall’abuso, il mercato dall’economia criminale. Educare ai diritti umani significa oggi educare a riconoscere le nuove forme del potere mafioso, sempre più orientate al controllo dell’economia legale e delle filiere produttive. Formare questa consapevolezza significa costruire gli anticorpi culturali di cui il Paese ha bisogno per difendere la dignità del lavoro, la libertà dell’impresa, la giustizia sociale e la piena attuazione dei principi costituzionali. È questa la missione educativa che il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani continuerà a promuovere con convinzione, nella certezza che la conoscenza rappresenti il più duraturo investimento contro ogni forma di sfruttamento e di potere mafioso.

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