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Cadi Antincendi Futura, Paolo Parisi rinnova: il portiere reggino vestirà il gialloblù per la sesta stagione

“Noi sappiamo bene cosa fanno le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria tutti i giorni nelle sezioni detentive delle carceri della Nazione. Per questo diciamo che le dichiarazioni del procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, sull’emergenza carceraria e sulla persistente capacità della criminalità organizzata di esercitare influenza all’interno degli istituti penitenziari non possono e non devono rappresentare un’offesa al Corpo. Sostenere il contrario significa non conoscere la storia recente del sistema penitenziario italiano e le scelte politico-amministrative che, nel tempo, ne hanno profondamente compromesso gli equilibri”. Lo afferma Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE).

“Chi vive il carcere ogni giorno – prosegue Capece – sa perfettamente quali decisioni politiche adottate negli anni abbiano inciso sulla sicurezza degli istituti, modificando radicalmente i modelli organizzativi ed i circuiti penitenziari, rendendo sempre più difficile il lavoro della Polizia Penitenziaria. Sono questioni che il personale conosce bene e che meritano di essere affrontate senza slogan e senza letture superficiali”.

Per il SAPPE, mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulle condizioni detentive e sui diritti dei ristretti, troppo poco spazio viene riservato alle condizioni di lavoro degli appartenenti al Corpo: “Gli eroi silenziosi della Polizia Penitenziaria continuano a pagare il prezzo di un sistema che scarica sulle loro spalle tutte le contraddizioni del carcere italiano. Mentre politica e gran parte delle associazioni del cosiddetto pianeta carcere discutono di ventilatori, frigoriferi e stanze dell’affettività, chi subisce quotidianamente aggressioni, minacce e violenze sono gli uomini e le donne in uniforme. I numeri delle aggressioni registrate ogni anno parlano da soli e descrivono una situazione ormai insostenibile”.

“Non bastano misure emergenziali”, secondo Capece. “Serve una profonda riforma dell’esecuzione penale, servono strumenti concreti per consentire agli agenti di difendersi dai detenuti violenti, la piena dotazione di body-cam, tecnologie moderne e un deciso rafforzamento degli organici. È necessario restituire autorevolezza all’istituzione penitenziaria e garantire condizioni di sicurezza adeguate a chi opera negli istituti”.

Il SAPPE richiama inoltre alcune scelte che, a suo giudizio, hanno inciso negativamente sul funzionamento del sistema penitenziario.

“L’abolizione della sanità penitenziaria interna, con il trasferimento delle competenze al Servizio sanitario nazionale, ha determinato rilevanti criticità nella gestione sanitaria degli istituti. L’introduzione dei modelli della vigilanza dinamica e delle celle aperte, sviluppati dopo la sentenza Torreggiani, ha modificato profondamente gli assetti organizzativi delle carceri. A ciò si aggiunge la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e la loro sostituzione con le REMS, strutture numericamente insufficienti rispetto alle reali esigenze e spesso incapaci di assicurare la presa in carico dei soggetti affetti da gravi patologie psichiatriche”.

“In questo contesto – conclude Capece – la Polizia Penitenziaria continua a rappresentare un presidio fondamentale dello Stato. Il Corpo dimostra ogni giorno professionalità, equilibrio e straordinario senso delle istituzioni, assicurando ordine e sicurezza all’interno delle carceri e offrendo un contributo essenziale anche nel contrasto alla criminalità organizzata, in particolare a quella mafiosa. Gli appartenenti al Corpo possiedono competenze, esperienza e capacità che meritano finalmente di essere valorizzate con scelte politiche coraggiose e investimenti concreti, anziché essere lasciati soli ad affrontare un’emergenza ormai strutturale”.

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