Il nuovo libro di Miguel Gotor ricostruisce l’omicidio del presidente della Regione Siciliana e lo mette in relazione con le stragi di Ustica e Bologna, sullo sfondo di una guerra fredda che decideva il destino dell’Italia Il 6 gennaio 1980, mentre si recava a messa a Palermo, Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana ed erede politico di Aldo Moro, veniva assassinato. A distanza di oltre quarant’anni, la sua morte resta una ferita aperta nella storia repubblicana: un caso giudiziario ancora in evoluzione, con i mandanti mafiosi condannati ma gli esecutori materiali ancora senza nome, e un’inchiesta riaperta che nel 2026 continua a cercare risposte. È in questo vuoto che si inserisce il lavoro dello storico Miguel Gotor, che al Trame Festival di Lamezia Terme presenterà il suo ultimo libro, L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980), pubblicato da Einaudi. Gotor non si limita a ricostruire un delitto: compie un viaggio nelle stratificazioni del potere italiano, mettendo in luce quelli che Giovanni Falcone definiva «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia e apparati deviati dello Stato. Il punto di partenza è una relazione chiave. Nel 1989, il magistrato Loris D’Ambrosio – che aveva ereditato le inchieste sul neofascismo romano dopo l’uccisione dei procuratori Occorsio e Amato – consegnò a Falcone 400 pagine rimaste segretate per trent’anni. La sua conclusione era netta: l’omicidio Mattarella non è un omicidio mafioso, ma «un omicidio di politica mafiosa», un’azione in cui «si vede con chiarezza l’energia, la forza, la presenza dell’antistato». Gotor, che ha dedicato il suo libro a D’Ambrosio, parte da questa intuizione per allargare lo sguardo al contesto internazionale e ai rapporti di forza che resero possibile quel crimine. Cosa significa «politica mafiosa»? Per Gotor non si tratta di una contraddizione, ma di una sintesi. La pista mafiosa e quella neofascista non si escludono: si integrano. Lo dimostra il fatto che i nuovi indagati per l’esecuzione materiale del delitto, i boss Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese, non sono solo mafiosi, ma anche noti neofascisti, già coinvolti in precedenti tentativi golpisti. I legami logistici e organizzativi tra Cosa Nostra e l’eversione nera affondano le radici in una storia lunga, che da Portella della Ginestra arriva fino a Capaci. Ma Gotor va oltre. Nel suo libro, l’omicidio Mattarella è messo in relazione con gli altri due grandi traumi del 1980: la strage di Ustica (giugno) e la strage di Bologna (agosto). Sullo sfondo, un cambio di scenario epocale: la decisione degli Stati Uniti e della NATO di installare in Sicilia i missili Cruise, in funzione antisovietica e antilibica. È in questo crocevia – tra guerra fredda, interessi atlantici, affari e strategie di destabilizzazione – che, secondo Gotor, va cercato il senso profondo dell’uccisione di Mattarella. Il libro, però, non è solo un’inchiesta sul passato. Gotor è esplicito: «Non c’è nessun libro di storia che non si scriva disperatamente con le unghie infilate nel presente». La sua domanda è politica e attuale: perché in Italia, a cinquant’anni dai fatti, la magistratura indaga ancora su decine di eventi degli anni Settanta e Ottanta, mentre in Francia, Germania o Spagna il passato è stato affidato alla storia? «Questa penalizzazione del passato», sostiene Gotor, «condiziona l’opinione pubblica, la fiducia tra cittadini e istituzioni e persino il mestiere dello storico». Ecco allora il senso del suo lavoro: non attendere che la verità giudiziaria si pronunci per scrivere la storia. Lo storico, a differenza del giudice, non deve giudicare né è vincolato ai tempi processuali. Il suo compito è comprendere, ricostruire contesti, tessere relazioni – anche internazionali – che la giurisdizione, per sua natura nazionale, non può sempre intercettare. Come ha ricordato Gotor nel suo intervento, tra il medico e lo storico esiste un’analogia profonda: «Lo storico si comporta rispetto al corpo sociale come un medico si comporta rispetto a un corpo fisico». La memoria serve a picchettare le ferite, ma a volte bisogna incidere in profondità, come con un bisturi, per ripulire il tessuto infetto. Ed è quello che lui ha cercato di fare. Trame con il suo tema di quest’anno «Terra e Libertà», è la cornice ideale per questo confronto. Perché il libro di Gotor parla a un’Italia che ancora oggi, nel 2026, appare a molti «lacerata e smarrita», immersa in una crisi della democrazia rappresentativa che attraversa tutto l’Occidente. Raccontare l’assassinio di Mattarella, le sue connessioni con Ustica e Bologna, con la P2 e la guerra fredda, significa interrogarsi su come si è costruito il presente e su quali ombre – ancora non dissolte – continuino a pesare sul nostro futuro.