di Vitaliano Fiorentino* – La mappa della città di Catanzaro mete in luce una profonda lacerazione del tessuto urbano. Essa è
caratterizzata da uno sviluppo a macchia d’olio, dove le varie zone non dialogano tra loro, privando
la Città di un perfetto mix funzionale. Sono tanti territori incastonati in uno più vasto, ma “staccati
l’uno dall’altro”. Chiunque attraversi corso Mazzini in un qualsiasi pomeriggio, avverte una
atmosfera insolita, interrotta dal rumore delle auto in transito, dai passi dei pochi pedoni, e più
romanticamente dal vento che sibila tra gli angoli dei palazzi .… Questo fenomeno di bassissimo
flusso pedonale, non è determinato solamente dalla crisi economica che assale il mezzogiorno, ma
da uno ancora più profondo. Dal punto di vista della psicologia territoriale, il capoluogo della
Calabria soffre da decenni di una sindrome di “disconnessione socio-spaziale” o per dirla meglio dieuna perdita di identità urbana. Gli abitanti, con qualche anno sulle spalle, continuano a cercare i
vecchi luoghi di aggregazione mentre il centro storico percepisce ancora l’impulso delle sue
funzioni vitali : la politica, la università, la sanità, ma queste funzioni sono state amputate
fisicamente e trapiantate altrove. Il simulacro esterno della Città resta, ma la sua anima relazionale e
il suo motore si sono smaterializzati. Si sono trasferiti nella valle del Quartiere Germaneto e nei
Quartieri marinari, lasciando il nucleo originario in uno stato di crisi di identità urbana, per cui la
Città perde il legame con la propria storia!! La frammentazione degli spazi urbani iniziata intorno
agli anni 90 ha generato quello che la Criminologia Ambientale definisce “l’erosione del controllo
sociale informale”. Questa disgregazione ha causato sia una perdita di autorevolezza delle
Istituzioni, che il controllo che facevano, naturalmente, i cittadini favorendo l’ aumento della
microcriminalità. Quando la Cittadella Regionale, il Policlinico Universitario con tutti i
Dipartimenti della Università Magna Grecia ed anche la Stazione ferroviaria sono stati dislocati
fuori dalle mura storiche, non si sono spostati solo fogli, registri, cattedre, binari, ma si è
prosciugato il flusso umano quotidiano! Secondo la rinomata “teoria delle finestre rotte” dei
Criminologi Wilson e Kelling, il progressivo abbandono degli spazi pubblici lancia un potente
segnale psicologico: qui nessuno vigila! La chiusura delle serrande storiche su Corso Mazzini, (allo
stato attuale se ne contano oltre quaranta), e la desertificazione serale delle vie, hanno
progressivamente eliminato “gli occhi sulla strada”, ovvero quella rete invisibile di sicurezza
naturale garantita da passanti, commercianti e residenti. Lo spazio pubblico, privato della sua
funzione aggregativa, cessa di essere percepito come un bene collettivo da proteggere e si
trasforma, nella psiche dei cittadini in terra di nessuno. Il vandalismo o la microcriminalità che ne
conseguono non sono la causa del declino, ma il grave sintomo di questa rinuncia territoriale. Ma se
il centro storico sperimenta il trauma dello svuotamento, la periferia vive il dramma della
frammentazione e della “anomia sociale” un costrutto sociologico che indica l’assenza delle norme
che regolano la società. Questo vuoto crea un grande disorientamento e la perdita di qualsiasi punto
di riferimento. Quartieri come Pistoia, Aranceto, concepiti prima come satelliti residenziali,
scollegati dal cuore della città, si sono trasformati, così come enuncia la filosofia Leibniziana, in
monadi isolate: unità semplici, indivisibili ma chiuse in se stesse. La psicologia sociale insegna che l’isolamento geografico amplifica la percezione della marginalità. La mancanza di collegamenti tra
Quartieri non limita solamente gli spostamenti delle persone, ma crea una profonda frattura
psicologica nella percezione di appartenenza alla Città. Quando le Istituzioni arretrano, lasciando
intere aree prive di presidi culturali, sportivi, di aggregazione sana, si crea il vuoto pneumatico. E’
in questo spazio d’ombra che la devianza giovanile e la criminalità locale trovano la loro massima
efficacia, perché è in questo spazio che gruppi di potere criminali, offrono assistenza immediata,
lavoro nero, protezione, creando quindi un distorto senso di appartenenza ad un welfare sostitutivo
ma assolutamente illegale!! Se andiamo poi ad esaminare il Polo Universitario del Quartiere
Germaneto, ci rendiamo conto di come la struttura dal punto di vista psicologico si configura come
“gated community”: un complesso residenziale fortificato, autosufficiente, ma totalmente avulso al
resto del territorio. Migliaia di studenti frequentano le aule, ma non vivono la Città. Si spostano su
diretrici diverse senza mai lambire il tessuto sociale del capoluogo. Questo isolamento logistico
costituisce una barriera che impedisce la contaminazione culturale positiva e blocca sul nascere il
ricambio generazionale, condannando il Centro storico allo spopolamento. Il vero pericolo che la
Città corre, dopo trent’anni di questa dinamica non è solamente il deficit economico, ma una
patologia sociale definita: impotenza appresa. Di fronte così, ad un lento declino, strutturale ed
inarrestabile, la popolazione sviluppa una forma di rassegnazione coatta, e si convince che non ha
più controllo sulla propria vita. Il cervello smette di credere che le cose possano cambiare. Il
disinvestimento ed il disamore emotivo verso la propria città diventa dunque una strategia di difesa
psicologica per evitare la frustrazione! La sfida verso il futuro non si gioca solo sui tavoli
dell’architettura o del bilancio comunale, ma sulla capacità di avviare una profonda rigenerazione
psicosociale. Ricucire una “Città-Arcipelago”, come viene definita dalla scienza Urbanistica,
richiede interventi di CPTED (Crime Prevention Through Environmental Design) – Prevenzione
della criminalità attraverso la progettazione ambientale: riprogettare spazi urbani che riducano
l’isolamento, incentivare la presenza degli studenti nel centro storico e restituire ai Cittadini il
diritto psicologico di sentirsi parte di una comunità unita e non frammentata. Solo curando
l’ecosistema cognitivo del territorio si potrà evitare che il capoluogo diventi, – (e qui rubiamo una
celeberrima frase usata in altro contesto da Von Meternich, potentissimo diplomatico austriaco dell’ottocento), – una mera espressione geografica!!!
*Criminologo Dott. Vitaliano Fiorentino (Mov. Nuova Genesi)
