“Il tema del lavoro povero negli appalti pubblici è reale, concreto e non può essere liquidato come propaganda. In molti settori dei servizi esternalizzati – dall’assistenza educativa alla pulizia, dalla vigilanza ai servizi sociali – le condizioni di lavoro sono spesso il risultato di un equilibrio fragile, dove il ribasso dei costi finisce per riflettersi sui salari, sugli orari e sulla stabilità occupazionale. In questo senso, la proposta avanzata da Saverio Pazzano intercetta una sensibilità diffusa e una domanda di giustizia sociale che non può essere ignorata.
Tuttavia, quando si entra nel terreno delle politiche pubbliche, soprattutto a livello comunale, è necessario distinguere con chiarezza tra ciò che è già previsto dall’ordinamento e ciò che rappresenta una reale innovazione amministrativa. Il rischio, altrimenti, è quello di sovrapporre annunci politici a strumenti normativi già esistenti, producendo più confusione che risultati.
Il Codice dei contratti pubblici (d.lgs. 36/2023) ha rafforzato in modo significativo le tutele del lavoro negli appalti. Oggi le stazioni appaltanti sono obbligate ad applicare il contratto collettivo nazionale di settore più rappresentativo, a non consentire ribassi sul costo della manodopera, a verificare la congruità dell’offerta e a inserire clausole sociali nei servizi ad alta intensità di lavoro. In questo quadro, negli appalti pubblici un “salario minimo” esiste già, non come cifra simbolica o slogan, ma come salario contrattuale inderogabile.
Il problema, dunque, non è l’assenza di norme, ma la qualità della loro applicazione. È nelle basi d’asta sottostimate, nei controlli deboli, nelle proroghe tecniche reiterate, nell’uso disinvolto del criterio del massimo ribasso che si annida il lavoro povero. È lì che si consuma la distanza tra il diritto scritto e la realtà vissuta da lavoratrici e lavoratori.
In questo contesto, la proposta di un salario minimo comunale può avere senso solo se viene chiarita fino in fondo la sua natura. Se essa intende rafforzare l’impegno dell’Amministrazione a costruire bandi coerenti con i costi reali del lavoro, a vigilare sull’esecuzione dei contratti e a non considerare il prezzo come l’unico criterio decisionale, allora si colloca pienamente nel solco delle responsabilità comunali ed è una battaglia condivisibile. Se invece si traduce nell’introduzione di una soglia salariale ulteriore, sganciata dai contratti collettivi, si entra in un terreno giuridicamente delicato, che richiede coperture finanziarie, motivazioni tecniche puntuali e una valutazione attenta dei possibili contenziosi.
La vera sfida, oggi, non è inventare nuovi principi, ma rafforzare la capacità amministrativa degli enti locali. Un Comune incide sulle condizioni di lavoro non tanto con proclami, quanto con bandi seri, controlli effettivi, tempi di pagamento certi e una gestione degli appalti che non scarichi sistematicamente sui lavoratori le inefficienze della macchina pubblica.
Il lavoro povero non si combatte solo dichiarando da che parte si sta, ma assumendosi fino in fondo la responsabilità di governare i processi. È su questo terreno, più faticoso ma decisivo, che si misura la credibilità di una politica che voglia davvero stare dalla parte di chi lavora, evitando che temi giusti si trasformino in bandiere simboliche prive di effetti strutturali”.
Così in una nota Enzo Cuzzola.
