Se davanti al fuoco non cerchi l’uscita ma accendi la fotocamera, il problema non è la tecnologia. È l’educazione. Se in un momento di pericolo la priorità diventa riprendere, condividere, ottenere visibilità, allora qualcosa si è spezzato prima, molto prima. Non è istinto, non è leggerezza: è una gerarchia dei valori completamente rovesciata.
Ed è su questo che, come adulti e come comunità educante, dobbiamo fermarci senza alibi.
A PARLARE È LA PEDAGOGIA, NON LA CRONACA
A sollevare una riflessione che, partendo dalla tragedia di Crans-Montana dove hanno perso la vita 40 ragazzi e ne sono rimasti feriti altri 116, interroga il mondo educativo, è la pedagogista Teresa Pia Renzo, con un’esperienza ultraventennale nella formazione della prima infanzia, che invita a spostare lo sguardo dalle responsabilità tecnico-giuridiche alla responsabilità formativa che riguarda famiglie, adulti, modelli educativi e uso distorto della tecnologia. Non per giudicare, ma per comprendere ciò che sta accadendo ai ragazzi nel modo in cui leggono la realtà.
FILMARE UNA TRAGEDIA NON È UN ATTO NEUTRO. È UNA SCELTA
In una situazione di pericolo – ricorda ancora – l’essere umano è chiamato a proteggersi, a fuggire, a cercare salvezza. Quando questo non accade e l’azione istintiva viene sostituita dalla ripresa video, significa che la percezione del reale è stata alterata. Il dramma diventa contenuto. Il rischio diventa spettacolo. La vita viene sospesa in attesa di un like. Questo non è coraggio, non è lucidità: è incapacità di attribuire valore alla propria esistenza e a quella degli altri.
LA CULTURA DELL’HORROR COME INTRATTENIMENTO
Viviamo in un tempo in cui il pericolo affascina, la paura genera audience e la tragedia diventa virale. La tecnologia, in sé neutra, viene piegata a una logica perversa: documentare invece di agire, osservare invece di intervenire, condividere invece di mettersi in salvo. È una deriva culturale che non nasce nei ragazzi, ma negli adulti che hanno smesso di insegnare il confine tra ciò che si può mostrare e ciò che va prima vissuto, affrontato, rispettato.
A QUATTORDICI ANNI NON SI PUÒ ESSERE ADULTI
La domanda educativa è inevitabile: cosa ci facevano ragazzi di 14 o 15 anni in un contesto notturno, adulto, ad alto rischio? Non è moralismo, è responsabilità. Un adolescente non ha ancora gli strumenti emotivi, cognitivi e decisionali per gestire certe situazioni. Consentirlo non è libertà, è abdicazione educativa. Non è fiducia, è delega. Non è amore, è disattenzione mascherata da concessione.
LA POSSIBILITÀ ECONOMICA NON GIUSTIFICA L’ASSENZA DI LIMITI
Offrire tutto non significa educare. Consentire tutto non significa crescere. La possibilità economica non giustifica l’assenza di limiti. Anzi, li rende ancora più necessari. Educare significa insegnare l’attesa, la conquista, la gradualità. Significa dire dei no. Significa proteggere, non esibire. Quando un ragazzo viene messo in condizione di vivere esperienze per cui non è pronto, il rischio non è solo fisico: è identitario.
GENITORI: IL PRIMO DISPOSITIVO DI SICUREZZA
Prima delle norme, prima dei controlli, prima delle indagini, esiste un presidio educativo che non può essere delegato e quello è la famiglia. Il monitoraggio, la presenza, l’accompagnamento non sono forme di controllo, ma di cura. Un genitore che educa non lascia semplicemente andare: osserva, valuta, limita quando serve. Perché la libertà, senza struttura, diventa esposizione al pericolo.
TECNOLOGIA SENZA EDUCAZIONE È UN AMPLIFICATORE DI RISCHIO
Il punto, quindi, non è demonizzare i social o i dispositivi digitali. Il punto è l’assenza di educazione all’uso. Senza una guida adulta, la tecnologia amplifica il narcisismo, anestetizza l’empatia e trasforma l’esperienza in prestazione. Insegna a mostrarsi, non a comprendere. A riprendere, non a reagire. A esserci online, anche quando nella realtà si sta rischiando tutto.
RIPARTIRE DALL’EDUCAZIONE, PRIMA CHE DALL’EMERGENZA
Purtroppo – conclude Teresa Pia Renzo – la tragedia di Crans-Montana non può essere archiviata come un mero fatto di cronaca. È uno specchio. Riflette una generazione cresciuta senza argini, senza allenamento al pericolo, senza educazione al limite. Se non ricostruiamo il ruolo educativo degli adulti – genitori, scuola, comunità – continueremo a contare conseguenze invece di prevenire cause. E continueremo a confondere la visibilità con il valore, anche quando è la vita stessa a chiedere di essere messa al primo posto.
