“Io penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura” - Fabrizio De Andrè
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La Calabria (tra parentesi)

di Mariagrazia Costantino* – Quando il Sud è colpito da calamità naturali o da qualsiasi altra calamità, della Calabria si tace. Non in modo incidentale. Non per dimenticanza o razzismo.

Si tace in modo programmatico. Tacciono i calabresi e tace l’Italia sui calabresi. Perché la Calabria al massimo è il luogo dove si va in vacanza. Dove ti trattano bene (ma solo se sei di fuori). Dove i servizi sono così così ma vuoi mettere i prezzi?

Anche la Calabria è stata colpita dal ciclone Harry, ma sembra che molti non ci abbiano fatto caso. Certo Harry (il nome mi farà sempre pensare al figlio piccolo di Lady D, che in effetti un po’ burrascoso è sempre stato) non ha provocato danni ingenti come nella Sicilia orientale, ma si è abbattuto violentemente anche qui, soprattutto lungo le coste ioniche. Eppure non ho letto di proteste. Sulle testate nazionali e sulle piattaforme social non si parla degli effetti di Harry in Calabria. Ma soprattutto non ne parlano i calabresi. Occhiuto certo si è fatto sentire. Ne ha cantate quattro al Governo (ha detto che i soldi stanziati non bastano).

Sembra che persino le testate straniere si siano occupate più della Sicilia di quanto l’Italia abbia fatto della Calabria. Ma i siciliani sono chiacchieroni, si sa. Amano stare al centro dell’attenzione. Come nel ’92, quando hanno fatto tutto quel “bordello” per due magistrati ammazzati. No, il calabrese è discreto. È sobrio, come ha detto una volta Klaus Davi in un’intervista, riferendosi agli abitanti di San Luca. Mi colpirono le parole e il tono, perché sembrava parlasse di una minoranza etnica in qualche luogo remoto della terra, e non di italiani come lui.

Ma sono davvero italiani i calabresi? Qualcuno ha parlato della Calabria come della “terza isola”: io a volte mi chiedo se non sia proprio un altro pianeta.

La Calabria forse è davvero una faccenda tribale. In questo senso persino l’Indonesia di novanta anni fa descritta da Margaret Mead sembra avere più contatti con il resto del mondo. La Calabria, e la provincia di Reggio Calabria in modo precipuo, sono più simili alle isole North Sentinel nell’Arcipelago delle Andamane, casa dei sentinelesi, la tribù che vive di caccia e raccolta nell’isolamento più totale. Da migliaia di anni. Ogni tanto cacciano anche gli sventurati missionari, perché a differenza dell’occidentale medio sanno, pur nella loro dimensione astorica e primitiva, che l’uomo moderno porta malattie per cui loro non hanno anticorpi e tantomeno cure. Anche alla Calabria mancano gli anticorpi (quelli della legalità e della verità); e come il sentinelese anche il calabrese non vuole farsi contaminare.

La Calabria è così oscura e impervia che gli studi di De Martino sulle usanze e i riti dei minuscoli paesi sono ancora perfettamente attuali. Tutto ciò è molto bello per chi li studia, meno bello per chi in quei paesini vive, perché di quella che De Martino una volta chiamava “magia” oggi è rimasta quasi solo la dimensione violenta e abusante. Con sparute eccezioni.

Eccezioni che sembrano essere al centro della ricerca di Vito Teti. E sulla calamità abbattutasi sul paese arbëreshë di Cavallerizzo (Cosenza) – molto simile a quella che ha colpito Niscemi in questi giorni – l’illustre antropologo calabrese ha scritto il bellissimo Il Risveglio del Drago.

Teti è famoso anche per aver coniato la nozione di “restanza”, un concetto accessibile e affascinante, seppur a mio avviso parziale. D’altra parte parziale per vocazione è la ricerca antropologica, che si sofferma sulle eccezioni e per la quale il quadro generale non ha molto senso. O meglio, ce l’ha ma è un senso assediato: dalla politica e da chiunque sia incaricato di fabbricare narrazioni. Insomma assediato dalla Storia.

L’abitante delle isole North Sentinel, proprio come il calabrese “generico”, non si chiede perché resta: semplicemente, sta lì perché è quello il suo posto. E se e quando va via, non è più calabrese, perché la sua identità legata a questa terra è incompatibile con quello che c’è fuori. Questo spiega anche perché così tanti calabresi stanno male fuori dalla Calabria e spesso decidono di tornare da mammà.

A pensarci bene, è dal 1972 che della Provincia di Reggio Calabria si parla poco, con l’eccezione della lunga e lugubre stagione dei sequestri. Si parla poco anche di Brescia o Savona (anche in quel caso i motivi affondano nei favolosi Anni di Piombo), ma Reggio sembra proprio materiale radioattivo da maneggiare con cautela.

Non pensiate che la Calabria sia vittima di oblio. È la Calabria stessa – o meglio chi ne controlla lo “storytelling” – a voler essere dimenticata, perché ogni pubblicità è cattiva pubblicità. Bisogna evitare i riflettori, anche quando la gente muore; anche se questo fa morire la gente. Ma chi è che vuole tutto questo? Di certo non i calabresi per bene, ormai una risibile minoranza annichilita e ammutolita.

È la Calabria peggiore a chiedere, anzi pretendere di essere omessa; quella delle ‘ndrine che ormai hanno in mano tutto, storytelling compreso. Quella che è pascolo di chi fa il suo safari altrove (se il pascolo si allaga non è un problema grave). Così le infrastrutture sono cadenti perché non si raggiunge un accordo con le cosche; l’imprenditoria inesistente perché niente qui è veramente tuo, nemmeno quello che hai guadagnato con i sacrifici e il sudore della fronte.

Si fanno tre passi avanti e quattro indietro: nel frattempo sempre meno persone si possono permettere il lusso di restare.

*Sinologa e docente universitaria. Ha un Master e Dottorato in Cinema e scrive di Global Media e Geopolitica

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