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Amendolara, Laghi: “Quattro vite che non hanno nemmeno un nome, bruciate per cinque euro”

«Quattro persone sono state bruciate vive perché non volevano pagare cinque euro per il trasporto. La loro paga forse ammontava a 45 euro al giorno. Per l’alloggio subivano il ricatto di 150 euro a testa, più altri cinque al giorno per andare a lavorare. Questa è la contabilità che definisce il valore di una vita umana che lavora nei campi della Sibaritide nel 2026. Ed in tanti di quei campi in cui da decenni si raccolgono i prodotti agricoli con le mani di invisibili, la civiltà non è mai arrivata». È quanto dichiara il consigliere regionale e segretario questore, Ferdinando Laghi.

«Il fenomeno del caporalato trova spazio nell’informazione quando le tragedie riempiono le prime pagine dei giornali. Poi cala il silenzio e tutto ricomincia. È bene però che si dicano le cose come stanno: il caporalato – sottolinea Laghi – non è, purtroppo, un’eccezione criminale del sistema agricolo in questa parte d’Italia. Le motivazioni sono naturalmente di natura economica, con risparmi fatti letteralmente sulla pelle delle persone».

«Ed allora le azioni da intraprendere sono certamente di natura culturale ed etica, ma forse, vista l’estrema gravità della situazione, ancor più di rafforzamento dei controlli per impedire che i costi di produzione e commercializzazione ricadano sull’anello più debole e indifeso della catena, braccianti sfruttati e senza nome.  Quello dei controlli del tutto insufficienti, fatti da un numero di ispettori enormemente carente, è stato di recente sottolineato anche per la inaccettabile ricorrenza delle morti sul lavoro. I costi legati alla manodopera che vengono abbattuti con dinamiche criminali, generano enormi profitti per pochi, ma fanno strage fisica e di dignità per troppi».

«I quattro morti di Amendolara – conclude Ferdinando Laghi – non hanno ancora un nome. Non li conosce nessuno perché a nessuno interessavano. È un dettaglio che dice già tutto su quanto valesse la loro vita per chi gli faceva spezzare la schiena nei campi. La prossima stagione di raccolta inizierà tra pochissimo. Se non cambiamo subito l’approccio a problemi che tutti sanno, saremo di nuovo qui a piangere morti che potevamo salvare ed a fingerci sorpresi».

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