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La “ndrangata” del 1934: la sentenza che anticipò di decenni il riconoscimento della ’ndrangheta

La chiamarono “ndrangata” anziché ’ndrangheta, ma la sostanza non cambiava. Già nel 1934 la Corte d’Assise di Reggio Calabria certificava l’esistenza e l’operatività di un’organizzazione criminale identificata con quel nome, anticipando di molti decenni il riconoscimento giudiziario della mafia calabrese.

Quella sentenza, contrassegnata con il numero 11/34, rimase però dimenticata per oltre mezzo secolo negli archivi del Tribunale di Reggio Calabria. A riportarla alla luce, negli anni Dieci del Duemila, fu un pubblico ministero della Procura di Torino durante le indagini sulle infiltrazioni delle cosche calabresi nel Nord Italia. Il documento venne successivamente acquisito agli atti di importanti inchieste, tra cui “Minotauro” e “Colpo di Coda”, contribuendo a riscrivere una parte significativa della storia delle mafie italiane.

La scoperta avvenne quasi per caso. Nel corso di un’intercettazione, un indagato fece riferimento a una vicenda che aveva coinvolto il padre negli anni Trenta, al quale era stato revocato il porto d’armi. Su richiesta del pubblico ministero Roberto Sparagna, i Carabinieri di Chivasso verificarono l’esistenza di una vecchia condanna. Le successive ricerche portarono proprio alla storica sentenza reggina, il cui riferimento alla “ndrangata” era ormai caduto nell’oblio.

Il documento assume oggi un valore storico particolare perché smentisce, con quasi un secolo di anticipo, le tesi negazioniste che per lungo tempo hanno minimizzato o addirittura negato l’esistenza della ’ndrangheta.

Nelle motivazioni della sentenza si legge che un “sicario della ndrangata” avrebbe ucciso un rivale colpendolo con due bastonate, con l’aiuto di “due picciotti”. I giudici evidenziavano inoltre il ruolo della vittima, descritta come capo della malavita di Mosorrofa, che dopo aver conquistato il controllo delle attività di scarico delle merci dai piroscafi avrebbe imposto una sorta di pizzo di cinque lire a ogni scaricatore.

Un documento che, a distanza di oltre novant’anni, rappresenta una delle più antiche attestazioni giudiziarie dell’esistenza della ’ndrangheta e della sua struttura organizzativa nel territorio reggino.

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