Dagli incendi contro mezzi della Polizia locale al progetto, poi abbandonato, di colpire un carabiniere. Francesco Bellusci ha continuato davanti al Tribunale di Milano il suo lungo racconto dall’interno degli ambienti criminali al centro del maxi processo Hydra, ricostruendo episodi, gerarchie e modalità operative che, secondo la sua testimonianza, caratterizzavano la ’ndrangheta radicata in Lombardia.
Il collaboratore di giustizia è stato ascoltato dai giudici dell’ottava sezione penale nell’ambito del procedimento che vede 45 imputati e riguarda la presunta alleanza tra esponenti di ’ndrangheta, Cosa Nostra e camorra per la gestione di affari illeciti sul territorio lombardo.
Rispondendo alle domande dei pm della Dda di Milano Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, Bellusci ha riferito anche di un episodio risalente al 2014. «Ho bruciato due auto della Polizia locale», ha raccontato, spiegando che avrebbe agito perché «c’era un comandante che voleva indagare su di me». Prima di entrare in azione, ha aggiunto, avrebbe chiesto l’autorizzazione a Giacomo Cristello, indicato dal collaboratore come suo referente.
Bellusci ha poi raccontato di avere pensato anche a un’azione contro un carabiniere che, a suo dire, rappresentava un ostacolo alle attività del gruppo. In quel caso, però, Cristello lo avrebbe fermato. «Mi disse di non fare nulla, altrimenti creavo un casino, quando volevo sparare a un carabiniere che mi dava sempre fastidio», ha dichiarato in aula.
Il collaboratore, già condannato a 4 anni e 6 mesi nel troncone celebrato con rito abbreviato, ha riferito di essere stato formalmente affiliato nel 2017 alla locale di ’ndrangheta di Lonate Pozzolo, nel Varesotto. La sua vicinanza agli ambienti criminali, ha sostenuto, sarebbe però iniziata prima.
«Io anche prima dell’affiliazione mi ero messo a disposizione e alimentavo il sistema mafioso», ha affermato. Nel corso della deposizione ha parlato anche della disponibilità di armi, sostenendo che «le armi le prendevamo in una armeria a Cuggiono».
Una parte della testimonianza si è concentrata proprio su Giacomo Cristello, già giudicato nel procedimento abbreviato. Bellusci gli ha attribuito un ruolo di rilievo nelle dinamiche interne del gruppo e ha riferito una frase che gli avrebbe sentito pronunciare: «Tutti devono tremare e capire chi sono».
Nel racconto del collaboratore sono entrate anche le procedure utilizzate per tenere traccia degli uomini inseriti nell’organizzazione. Secondo Bellusci esisteva una sorta di registrazione delle nuove adesioni. Cristello, ha spiegato, «prendeva carta e penna e se le segnava su un biglietto».
Bellusci ha descritto inoltre le regole che, secondo la sua esperienza, disciplinavano la permanenza nell’organizzazione. «Dalla ’ndrangheta si esce con la morte o con la collaborazione», ha dichiarato, aggiungendo che per gli affiliati anziani o malati sarebbe invece esistita la possibilità di chiedere l’autorizzazione a ritirarsi «in buon ordine» mantenendo lo status di «uomo onorato».
La deposizione si inserisce in uno dei passaggi centrali del processo Hydra, nato dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano sul cosiddetto “sistema mafioso lombardo”, nel quale l’accusa ricostruisce rapporti e interessi condivisi tra soggetti riconducibili a differenti organizzazioni criminali.
Nei prossimi giorni è previsto inoltre il deposito di un’annotazione investigativa contenente i riscontri alle dichiarazioni rese dal collaboratore, compresi alcuni aspetti relativi ai rapporti con esponenti della politica. Le affermazioni di Bellusci su questo fronte restano oggetto delle verifiche investigative e processuali.
