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Allarme baby gang e violenza. La pedagogista Renzo: “È il fallimento educativo degli adulti. Da Napoli a Terranova da Sibari, siamo solo all’inizio”

Non fa più scalpore il ragazzo che cerca nel branco la propria identità, nella violenza il proprio riconoscimento, nella paura degli altri la misura del proprio valore. Fa scalpore, semmai, che gli adulti continuino a meravigliarsi. Se un adolescente pensa che affiliarsi ad una baby gang significhi finalmente essere qualcuno, il problema non nasce in strada ma nasce molto prima, nelle case, nelle scuole, nei vuoti educativi, nei social lasciati senza controllo e in una società che ha sostituito il rispetto con la prepotenza.

 

IL DATO NAZIONALE PARLA ANCHE ALLA CALABRIA DEL NORD-EST

A dirlo è la pedagogista Teresa Pia Renzo intervenendo nel dibattito aperto dal rapporto sul desiderio di tanti adolescenti di avvicinarsi alle baby gang per sentirsi accettati. Un tema che, secondo la professionista, non può essere letto come fenomeno lontano dalle nostre comunità, perché la stessa grammatica della violenza, del possesso e della sopraffazione attraversa ormai anche i territori più piccoli, fino ai casi recenti che hanno scosso la Sibaritide.

 

DA NAPOLI A TERRANOVA DA SIBARI, LA RADICE È LA STESSA

Il caso di Terranova da Sibari, con una giovane donna brutalmente aggredita dopo un rifiuto, impone di allargare lo sguardo. Per la pedagogista, baby gang, bullismo, violenza di genere e aggressività giovanile non sono mondi separati. Sono manifestazioni diverse della stessa distorsione: l’altro non viene più riconosciuto come persona, ma come ostacolo, oggetto, proprietà o bersaglio. Se mi dai fastidio ti colpisco. Se non fai ciò che voglio ti punisco. Se mi rifiuti ti annullo. È questa – dice – la lingua più pericolosa che molti ragazzi stanno imparando.

 

IL BRANCO COME PASSAPORTO PER ESISTERE

Entrare in una baby gang significa spesso cercare appartenenza, protezione, identità. Ma quella identità viene costruita sulla prova di forza. Il ragazzo deve dimostrare di valere qualcosa attraverso un gesto: danneggiare, minacciare, colpire, umiliare, sfidare. E così il gruppo diventa una falsa famiglia, un rifugio deformato, un luogo in cui la fragilità viene mascherata con l’aggressività. Non si entra nel branco perché si è forti. Spesso si entra perché ci si sente nessuno e si cerca qualcuno che certifichi la propria esistenza.

 

SOCIAL, L’EDUCAZIONE È STATA LASCIATA ALL’ALGORITMO

Renzo punta il dito anche contro l’esposizione continua e non mediata ai contenuti digitali. Non solo Instagram, TikTok o WhatsApp. Anche YouTube, video, tutorial, scene violente, modelli deviati, linguaggi aggressivi e contenuti che trasformano la prepotenza in spettacolo. Quando un ragazzo cresce dentro un ambiente digitale – sottolinea – senza adulti capaci di filtrare, spiegare e limitare, finisce per assorbire modelli in cui il rispetto non si conquista più con educazione e responsabilità, ma con paura, forza e dominio.

 

SONO GLI ADULTI AD AVER SEMINATO QUESTO RISULTATO

Per la pedagogista, il punto più scomodo è la responsabilità degli adulti. Famiglie che hanno smesso di educare, scuole indebolite, istituzioni spesso lente, norme percepite come inefficaci, comunità che intervengono solo dopo il fatto di cronaca. Non possiamo continuare a chiederci perché accade. Accade perché – aggiunge – per anni abbiamo lasciato crescere comportamenti aggressivi senza arginarli. Abbiamo confuso il disagio con l’alibi, la comprensione con la giustificazione, la fragilità con l’impunità.

 

IL FALLIMENTO EDUCATIVO COMINCIA QUANDO IL LIMITE SCOMPARE

Per la pedagogista da oltre vent’anni consulente per la crescita e la formazione della prima infanzia, molti comportamenti nascono quando il bambino non viene fermato davanti al primo gesto violento, quando il capriccio diventa comando, quando il genitore cede per stanchezza, quando la scuola non riesce più ad incidere, quando la regola viene aggirata invece che rispettata. l ragazzo che oggi cerca il branco spesso è stato un bambino al quale nessuno ha insegnato davvero che il limite esiste.

 

RENZO: FAMIGLIA, SCUOLA E ISTITUZIONI HANNO FALLITO INSIEME

Siamo ancora all’inizio. Se non cambiano le regole, se non cambia il ruolo degli adulti, se non cambia il modo in cui la società risponde alla violenza, continueremo a produrre ragazzi convinti che per essere rispettati bisogna fare paura. E quando una comunità arriva a questo punto – conclude Teresa Pia Renzo – non può più parlare solo di disagio giovanile. Deve avere il coraggio di parlare del proprio fallimento.

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