“La libertà non è che una possibilità di essere migliori, mentre la schiavitù è certezza di essere peggiori” - Albert Camus
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Braccianti uccisi ad Amendolara, Potere al Popolo: “Il caporalato è una moderna forma di schiavitù”

“Vi è uno storico canto di lotta e di lavoro, noto anche come l’inno delle mondine, che rivendica la dignità operaia.

Il suo celebre ritornello, “E giù la schiavitù, vogliam la libertà, siamo lavoratori, siamo lavoratori”, purtroppo disvela la sua drammatica attualità, quella appunto dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo che il capitalismo ancora impone.

Il 2 giugno 2018, Soumaila Sacko, un bracciante maliano e rappresentante dell’USB, aveva appena 29 anni quando è stato ucciso a colpi di fucile mentre recuperava lamiere abbandonate per migliorare la sicurezza delle baracche in cui vivevano i suoi compagni a San Ferdinando. Ha perso la vita per due lastre di metallo. È morto perché chi lavora nei campi raccogliendo i nostri agrumi è ancora costretto a vivere in condizioni disumane all’interno di ghetti degradati.

“Mafia, capito? Mafia”. Nella tragedia immane che si è consumata ieri ad Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti agricoli afghani sono stati bruciati vivi, la lezione morale la dà a tutti un altro bracciante, questa volta afgano.

“Mafia, capito? Mafia”.

Pur non riferendosi con certezza alla criminalità organizzata calabrese, la ‘ndrangheta, che sicuramente la fa da protagonista, le parole di Taj hanno descritto con forza l’inferno quotidiano vissuto dai braccianti agricoli tra la Sibaritide e la Piana del Metapontino, nel cuore del Materano. Un inferno noto a tutti eppure ignorato da molti. Uomini e donne trasformati in ombre nelle mani di altri fantasmi. Esistenze sacrificate, provenienti dall’altra parte del mondo con il sogno di una vita migliore, che si ritrovano curvate sul lavoro per interminabili giornate, a fronte di compensi miseri.

Erano braccianti impiegati nella raccolta della nostra frutta e verdura, sfruttati come schiavi. Quando hanno trovato il coraggio di ribellarsi e di chiedere un contratto regolare, sono stati puniti in modo atroce: i caporali li hanno intrappolati e dati alle fiamme all’interno di un’auto in un’area di servizio nei pressi di Cosenza.

Erano in cinque: quattro di loro hanno perso la vita, mentre il quinto è miracolosamente sopravvissuto e, con straordinaria determinazione, ha denunciato il sistema disumano contro cui lui e i suoi compagni avevano deciso di lottare. Ha parlato di mafia pakistana, specificando che lui stesso e tre dei quattro uccisi erano afghani. Ma a chi è funzionale questa rete criminale, capace di imporre paghe da 15 euro per giornate di lavoro di 12 ore? Serve le aziende regolari, le quali, a loro volta, riforniscono i principali supermercati.

Un fenomeno che non colpisce solo i campi, e nemmeno solo il Sud.

Rammentiamo che in Italia esiste un complesso sistema legislativo e di potere che non solo consente, ma in alcuni casi incentiva, condizioni vicine alla schiavitù per i migranti. Le imprese ne traggono vantaggio per aumentare i propri profitti, sfruttando questa situazione. Basti pensare ai grandi marchi della moda o alle multinazionali delle consegne a domicilio, spesso oggetto di indagini per il supersfruttamento del lavoro, soprattutto a Milano. È un problema noto, ma quanto spesso avete sentito un imprenditore denunciare apertamente il sistema del caporalato?

Le leggi come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini e i decreti sicurezza hanno subordinato il rilascio del permesso di soggiorno dei migranti alla loro condizione lavorativa. Questo ha creato un meccanismo di ricatto terribile: o si accettano condizioni di lavoro degradanti, o si rischia di diventare irregolari.

In questa dinamica trovano terreno fertile tutte le mafie, che prosperano sfruttando questa vulnerabilità. Ed è qui che emerge il ruolo dell’apparato istituzionale: il razzismo sistemico e le retoriche sulla sicurezza diventano strumenti funzionali a mantenere i migranti in condizioni di sfruttamento, ridotti a manodopera servile.

Dal caporalato alle collusioni con figure più altolocate, si delinea un sistema di capitalismo predatorio con una forte componente mafiosa.

È questo meccanismo ad essere responsabile delle tragedie come quella che ha coinvolto i lavoratori braccianti a Cosenza.

Si tratta di un sistema costruito su princìpi schiavisti che deve essere smantellato.

Facciamo nostro il duro commento del vescovo di Cassano allo Ionio Francesco Savino, secondo cui l’omicidio dei quattro braccianti afghani è una “ferita morale, sociale e spirituale che squarcia il velo d’ipocrisia su una terra intera. Una striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza criminale finiscono troppo spesso per sovrapporsi, diventando un’unica ferita aperta”.

Monsignor Savino afferma con chiarezza che “non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, necessaria: basta. Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione.

Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto. Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici”.

Proprio per questo condividiamo l’auspicio di monsignor Savino che auspica una mobilitazione civile che vada oltre le fiaccolate, auspicando “una rivolta delle coscienze perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”.

E’ quanto si legge in un comunicato stampa di Potere al Popolo Calabria.

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