“Le recenti dichiarazioni del presidente della Regione Calabria e vicesegretario nazionale di Forza Italia, Roberto Occhiuto, secondo cui Roberto Vannacci potrebbe raccogliere molti voti ma finirebbe per “inquinare” il centrodestra, meritano una riflessione seria e approfondita.
Non tanto perché in democrazia non si possano esprimere giudizi politici, ma perché certe parole, soprattutto quando provengono da dirigenti di primo piano della coalizione, rischiano di produrre effetti che vanno ben oltre il semplice dibattito interno.
Prima di entrare nel merito delle affermazioni di Occhiuto, ritengo doveroso ricordare un episodio che mi riguarda personalmente.
Quando il presidente della Regione Calabria ricevette gli avvisi di garanzia che alimentarono un intenso dibattito politico e mediatico, mentre molti lo consideravano già colpevole prima ancora di qualsiasi accertamento, fui tra coloro che pubblicamente ne difesero il diritto a essere giudicato esclusivamente nelle sedi competenti.
In articoli pubblicati da diverse testate giornalistiche sostenni con fermezza un principio che considero fondamentale in uno Stato di diritto: un avviso di garanzia non è una condanna.
Lo sostenevo allora e lo sostengo ancora oggi.
La presunzione di innocenza non può essere un principio da applicare a giorni alterni o soltanto quando riguarda noi stessi.
Proprio per questo, oggi mi sento pienamente legittimato a esprimere una valutazione politica sulle parole di Occhiuto, basandomi sui fatti e non sulle appartenenze.
E i fatti raccontano una realtà che merita di essere analizzata senza pregiudizi.
Da settimane assistiamo a una narrazione secondo cui Roberto Vannacci e il partito Futuro Nazionale rappresenterebbero un problema per il centrodestra. Antonio Tajani si è spinto fino a definire Futuro Nazionale una “quinta colonna della sinistra”. Una definizione forte, destinata inevitabilmente a suscitare interrogativi.
Perché molti elettori si chiedono come possa essere definito vicino alla sinistra un partito che critica apertamente il Green Deal europeo, le politiche migratorie dell’Unione Europea, il progressivo trasferimento di sovranità dagli Stati nazionali alle istituzioni comunitarie e quella cultura politica che pone sempre meno al centro identità, appartenenza e interesse nazionale.
La domanda che molti cittadini si pongono è dunque un’altra: chi si è realmente allontanato dalle idee con cui il centrodestra si era presentato agli elettori?
Chi oggi punta il dito contro Vannacci e Futuro Nazionale dovrebbe spiegare perché una parte significativa dell’elettorato conservatore percepisce alcune posizioni di Forza Italia come sempre più vicine a quelle delle forze progressiste europee, in particolare il Partito del Socialismo Europeo (PSE), l’area liberale di Renew Europe e, su specifici dossier, anche i Verdi europei (Verdi/ALE), che su molte grandi scelte strategiche dell’Unione hanno spesso espresso posizioni convergenti o compatibili con le maggioranze che sostengono la Commissione europea.
Su questioni come l’immigrazione, il Green Deal, i diritti civili, il fine vita e il processo di integrazione europea, le differenze appaiono spesso meno nette rispetto al passato.
Naturalmente si tratta di scelte politiche legittime, ma proprio perché sono legittime, dovrebbero essere spiegate con chiarezza agli elettori.
In politica, come nel calcio, gli autogol non vengono mai apprezzati. E accusare di essere una “quinta colonna della sinistra” chi raccoglie il consenso di centinaia di migliaia di cittadini che si riconoscono nell’area conservatrice potrebbe trasformarsi in uno di quegli autogol che finiscono per pesare sul risultato finale.
Ma c’è un tema ancora più importante che meriterebbe attenzione: il crescente astensionismo.
Da anni politici, sociologi e osservatori cercano di comprendere perché milioni di italiani abbiano progressivamente smesso di recarsi alle urne.
Forse, però, la domanda più semplice è anche quella più scomoda: quanti cittadini hanno scelto l’astensione perché non si riconoscono più nelle idee, nei valori e negli impegni che avevano determinato la loro fiducia?
È una riflessione che dovrebbe interessare soprattutto il centrodestra.
Perché quando una parte consistente del proprio elettorato manifesta delusione o disaffezione, la prima reazione non dovrebbe essere quella di attaccare chi intercetta quel disagio, ma di comprenderne le ragioni.
In un mio precedente lavoro utilizzai l’espressione “radici tradite”.
È un’immagine che ritengo particolarmente attuale.
Le radici rappresentano l’identità, i valori fondanti, la cultura politica e gli impegni assunti davanti agli elettori. Quando quelle radici sono profonde, gli alberi crescono forti, affrontano le tempeste e continuano a produrre frutti. Quando invece vengono trascurate o, peggio ancora, congelate, l’albero perde vigore e rischia di allontanarsi dalla propria natura.
Forse una parte delle ragioni dell’astensionismo risiede proprio qui, nelle radici tradite.
Nella distanza che molti cittadini percepiscono tra ciò che era stato promesso e ciò che è stato realizzato.
Ed è proprio in questo spazio che si inseriscono fenomeni politici nuovi o alternativi, che cercano di dare voce a una domanda di coerenza rimasta senza risposta.
Roberto Vannacci non ha mai chiesto il permesso di esistere politicamente.
Non ha mai chiesto di entrare nel centrodestra.
Dopo essere stato eletto al Parlamento europeo con oltre mezzo milione di preferenze personali, ha deciso di intraprendere un percorso autonomo sostenendo che alcune delle promesse che avevano portato milioni di italiani a votare il centrodestra fossero state progressivamente accantonate.
Si può condividere o meno questa lettura.
Ma non la si può liquidare come estremismo o come sostegno indiretto alla sinistra.
Molti cittadini vedono infatti in Futuro Nazionale il tentativo di riportare al centro del dibattito temi come identità, sovranità, sicurezza, interesse nazionale e rispetto del mandato elettorale.
E questo dovrebbe essere il vero oggetto della discussione.
Non le etichette, non le scomuniche. Non i tentativi di delegittimazione.
La politica vive di credibilità.
Gli elettori possono comprendere un errore. Possono accettare una difficoltà. Ma difficilmente tollerano di sentirsi promettere una cosa durante la campagna elettorale e di vederne praticata un’altra una volta ottenuto il consenso.
Per questo il punto non è Vannacci, il punto è comprendere perché le sue posizioni trovino ascolto in una parte crescente di cittadini che fino a pochi anni fa votavano serenamente i partiti tradizionali del centrodestra.
Se qualcuno teme che Futuro Nazionale possa sottrarre voti alla coalizione, dovrebbe interrogarsi sulle ragioni di quel consenso anziché attaccarne il portatore.
Perché se un domani il centrodestra dovesse perdere terreno a favore del campo largo, la responsabilità non potrebbe essere attribuita a chi ha dato rappresentanza a una parte dell’elettorato che chiedeva maggiore coerenza.
La responsabilità ricadrebbe, eventualmente, su chi ha preferito ignorare quelle richieste.
Saranno gli italiani a giudicare, come sempre.
E il loro giudizio non si baserà sulle etichette o sugli slogan, ma su una domanda molto semplice: chi è rimasto fedele alle proprie radici e chi invece ha scelto di allontanarsene?
Perché le radici profonde non dovrebbero mai congelarsi.
Dovrebbero continuare ad alimentare l’albero, affinché possa crescere forte, rigoglioso e riconoscibile.
Esattamente come accade per i popoli, per le nazioni e per le idee che resistono al tempo”.
Così in una nota Claudio Maria Ciacci.
