di Alfredo Muscatello – Alla Festa della Luce, a Villa San Giovanni, non si assiste semplicemente a un evento. Si entra in uno spazio di comunità. Per due giornate Piazza Valsesia si riempie di musica, parole e incontri. Non una semplice commemorazione, ma una costruzione collettiva della memoria, dove ogni presenza aggiunge un tassello a una storia comune.
Sul palco si alternano artisti, amici e interventi istituzionali. La sindaca ha preso la parola con un tono intimo e partecipe, accorciando le distanze tra istituzioni e cittadini. Ma ciò che emerge con maggiore forza non è la successione degli interventi né la scaletta della manifestazione, ma la scelta condivisa di esserci.
Lo si percepisce già nei mesi che precedono l’evento: nei messaggi di vicinanza, nei saluti arrivati da artisti della scena nazionale come Kento e Brunori Sas, nelle adesioni spontanee di chi ha sentito il bisogno di partecipare a un ricordo che appartiene ormai a una comunità molto più ampia del luogo in cui è nato.
A dare continuità a questo movimento è l’Associazione Ensemble, nata dall’unione di tre storiche realtà culturali del territorio: Bandafalò, Nuvola Rossa e Teatro Primo. Non una semplice sigla organizzativa, ma un progetto culturale che mette insieme esperienze differenti per trasformare la cultura in azione concreta, radicata nel territorio ma aperta al mondo. È all’interno di questa rete che continua a prendere forma il ricordo di Francesco Talia, per tutti semplicemente “Ciccio”, attivista e operatore culturale scomparso nel marzo del 2025.
La Festa della Luce, che si svolge oggi, per il secondo anno, il 23 e 24 giugno, nasce proprio da questo intreccio di musica, confronto, inclusione sociale e partecipazione. Ma soprattutto nasce dalla volontà di una comunità che ha scelto di non interrompere una storia, dando un significato pieno e concreto alla parola memoria.
Durante la manifestazione viene promossa una raccolta fondi destinata a un progetto di cooperazione internazionale: la costruzione di una scuola dei mestieri nel villaggio di Sankadiokro, in Costa d’Avorio. La scuola porterà il nome di Francesco Talia e rappresenta la forma più tangibile della sua eredità. Non un monumento statico, ma un luogo di formazione e riscatto sociale. Una memoria viva che continua a battere il tempo e che sceglie di costruire il futuro.
Alla Festa della Luce la musica non è intrattenimento, ma la struttura invisibile che tiene insieme tutto il resto e fa quello che sa fare: annulla le distanze tra età, provenienze ed esperienze differenti. In certi momenti la piazza smette di essere soltanto un luogo geografico e diventa uno spazio condiviso. La musica unisce, sposta, scioglie. Genera una vibrazione che parte da una comunità e arriva lontano, senza mai perdere le proprie radici.
La figura di Francesco attraversa costantemente queste due giornate, anche quando il suo nome non viene pronunciato. Attivista, operatore culturale, costruttore di relazioni. Per chi lo ha conosciuto davvero, e per chi crede che il passaggio di un uomo sulla terra possa lasciare un insegnamento, Francesco è stato soprattutto un maestro di vita.
La malattia lo aveva portato nel tempo a perdere la vista e poi la mobilità. Eppure ha continuato a vivere con una determinazione che chi gli è stato vicino ricorda ancora oggi con stupore e ammirazione.
La sua non è stata l’attesa di una fine. È stata una relazione continua con il giorno successivo. Una tensione verso il futuro che emerge ancora oggi nei racconti di chi lo ha accompagnato lungo quel percorso.
Ci sono persone che, quando se ne vanno, lasciano un vuoto. E poi ci sono persone la cui assenza assume una forma diversa. Un vuoto così grande da riempire se stesso. Come certi luoghi generati dall’impatto di antiche stelle: cavità che il tempo non riesce a cancellare e che finiscono per diventare altro. Altari. Teatri. Luoghi tangibili di una forza smisurata.
Forse è questo che accade attorno a Francesco Talia. La sua mancanza non produce immobilità. Continua ad attrarre persone, idee, progetti. Non genera nostalgia, ma movimento.
Ieri ero lì, per la fortunata conoscenza che ho avuto con lui e per il desiderio di raccontare ciò che accadeva. Ho portato con me la macchina fotografica, quello strumento che mi permette di partecipare e, allo stesso tempo, di restare ai margini. Ho osservato i passaggi più che gli eventi. I silenzi più che i discorsi. Gli sguardi, gli abbracci, le relazioni che si formavano spontaneamente tra persone che, forse, non si conoscevano nemmeno.
In un contesto come questo la fotografia diventa ascolto visivo. La piccola galleria che accompagna questo articolo non vuole raccontare una serata; prova a restituire il sentimento che l’ha attraversata. Una comunità che si riconosce in una storia comune, sospesa tra il ricordo e il presente.
La Festa della Luce non celebra il passato ma lo rimette in circolo. Trasforma una storia personale in un progetto collettivo e la memoria in una responsabilità condivisa. Alla fine resta una sensazione precisa: alcune vite non si chiudono davvero, continuano a lavorare nel presente delle persone che le hanno incontrate.
E alcune piazze, per qualche giorno, smettono di essere soltanto piazze e diventano orizzonti.
