di Valentina Mallamaci* – Il gesto più politico di ieri sera all’inedito appuntamento sul nuovo romanzo di Claudio Cordova “I padroni della ‘ndrangheta”, è arrivato ancor prima che qualcuno prendesse la parola. Accettando di sedersi uno di fronte all’altro, Claudio Cordova e Paolo Romeo, due nomi che questa città tiene da sempre su rive opposte del proprio racconto, hanno accettato la possibilità concreta di potersi smentire in diretta. Possibilità non comune a Reggio dove per lo più ci si evita con cura, si parla per interposta persona, si aspetta che siano i processi o altre voci a dire ciò che nessuno ha intenzione di dire guardando negli occhi la controparte. Da questo punto di vista, quelle due sedie affiancate sono state un’anomalia più eloquente di tutto il resto.
Ancor più significativo è che a concedere senza timore il luogo del confronto, il Lido Pepy’s, sia stato un imprenditore nel pieno della sua stagione turistica, nonostante l’imprenditoria reggina non tratti volentieri questi temi.
Un “VS” in locandina che non si è tradotto come ci si poteva aspettare in uno scontro tra buoni e cattivi con un vincitore da decretare a fine serata. È stato, ed è qui l’aspetto più dirompente, un confronto tra punti di vista diversi, condotto nel rispetto delle opinioni altrui, su questioni di cui in questa città da troppo tempo non si discute davvero, si allude solamente.
Per anni, come è stato detto, l’inchiesta ha fatto il suo mestiere accumulando nomi, date, atti, ricostruzioni, ha fatto emergere una verità giudiziaria. Ma accendere la luce non obbliga nessuno a guardare e, difatti, una comunità può convivere per anni con una stanza illuminata e lo sguardo altrove. Da qui la scelta del romanzo, definito “mosaico” da Paolo Romeo: rinunciare alla pretesa della prova per guadagnare quella del senso, dichiarare di essere racconto e chiedere di essere discusso come tale. È una scelta rischiosa e, proprio per questo, onesta. Perché c’è una fame di conoscenza e di cultura in questa città e il problema, adesso, non è più il libro ma l’uso che la comunità deciderà di farne.
Il che ci porta alla prima nota dolente. Gli impegni concomitanti sono l’alibi più antico del mondo e reggono finché non si nota che a mancare sono sempre gli stessi e sempre sugli stessi temi. La cittadinanza c’era e numerosa, ed è l’unica ad avere l’attenuante di non essere né pagata né mandata per occuparsi di queste cose. Mancava la classe politica, i neo-eletti in primis, quelli che per settimane hanno costruito comizi e post sulla legalità e che alla prima occasione in cui la legalità non era uno slogan ma una discussione difficile hanno avuto un impegno. Mancavano le classi dirigente, professionale, imprenditoriale, accademica, mancava il terzo settore, quel mondo che vive di reti, di protocolli d’intesa sulla cultura della legalità e che avrebbe potuto semplicemente ascoltare e confrontarsi. Ed è qui il vizio: si aspetta l’invito. Si aspetta il posto riservato e soprattutto il proprio turno al microfono da postare. Partecipare senza un ruolo assegnato non è previsto, perché il senso civico non è ancora una nostra sana abitudine!
Non bisognava esserci per il libro, sia chiaro: bisognava esserci perché si parlava della città, e chi si candida a rappresentarla dovrebbe considerare un obbligo, non un’opzione, sedersi dove la città viene messa a nudo. Dietro l’assenza c’è qualcosa di meno nobile della distrazione, ovvero la paura di esporsi su questi temi e di poter essere “collocati” da qualcuno. Si sceglie la via che non impegna, ormai così abituale da non far più reclamare nessuno. Razionale sul piano individuale, devastante su quello collettivo, motivo per cui il senso civico reale finisce sempre delegato a chiunque, purché non a chi lo invoca.
E poi mancavano i giovani ed è la nota più amara. Sono gli stessi che lamentano di non avere spazi, di non avere opportunità, di non essere ascoltati, di dover partire. Ieri sera c’era uno spazio libero, gratuito e senza filtri, su un tema decisivo ma anche per loro, associazioni, delegazioni, consulte, avranno prevalso i concomitanti impegni? Sono tutti neo-appassionati di pallavolo? O, peggio, già tutti impegnati a rifare le valige rassegnati?
In ogni caso, chi non si presenta dove si discute del proprio futuro perde, un pezzo alla volta, il diritto di lamentarsi che quel futuro venga deciso da altri. Bisogna dirlo onestamente senza sconti, soprattutto se chi scrive passa le giornate a sostenere che i talenti non mancano ma manca l’abitudine a considerarsi parte in causa. Rimandare è esattamente la strategia con cui le generazioni precedenti hanno consegnato questa città allo stato in cui i giovani la trovano oggi. E a chi si spende per aggregarli intorno ad “un’alternativa”, la domanda viene da sé: alternativa verso dove se si sceglie di non prendersi uno spazio in un dibattito simile?
Non è più tempo di “non è il contesto adatto” se si vogliono cambiare realmente le cose…
Ma veniamo al merito. Il libro non racconta solo la storia di alcune persone: racconta un sistema. L’Avv. Romeo ha utilizzato una metafora ricavata dalla “società liquida” di Bauman per distinguere il potere solido della ‘ndrangheta dai poteri liquidi che gli permettono di alimentarsi, quello istituzionale, economico, giuridico, mediatico, informatico. Mentre tutto intorno diventava fluido, mutevole, privo di forma stabile, l’unica struttura rimasta solida era (ed è?) quella criminale. Non un corpo estraneo che aggredisce dall’esterno, ma l’ossatura che ha continuato a tenere in piedi ciò che si liquefaceva.
Da questa lettura discende la domanda che ribalta trent’anni di discorso pubblico: in che misura conviene continuare a incidere soltanto sugli strumenti di contrasto e di repressione, e in che misura varrebbe invece la pena analizzare quei poteri che non sono riusciti, o non hanno voluto, limitare il proliferare di una società malata? Perché se la sola repressione fosse stata sufficiente, dopo decenni di processi avremmo un’altra città, come ha fatto emergere Cordova. Un’immagine circolata nel dibattito vale più di ogni analisi: si continua a curare con la medicina sbagliata, senza considerare che nel frattempo i farmaci avvelenano. E gli effetti collaterali li paga soprattutto chi non era malato: l’impresa sana che ha smesso di crescere per non doversi spiegare, il giovane che ha imparato a diffidare di ogni cosa pubblica, la comunità che ha finito per confondere il sospetto con il senso critico.
Ne discende anche un corollario, forse scomodo, chiaramente citato da Cordova: né il giornalismo né la magistratura possono funzionare come mitra orientati contro un nemico designato in partenza. Nel momento in cui lo diventano smettono di produrre conoscenza e producono schieramento e lo schieramento, qui, è precisamente ciò che ha consentito al sistema di durare, perché ogni volta ha permesso a metà città di sentirsi assolta dall’appartenenza all’altra metà.
Il passaggio più affilato della serata è però un altro: il rapporto tra verità storica e verità giudiziaria. Esiste una verità storica che resta tale anche in assenza di sentenze che la confermino, e vivere nella contrapposizione permanente tra le due non ci fa bene, perché l’atto giudiziario dovrebbe alimentare un discorso culturale, non sostituirlo. L’equivoco che Reggio ha usato per anni come scudo è esattamente questo secondo l’autore del romanzo: in assenza di provvedimenti giudiziari sono tutti presentabili. Non funziona così e i risultati sono sotto gli occhi di chiunque non li eviti di proposito. È il male del “così fan tutti”, quello di una città che ha imparato a strizzare l’occhio, a lasciare la porta socchiusa, a considerare la contiguità una forma di realismo e la prudenza una virtù. E sedersi a certi tavoli non è mai stato un caso, è sempre stata una scelta.
C’è una formula, rubata a Croce, che sintetizza tutto questo e che non si pronuncia volentieri: “perché non possiamo non dirci mafiosi”. Non è un’accusa ed è vile leggerla come tale; è la constatazione che una cultura ci attraversa tutti, che nominarla è il primo passo per contrastarla, e che chi si tiene fuori dalla frase per pudore si sta già tenendo fuori dal problema.
C’è poi un altro aspetto della serata particolarmente significativo. Più volte l’Avv. Paolo Romeo è stato invitato a scendere sul concreto da Cordova, a dire la sua ricetta. Ogni volta è rimasto sui sistemi alti e sulle architetture. Si può leggerla come prudenza oppure il cittadino medio non era l’interlocutore di quell’intervento. Il registro scelto, allusivo e categoriale, comprensibile solo a chi possiede già le chiavi, parlava a una cerchia più ristretta che lo decifra senza fatica. Gli altri sono tornati a casa con l’impressione di aver assistito a qualcosa di importante senza sapere esattamente a cosa. Perché non si confrontavano solo due visioni della città, si confrontavano due generazioni e due progetti opposti. Cordova parla in modo semplice e diretto per ribaltare il sistema, Romeo per garantirlo usa l’arte della retorica che quando è superlativa sminuisce più che contraddire frontalmente.
Il primo escamotage è parlare di espedienti narrativi, perché i fatti da mettere in un saggio non ci sarebbero. La finzione come scappatoia elegante per raccontare ciò che non esiste è un’inversione perfetta.
Il secondo è più raffinato e coincide ironicamente con il luogo comune più diffuso sui reggini che non sanno fare squadra. Dunque mai e poi mai esponenti di poteri diversi si siederebbero intorno allo stesso tavolo per decidere in anticipo le sorti della città. La nostra proverbiale incapacità di cooperare diventa la prova che quell’alleanza non c’è stata. E allora sì, abbiamo immaginato decenni di nomine che si incastravano da sole, di carriere decollate per pura simultaneità, di scelte che trovavano da sole il proprio destinatario. Se davvero qui nessuno sa fare squadra, dobbiamo concludere che questa città sia stata amministrata sempre da una serie di coincidenze straordinariamente disciplinate e che evidentemente in parecchi abbiamo abitato una dimensione parallela!
Il terzo ha riguardato la massoneria, restituita come una specie di circolo culturale tra i tanti, con tutto ciò che la storia ha narrato in materia ridotto a fantasia di qualche cronista sovreccitato. E qui non serve nemmeno replicare ma questo metodo volutamente arzigogolato che vuole ancora “incantare le scimmie”, davanti a una platea che legge, si informa e vuole risposte concrete, è un esercizio anacronistico. Si può essere d’accordo o meno con chi parla, ma non si può accettare di essere trattati come un uditorio sprovveduto da condurre, con l’eleganza del periodare, esattamente dove fa comodo. Mortificare la propria intelligenza è l’ultima cosa che questa città può permettersi: è già stata la sua condanna.
E qui va nominato un rischio che riguarda tutti noi, non solo i protagonisti del dibattito. Raccontare un sistema di potere attraverso figure romanzate finisce per conferire loro autorevolezza, e ridurlo a un elenco di mele marce che si confrontano a titolo personale lascia il cesto fuori dall’inquadratura. Il confronto andava fatto, Reggio ne ha bisogno, ma chi la governa ha il dovere di non lasciare che la potenza narrativa del personaggio si mangi la lettura del sistema. Un mosaico funziona finché si guardano tutte le tessere; illuminandone una sola, smette di essere tessera e diventa un ritratto d’autore appeso in salotto.
Il che mi porta alla battuta, che però è una battuta solo per metà. Se esistesse un termometro degli applausi, uno strumento capace di misurare non la cortesia ma l’adesione, avremmo finalmente un dato oggettivo e non sarebbe rincuorante! Gli applausi più convinti, quelli che partono prima della fine della frase, non sono andati dove il senso comune avrebbe previsto.
Sul resto è stato detto molto. Che la ‘ndrangheta è più potente e pericolosa delle altre mafie perché ha imparato prima a stare dentro i poteri anziché accanto e che altrove la criminalità organizzata non impedisce lo sviluppo mentre da noi è predatoria. Che è mancata la mobilitazione popolare che in altri territori ha liberato mercati, appalti, quartieri. Che il tessuto economico robusto non è uno scudo, esattamente come avere studiato non ha reso immuni interi settori professionali: è la forza culturale, non quella economica, ad arginare la criminalità, e chi ha creduto il contrario ha costruito ricchezza sopra una faglia. Che siamo Città metropolitana solo sulla carta e che una comunità capace di esprimere un solo ministro (Marco Minniti all’Interno) non può stupirsi di contare poco dove si decide. Che la Calabria è diventata laboratorio delle peggiori alleanze tra poteri diversi in virtù della sua perifericità, con una borghesia che si è venduta a una criminalità evoluta e ha chiamato quella vendita professione.
E, infine, il punto forse più fastidioso: sono sempre gli altri a parlare di noi, e lo fanno con un interesse che raramente coincide con il nostro. Ci siamo raccontati per decenni attraverso pagine scritte altrove e poi ci siamo indignati per il ritratto. Ma il ritratto ha attecchito perché lo abbiamo confermato: paranoici, invidiosi, incapaci di sopportare che al vicino vada bene, vizi che si dicono genetici, quando sono soltanto il prodotto di una scarsità organizzata da qualcun altro. Riprendersi la propria narrazione è un atto politico quanto una denuncia, e passa dai progetti visionari, da quelli che guardano oltre il mandato e oltre la stagione.
Bisogna smettere di aspettare l’eroe, ha sollecitato Cordova, che è la forma più elegante di deresponsabilizzazione che abbiamo inventato, smettere di essere sudditi e cominciare ad essere cittadini attivi, perché se il fronte è comune nessuno è più un bersaglio.
L’auspicio, allora, è che questo confronto non resti un episodio isolato da ricordare ma il primo appuntamento di una stagione diversa, in cui non si possa più dire con tono sfottente se non dispregiativo “chisti simu”!
*Giovane ricercatrice e imprenditrice reggina
