Nel corso della quinta giornata della quindicesima edizione di Trame Festival, l’antropologo
e scrittore Vito Teti ha presentato la nuova edizione del saggio La razza maledetta.
Antimeridionalismo, separatismo, razzismo. Un libro che, secondo Goffredo Buccini,
giornalista del Corriere della Sera e moderatore dell’incontro, «rende giustizia al Sud e
all’Italia».
Il testo prende le mosse dalle aspettative tradite del Meridione rispetto al processo di
unificazione nazionale, ripercorre le lotte che si consumarono nel Sud e affronta la nascita
del razzismo positivista ispirato alle teorie di Cesare Lombroso, noto per aver sostenuto, alla
fine dell’Ottocento, una presunta correlazione tra predisposizione al crimine e caratteristiche
somatiche. Le teorie razziali dell’epoca sostenevano infatti la presunta inferiorità del
Meridione rispetto al Settentrione sulla base di caratteristiche ritenute innate e immutabili.
Una visione successivamente confutata dalla storiografia meridionalista, da Salvemini a
Gramsci, che interpretò la contrapposizione tra Nord e Sud in termini di lotta di classe,
invitando contadini e operai meridionali a unirsi.
Il dibattito – osserva Buccini – è riemerso negli ultimi decenni con l’affermarsi di forze
politiche che, pur avendo accantonato il termine “razza”, continuano a richiamarsi a
concezioni secessioniste e discriminatorie, esaltando concetti quali identità e tradizione e
alimentando lo stigma dell’inferiorità del Sud. Una stigmatizzazione che, sebbene continui a
colpire i meridionali italiani – come testimonia l’episodio ricordato da Teti, avvenuto
recentemente a Torino, dove un ragazzo è stato aggredito e insultato con l’epiteto di
“terrone” – tende oggi a estendersi anche ad altre categorie di vittime, prima fra tutte gli
immigrati che arrivano nel nostro Paese.
Un altro elemento che suggerisce come il discorso antimeridionalista non possa considerarsi
concluso è la richiesta, avanzata da alcune regioni italiane, di ottenere l’autonomia
differenziata. Una soluzione che – secondo l’antropologo – comporterebbe un ulteriore
rafforzamento delle regioni già più ricche, alle quali verrebbero attribuiti maggiori margini di
intervento in settori cruciali quali istruzione, sanità e cultura e, al contempo, un ulteriore
impoverimento delle regioni meridionali, aggravandone il fenomeno dello spopolamento. Un
Mezzogiorno sempre più desertificato rischierebbe così di diventare terreno fertile per
l’azione delle organizzazioni criminali e per nuove forme di marginalizzazione economica e
sociale.
Qui entra in gioco uno dei concetti fondanti del pensiero di Teti: quello di “restanza”. Un
concetto elaborato a partire dall’esperienza del Mezzogiorno, ma adottato e condiviso anche
in altre aree d’Italia che vivono problematiche analoghe. Si tratta di una prospettiva che
invita a ripensare la questione meridionale in termini nuovi: una forma di resistenza che non
individua nel Nord un nemico, ma che, a partire dalla comune crisi demografica e da
condizioni di fragilità condivise, riflette sull’abitare e sul restare al di là dei confini geografici e
culturali.
È il caso dell’Atlante della Restanza, una rete e un progetto che si propone di mappare le
esperienze di restanza presenti in tutta Italia: associazioni, festival, comunità e altre realtà
impegnate nella valorizzazione dei territori e nel contrasto allo spopolamento.
Un ritorno al passato, in questo senso, potrebbe rivelarsi proficuo. Non un ritorno nostalgico
a un tempo ormai irrecuperabile, bensì un recupero critico della propria identità che – come
spiega Teti – «possa restituire dignità agli ultimi, a coloro che sono stati messi al bando da
chi ha scritto e da chi ha fatto la storia».
Restare significa risignificare i luoghi e costruire nuovi legami con la terra e con l’ambiente
che ci circonda. È un processo duro e faticoso, ma rappresenta anche «l’unica strada che
oggi possiamo percorrere».
