“Si è sempre responsabili di quello che non si è saputo evitare” - Jean-Paul Sartre
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Ci sono Cicloni e cicloni

di Claudio Cordova – La piena è passata. La marea si è ritirata. Ma chi se n’è accorto? I tanti che hanno visto travolte le proprie auto, che hanno visto l’acqua a pochi metri dalle proprie case, coloro che sono stati sfiorati dai rami strappati via. E poi i vigili del fuoco e le forze dell’ordine, la Protezione civile. Chiunque sia dovuto intervenire per prevenire il disastro o porvi rimedio. E poi? Pochi altri.

Il Ciclone Harry sembra aver deciso di dar tregua al Sud e alla Calabria. Tante le aree della regione, soprattutto lungo il versante jonico, dove la conta dei danni è ancora in corso ed è ingente.

Di tutto questo, però, parliamo solo noi. Solo noi sui giornali, sui siti, su social. Al telefono con qualche amico o amica che vive lontano. Il maltempo che ha flagellato il Meridione negli ultimi giorni è cosa solo nostra. Non si può nemmeno dire che la notizia sia scomparsa dagli organi di stampa nazionali. Perché, di fatto, non è mai apparsa. Poco o nulla sui tg, notizie in fondo alla pagina sui siti internet. Dopo gli articoli sullo spettacolo.

Ciò che succede al Sud, ciò che succede in Calabria, non è uno “spettacolo”.

Non è stato maltempo da poco. In alcune zone, il mare ha tirato giù pezzi di lungomare. Pensate se fosse successo a Rimini. Se la stessa situazione si fosse verificata a Brescia, Treviso, Pistoia, Pesaro, Frosinone e via discorrendo, tutto sarebbe diventato un caso. Un caso nazionale. Si parla di maltempo, ma lo stesso vale per notizie di impatto anche superiore sotto il profilo culturale, sia dal taglio positivo, che negativo.

Andrebbe fatto un sondaggio: andrebbe chiesto a un qualsiasi abitante da Roma in su se sia a conoscenza del maltempo che ha flagellato la Calabria negli ultimi giorni. La risposta sarebbe pressoché scontata.

La Calabria è invisibile agli occhi del Paese.

Sia nei casi in cui (raramente) fa parlare bene di sé. Sia quando si parla di femminicidi, di criminalità organizzata, di emergenze varie, che vanno a impattare sulla vita politica, economica e sociale dei cittadini. Un territorio a perdere, di cui non importa nulla. Irrilevante. Perché povero, perché elegge pochi parlamentari (e quei pochi di livello infimo), perché legge poco. Perché ha smesso di avere al proprio interno cittadini e ha iniziato, già da parecchio, ad avere sudditi.

Una classe di intellettuali – se così può essere definita – che pensa solo a compiacere i propri padroni politici ed economici, a colpire, spesso artatamente, i propri nemici. A vendere qualche copia di qualche libercolo. Quando, invece, un intellettuale, per definirsi tale, non dovrebbe avere una laurea o scrivere più o meno bene. Ma incidere sulla vita del territorio dove è nato, dove vive. Con la parola, con la scrittura, con le immagini, con l’arte, con la musica.

Il Dispaccio, tra pochi mesi, compirà quattordici anni di vita. E fin da quell’aprile del 2012, insiste su un punto: la Calabria potrà fare dei passi in avanti, sotto qualsiasi punto di vista, solo e soltanto quando sarà diventata un caso nazionale. Fin quando di ‘ndrangheta, di violenza sulle donne, di povertà, di isolamento, di maltempo, si parlerà solo tra queste quattro mura, “ce la canteremo e ce la suoneremo da soli”. Beandoci, quando la marea si sarà ritirata totalmente, di quanto bello sia il nostro clima, dei nostri paesaggi del bergamotto e di tutte quelle menzogne che alimentano lo spirito da mitomane, tipicamente meridionale e calabrese.

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