“Ogni falsità è una maschera, e per quanto la maschera sia ben fatta, si arriva sempre, con un po' di attenzione, a distinguerla dal volto” - Alexandre Dumas - “I tre moschettieri”
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Oggi come allora, la notte esige

di Alfredo Muscatello – Ieri sera guardavo La Torre di Babele di Corrado Augias. Si parlava di scuola. Gli ospiti, almeno per me, erano disposti secondo una specie di crescendo, Giovanni Floris, Umberto Galimberti, Roberto Vecchioni.
Da grandi a sacri.
Floris con quella capacità di osservare i fenomeni e smontarli fino a mostrarne il meccanismo. Galimberti come una roccia che affronta il sole, non sembra avere bisogno di ripararsi dalle conseguenze di quello che pensa. Dice, afferma e nella fermezza di una mente che ha attraversato abbastanza conoscenza da non aver più bisogno di compiacere, certe cose improvvisamente sembrano persino semplici.
Poi Vecchioni, arriva con un libro di poesie che Augias, a un certo punto, definisce un capolavoro, cazzo e se lo dice lui… Parlavano dell’importanza della scuola nella costruzione di una società e, ascoltandoli, pensavo a quanto sembri naturale comprenderlo quando ormai dalla scuola siamo lontani.
Molto meno quando ci siamo dentro. Perché a scuola non impariamo soltanto le cose, sperimentiamo, il successo, il fallimento, l’autorevolezza, l’ingiustizia. Incontriamo persone che ci somigliano e altre che detestiamo. Scopriamo che esiste qualcuno più bravo di noi e qualcuno che ha bisogno del nostro aiuto. Impariamo a parlare, qualche volta a tacere. Ci innamoriamo, veniamo esclusi, escludiamo, disobbediamo e nel frattempo, quasi accidentalmente, studiamo.
La conoscenza e l’esperienza procedono insieme e lentamente danno spessore all’essere umano. Io l’importanza della scuola l’ho capita dopo.
Fino alle medie ero quello da dieci. Poi ho scoperto che fuori dai libri esisteva un universo parallelo decisamente interessante e il mio rendimento ha cominciato ad assomigliare alla vita: molto meno lineare. Ero molto bravo nelle materie che amavo e riuscivo a non capire quasi niente di matematica con una dedizione sorprendente, ho studiato da geometra e ho fatto quel lavoro, anche molto, e con soddisfazione. Poi negli anni ho cominciato a chiedermi cosa sarebbe successo se avessi saputo allora quello che avrei scoperto di me dopo.
Forse avrei scelto studi classici o forse avrei studiato letteratura. Forse avrei seguito quella cosa che molti anni più tardi avrei riconosciuto come una delle mie passioni più profonde, scrivere. Ma il tempo ha uno strano modo di rimettere ordine nelle cose, sembra retorica ma non lo è… Quella voglia di approfondire che non avevo ancora saputo chiamare studio è diventata curiosità, poi sedimentata in sguardo e lo sguardo, fotografia.
E allora oggi non sono più così sicuro che avrei voluto cambiare strada. Forse è stato bello anche così, perché persino ciò che apparentemente ci allontana da quello che saremo partecipa alla sua costruzione. Per me è proprio per questo che la scuola ha una responsabilità immensa.
Perché non dovrebbe avere il compito di indovinare quale mestiere farà un ragazzo ma dovrebbe dargli abbastanza strumenti perché un giorno possa capire chi è, persino quando diventerà qualcosa che a sedici anni non aveva ancora immaginato. Invece abbiamo progressivamente cominciato a chiedere alla scuola quanto sia utile. A cosa?
Al lavoro, alla produzione, alle aziende, al mercato?
Abbiamo sostituito alla domanda «che uomo stiamo formando?» una domanda apparentemente più concreta: «a cosa servirà?».
È un cambiamento enorme, sostanziale e non riguarda soltanto la scuola, riguarda l’idea di uomo che abbiamo deciso di costruire. La politica asseconda sempre più spesso necessità commerciali da risolvere, competenze immediatamente spendibili, risposte misurabili. Come se la funzione pubblica dell’istruzione dovesse progressivamente trasformarsi nel compromesso strategico tra una domanda privata e un’offerta formativa.
Ma una società non può limitarsi a produrre lavoratori adeguati alle necessità del proprio tempo, deve produrre uomini capaci di comprenderlo. Perché un essere umano profondo è persino un pessimo consumatore.
Ha memoria, confronta, dubita, conosce il valore delle cose e qualche volta scopre di non averne bisogno. Un uomo vuoto, invece, è straordinariamente semplice da riempire.
Gli si costruisce una necessità e subito dopo gli si propone l’offerta speciale. Forse è anche per questo che continuo a scrivere. Scrivo soprattutto la notte.
Ho cominciato più o meno venticinque  anni fa. Mandavo poesie via SMS alla ragazza di allora. C’erano centosessanta caratteri, credo. Bisognava scegliere le parole perché costavano spazio e denaro. Anche quella era una scuola.
Continuo a farlo perché continuo a pensare che siamo esseri complessi e che ci illuminiamo ogni volta che riusciamo a dire di noi qualcosa che non sapevamo ancora, che resiste all’idea contemporanea di un uomo progressivamente più semplice, più prevedibile, più vuoto, un  contenitore perfetto per bisogni che qualcun altro provvederà a inventare e invece dentro continuiamo ad avere un casino meraviglioso.
Desideri, fallimenti, libri dimenticati, persone perdute, fotografie, errori, canzoni imparate quarant’anni fa, frasi comprese vent’anni dopo averle ascoltate. Conoscenze lontanissime che una sera improvvisamente si toccano.
Una sinapsi, qualcosa diventa chiaro, a volte sorprendentemente chiaro, per questo oggi come allora, la notte esige.
Ballata di una vita fin qui
Quello che prima era prospettico, potenziale e possibile si è trasformato in parte in esperienza, in parte in ricordo e ancora in situazioni mai vissute.
La maturità di chi ha saputo imparare salva il salvabile e ci disegna al mondo a volte bellissimi, altre semplicemente presenti, altre ancora, seppure fortunatamente poche, comparse.
Centellino presenze come dono, come sintesi di qualcosa capace ancora di lasciare spazi tridimensionali, potenziali possibili.
A volte compresso e inefficace.
Altre, tigre.
Eppure, ancora ci credo.
Il pensiero nutrito dal pensiero.
Sinapsi.
Conclusioni bellissime svelate dall’incontro di conoscenze lontane fra loro rendono merito e abbracciano più forte la fonte.
Fino alle lacrime.
Siamo esseri che danzano al fuoco.
Animali bellissimi vestiti di voglie, desideri e povertà, che ogni tanto si ritrovano ricordando la differenza tra l’effimero e il necessario.
E che a entrambi riescono a dare forma e dimensione soltanto attraverso la creazione
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