La XXVI edizione di Primavera dei Teatri si avvia verso la sua giornata conclusiva mantenendo intatta la tensione artistica e politica che attraversa l’intero festival: una tensione che riconosce nel teatro non soltanto un linguaggio estetico, ma una possibilità concreta di relazione, resistenza culturale e costruzione di senso condiviso.
Anche nell’ultima giornata, il festival continua a proporre percorsi scenici capaci di interrogare il presente e di aprire spazi di riflessione collettiva attraverso il lavoro di artiste e artisti provenienti da esperienze e sensibilità differenti.
Di seguito gli appuntamenti in programma per domenica 31 maggio.
10:00 | Giardino Emi’s Bakery
Aleksandr Tairov: il teatro delle emozioni
Oltre, Libri
Di Silvana De Vidovich
Tra i più importanti registi teatrali del Novecento, la fama di Tairov ha tuttavia vissuto fortune alterne: schiacciato tra Stanislavskij, creatore del Metodo per l’attore, e Mejerchol’d, ideatore della biomeccanica e iconico martire del regime sovietico, per Tairov il teatro è innanzitutto l’arte dell’attore, e dedizione e cura dei dettagli scenici.
Grazie anche all’apporto dell’attrice Alisa Koonen, sua musa e compagna, il suo teatro riuscirà a ritagliarsi un importante spazio tra i diktat del regime, con capolavori come le messinscena di Fedra (1922), Desiderio sotto gli olmi (1926) e Tragedia ottimistica (1933).
Il volume, con un ricco apparato iconografico, non solo racconta la parabola artistica di Tairov, la vita e la fortuna dei suoi spettacoli, ma riporta anche alcune sue preziose lezioni per gli aspiranti attori.
11:00 | Giardino Emi’s Bakery
Affogo
Dino Lopardo
Oltre, Libri
Ho visto “Affogo” in uno di quei teatri di frontiera dove mi reco interrompendo la catena delle “certezze” che segna il mio lavoro quotidiano. Meglio andare ogni tanto alla ricerca di qualche spettacolo-sorpresa. “Affogo” lo è stato, perché è stata per me la scoperta della scrittura di Dino Lopardo e del suo piccolo gruppo di attori/performer. Lopardo, capo di una banda semiclandestina (non per merito o volontà sua) di “ragazzi del Sud”, dotato di fantasia e lingua bastarda, quindi viva e gustosa, di nascita lucano, amici calabresi, solide radici distribuite e formate andando in giro per l’Italia a creare sinergie e passioni. Scrittura dura la sua, non conciliante, ma affascinante, sintassi rigorosa, idea precisa della struttura da mettere in scena, consapevolezza visionaria di oggetti, persone, situazioni, suoni, rumori, desideri. Da quella sera non ho più spento la mia attenzione per la scrittura di Dino Lopardo, alla scoperta di precedenze costruite sulla “sgradevolezza” non ruffiana, dando attenzione ai nuovi segmenti di una trilogia della disperazione del nostro tempo. La vita per Lopardo è racconto da rappresentare, anche oscuro, ma senza lagne, energico e con qualche sorriso. Possiamo parlare allora di un “tragicomico scorretto” nelle parole e nei gesti, di rapidità del racconto, di percorsi che mescolano inorridite memorie d’infanzia contadina capaci di giustificare ogni successiva incertezza di vita e tenerezze d’affetto elargito di pari passo con punitive ossessioni trascinate avanti nel tempo della vita. Questo di Lopardo è racconto che vaga sulle spalle di una generazione che lascia lontani certi umori di campagna, certe necessità di piccoli paesi di provincia, certe ricchezze familiari che diventano macigni del cuore, diventati il nostro esitare tra tenerezze smargiasse ed esitanti. Davvero credo che non si possa parlare di filiazione della lezione del grande Testori, ma di misterioso ascolto si, di affinità misteriose, di non dichiarato ma sicuro ascolto sì.
Giulio Baffi
12:00 | Giardino Emi’s Bakery
Pavese&Tenco
Sasà Calabrese e Domenico Dara
Pur appartenendo a mondi diversi, i destini di Cesare Pavese e Luigi Tenco sembrano in qualche modo sovrapporsi. Nati a pochi chilometri di distanza, tra le colline del Monferrato, entrambi rimasti presto orfani di padre, hanno vissuto un’esistenza inquieta conclusasi con la tragica scelta del suicidio.
Le loro parabole umane e artistiche sono qui raccontate a partire dal rapporto tormentato che avevano con l’amore, un tema rispetto al quale le opere di Pavese e le canzoni di Tenco appaiono sovrapponibili. In realtà, i due artisti non si sono mai incontrati. Prima d’ora. Attraverso il racconto di Domenico Dara – che segue la traccia del suo ultimo volume pubblicato per Feltrinelli – e le canzoni di Sasà Calabrese – da Vedrai vedrai a Mi sono innamorato di te, da Se potessi amore mio a Ho capito che ti amo – finalmente quell’incontro ha luogo: le note di Tenco e le parole di Pavese coincidono fino a diventare una voce unica, profonda, indimenticabile.
16:30 | Sala Varcasia
La questione dell’imbuto
Residenza – Teatro
Testo e regia: Cecilia Foti
Con: Cecilia Foti e Nunzia Lo Presti
Assistente: Andrea Filpo
Movimento scenico: Tilde Nocera
Scenografia: Officina CREAB
Tecnico: Daniele Nocera
Anna e Rosy, vicine di letto, si raccontano in libertà l’ospedale femminile. Il tempo si ferma, il mondo è fuori. Condivisione di sperienze vissute, riflessioni su paradossi e incongruenze che vive chi ha bisogno di cure. Continue le decisioni da prendere su quesiti e ripetuti imbarazzi, soprattutto se la “questione” è femminile, intima, qualcosa che però pervade la quotidianità e invade i rapporti interpersonali, l’amore. Davanti a una recidiva la medicina delude e incastra in un cerchio che ricomincia. L’esistenza sembra congelarsi, invece gli anni scorrono e c’è la paura di avere perso dei treni, mentre si deve vivere e lavorare per curarsi. Ma mai esaurita è la voglia di scoprire la gioia di vivere e di innamorarsi del corpo, questo sconosciuto!
17:30 | Sala Varcasia
Omaggio a Laura Palmieri
Un momento di omaggio e ricordo dedicato a Laura Palmieri, pensato non come commemorazione in senso stretto ma come restituzione della sua vitalità intellettuale e umana, della sua energia critica e della sua presenza generativa all’interno del percorso di Primavera dei Teatri. I direttori Dario De Luca e Saverio La Ruina prenderanno parte a questo passaggio condiviso di memoria attiva, che si aprirà all’ascolto della poesia che Mariangela Gualtieri ha dedicato a Laura, interpretata in un contesto di prossimità e partecipazione. Interverrà la figlia Bianca Palmieri, in un gesto di parola e presenza che restituisce la continuità affettiva e poetica di un’eredità ancora pienamente operante nel lavoro del festival.
18:45 | Teatro S. Girolamo
Armande sono io!
Teatro
Di: Carla Lonzi
Ideazione e regia: Fiorenza Menni
Drammaturgia: Sara De Simone, Caterina Venturini, Fiorenza Menni
Consulenza storica: Lorenza Moretti
Con: Fiorenza Menni e Luce Sant’Ambrogio
Creazione musicale: Vincenzo Scorza
Voce di Armande: Sarah Saidi
Realizzazione costume di Armande: Umberta Burroni
Una produzione: Ateliersi
In coproduzione con: Festival dell’Eccellenza al Femminile
In collaborazione con: Festival della Violenza Illustrata
Con il sostegno di: Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna e Comune di Bologna
Armande sono io! costituisce la prima creazione di un dittico che Ateliersi dedica a Carla Lonzi, a cui seguirà nel 2026 Taci, anzi parla. Due opere attraverso cui la compagnia compone un’autobiografia di quegli anni dove il personale si fa davvero politico: la vita di una singola donna, fatta di sogni, poesie, riflessioni impietose sui propri rapporti, risuona con la vita di tante altre e si fa specchio di un’intera società che appare intorno a lei. Lo spettacolo Armande sono io! parte dall’ultima ricerca di Carla Lonzi sul movimento delle Preziose, sviluppatosi in Francia a metà del XVII secolo. Il volume omonimo pubblicato dieci anni dopo la sua scomparsa, nel 1992 a Milano per Scritti di Rivolta Femminile, raccoglie tre testi in cui l’autrice riconosce nell’esperienza delle Preziose un punto di riferimento centrale per il movimento delle donne, la trascrizione di un suo lungo dialogo con Anna Piva del 1981, e gli appunti dei taccuini riempiti durante il lavoro in biblioteca, a stretto contatto con le fonti dirette. Pur essendo un incompiuto, il libro viene considerato oggi come l’opera conclusiva del pensiero della studiosa, un ulteriore capitolo della costruzione del femminismo. Convinta che il teatro rifletta situazioni reali, l’autrice ricerca nell’esperienza scenica quella qualità delle relazioni che riconosce anche nella vita: la rivendicazione di un proprio erotismo, l’autocoscienza, l’autoinvestitura del giudizio, quando «non si vogliono concedere determinati privilegi all’uomo». Inizialmente cerca nelle trame delle tragedie classiche, ma è nella lettura delle pièce Les Précieuses ridicules e Les Femmes Savantes di Molière che vede rappresentata la condizione che sta indagando. Lonzi scrive: «Mi hanno fatto pensare all’autocoscienza, una moltitudine di coincidenze mi ha sbalordita, sento miei molti aspetti, molti tratti, penso al senso del gruppo come portatore di una nuova cultura determinata dall’apporto femminile».
20:15 | Teatro Vittoria
Rigetto
Teatro – Anteprima
Regia, drammaturgia, scene e luci: Dino Lopardo
Attrici: Angela Ciaburri, Claudia A. Marsicano
Aiuto regia: Valentina Medda
Costumi: Annamaria Porcelli
Ambienti sonori: Mario Russo
Produzione: Viola Produzioni – Centro di Produzione teatrale
Con il supporto di: Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt)
Rigetto è il secondo capitolo, dopo Affogo, della Trilogia dell’odio di Dino Lopardo. Al centro della vicenda, due sorellastre – Anna e Clara intrappolate in un vuoto emotivo ed esistenziale che si manifesta attraverso il rapporto con il cibo e con il corpo. Il contrasto tra le due protagoniste e la loro continua lotta interiore danno vita a una tragicommedia che esplora l’infelicità nascosta dietro il cibo e il corpo. La grottesca realtà delle loro abitudini alimentari si riflette in ogni loro interazione, dai gesti alle parole, come se il cibo fosse l’unico modo con cui possano affrontare il mondo che le circonda. Nel corso dell’atto unico le protagoniste si confrontano costantemente con la loro dipendenza dal cibo. L’incapacità di sfuggire a questi meccanismi disfunzionali diventa una vera e propria “battaglia” tra di loro, ma anche una lotta interna con se stesse. La tensione cresce man mano che Anna, in preda alla ricaduta nella bulimia, e Clara, con il suo bisogno di conferme esterne, iniziano a sfidarsi, con il cibo che diventa il mezzo attraverso cui misurano il proprio valore. Anna cerca di tenere tutto sotto controllo, nascondendo la sua sofferenza, mentre Clara si mostra più esplicitamente in lotta con il corpo e la solitudine, spesso prendendosi in giro in maniera macabra, anche attraverso la sua immersione nel feederism: pratica erotica su piattaforme online in cui si mangia di fronte a una webcam su richiesta di feticisti disposti a pagare. Il linguaggio è tragicomico e grottesco, con forti elementi di black humor, alternati a momenti di estrema tensione emotiva. Il frigorifero “REX” (vero e proprio personaggio) diventa presenza attiva e simbolica in contrasto ai corpi storici e politici, attraversati da rituali, compulsioni e ripetizioni.
21:45 | Teatro Sybaris
Scemi del villaggio
Teatro – Anteprima
Regia: Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri
Con: Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri
Progetto teatrale di: Niccolò Fettarappa e Lorenzo Guerrieri
Aiuto regia: Maria Chiara Arrighini
Contributo intellettuale: Christian Raimo
Sound designer: Lorenzo Minozzi
Co-produzione: Agidi – ArtistiAssociati
Con il sostegno di: MiC e SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea” 2024
Scemi del villaggio è un progetto teatrale che vuole riscoprire la città come per la prima volta con uno sguardo satirico e beffardo. Protagonista è il territorio e il nostro rapporto conflittuale con gli spazi sociali, dai paesi di provincia, alle metropoli e ai luoghi di villeggiatura. Ci proponiamo come scemi del villaggio, aedi non richiesti che cantano le nevrosi del vivere cittadino, in città sempre più omologate dal mercato e dal turismo. Ci interroghiamo sul significato di “spazio pubblico”: come stiamo insieme nelle città? Male. Nell’attuale contesto sociale siamo più insoddisfatti e ossessionati dalla fuga e dal viaggio, ormai ridotto a routine consumistica. In quadri comico-picareschi raccontiamo questa nevrosi che ci rende goffi e disadattati, tra ansie urbane e processi di gentrificazione sempre più diffusi.
Le città diventano inabitabili: spazi ridotti a non-luoghi, prevedibili e solitari. La relazionità, il dibattito, sono esclusi dai luoghi pubblici. L’Altro è confinato nel privato. Strade e piazze diventano luoghi di consumo. L’urbanistica si piega al turismo e alla pubblicità, mentre lo spazio pubblico scompare.
Lo spazio urbano sta andando alla malora, perde vitalità, si fa anonimo, e tutti noi, in ambienti urbanisticamente così depressi, ci scopriamo più smorti. Ci chiediamo se, morendo, le nostre città siano almeno ancora in grado di un ultimo grido.
