“C’è una città dentro la città. Fatta di persone che esistono ma non compaiono nei programmi elettorali. Che abitano gli stessi quartieri, usano gli stessi autobus, siedono nelle stesse sale d’attesa. Ma che la politica ha imparato a non vedere, o a vedere solo quando fa comodo, nelle giornate dedicate, nelle inaugurazioni, nei comunicati stampa.
Ho trascorso oltre vent’anni nelle comunità psichiatriche di questa città. Ho visto cose che non finiscono nei report istituzionali e non compaiono nei dibattiti elettorali. Ho visto famiglie costruire da sole, anno dopo anno, un’architettura di cura silenziosa e invisibile, mentre lo Stato trasferiva su di loro un peso che avrebbe dovuto portare. Ho visto persone con disabilità affrontare ogni uscita di casa come una piccola battaglia contro una città che non è stata progettata pensando a loro. Ho visto operatori reggere un sistema al limite con risorse sempre più esigue, senza che nessuna istituzione riconoscesse né il problema né lo sforzo.
Mi sono candidato al Consiglio Comunale di Reggio Calabria con la lista civica Reset con Battaglia Sindaco partendo da questa consapevolezza. Non porto grandi visioni. Porto sette proposte concrete, verificabili, costruite su vent’anni di presenza diretta nei luoghi dove le istituzioni quasi mai arrivano.
La prima riguarda la rete territoriale. Non nego che qualcosa esista, ma sono netto nel giudizio: quello che c’è è insufficiente, frammentato e spesso inaccessibile per chi ne avrebbe più bisogno. Centinaia di persone con disturbi psichiatrici, disabilità o condizioni di fragilità non sanno a chi rivolgersi. Le famiglie reggono da sole quello che le istituzioni faticano a garantire.
Su questo fronte è necessario aprire un confronto serio con l’ASP di Reggio Calabria, che negli ultimi anni ha scelto di spostare fuori regione centinaia di pazienti psichiatrici invece di investire in una rete territoriale adeguata. I numeri sono impietosi: novecento pazienti calabresi con disturbi psichiatrici sono assistiti fuori regione. I ricoveri nella Città Metropolitana sono bloccati dal 2015. Non è una dimenticanza. È una scelta politica precisa, che ha scaricato sulle famiglie un peso che le istituzioni avrebbero dovuto portare. Il Comune non gestisce la sanità, ma ha il dovere politico di farsi portavoce di questa denuncia nelle sedi istituzionali competenti.
La seconda proposta tocca qualcosa che nessun programma elettorale nomina mai con questa chiarezza. In questa città il welfare non lo garantisce lo Stato. Lo garantiscono le famiglie, quasi sempre le madri. Chi si prende cura di un familiare fragile non riceve supporto adeguato, non ha sollievo, non ha riconoscimento economico né sociale. Propongo servizi di sollievo per i caregiver familiari, percorsi di supporto psicologico e accordi con il terzo settore per garantire ore di assistenza domiciliare integrativa. Non assistenzialismo. Riconoscimento di un lavoro reale che oggi viene dato per scontato e che invece sostiene pezzi interi di questa città.
Il terzo punto riguarda l’accessibilità. Dal 1° marzo 2026 Reggio Calabria è tra le province incluse nella sperimentazione della nuova riforma della disabilità, che introduce il progetto di vita personalizzato e l’autogestione del budget. È una svolta culturale importante, che sposta finalmente il centro dell’attenzione dalla diagnosi alla persona, dai limiti alle potenzialità. Ma conosco bene il rischio che le riforme restino sulla carta, come è accaduto troppe volte in questa regione. Il Comune deve prepararsi davvero ad accompagnare le famiglie in questo percorso,
formare i propri operatori e garantire che la riforma produca cambiamenti reali nella vita quotidiana delle persone. A questo si aggiunge la necessità di un audit concreto sulle barriere architettoniche della città, con tempi certi per la loro rimozione.
Il quarto punto riguarda una crisi silenziosa che la pandemia ha accelerato e che i servizi pubblici non hanno saputo affrontare con la necessaria tempestività. Il disagio mentale tra gli adolescenti è aumentato in modo documentato: ansia, depressione, ritiro sociale, difficoltà nelle relazioni. Il Comune non gestisce la sanità, ma può costruire una rete di prossimità che intercetti il disagio prima che diventi emergenza. Accordi con le scuole, spazi di ascolto nei quartieri, formazione per insegnanti e operatori scolastici su come riconoscere e accompagnare la sofferenza senza patologizzarla. Prevenzione, non solo cura.
Il quinto punto affronta il lavoro. La legge 68 del 1999 obbliga le aziende con più di quindici dipendenti ad assumere persone con disabilità. A Reggio Calabria questa legge viene spesso rispettata sulla carta e ignorata nella sostanza. Le persone vengono inserite in contesti che non sono stati preparati ad accoglierle. Il risultato, quasi sempre, è il fallimento dell’inserimento. E la colpa, quasi sempre, viene data alla persona. Propongo percorsi di inserimento lavorativo reali, preceduti da un lavoro culturale sull’ambiente di accoglienza. Non basta aprire una porta. Bisogna cambiare lo sguardo di chi sta dentro. È una distinzione che sembra sottile ma che nella pratica fa la differenza tra un’inclusione vera e una di facciata.
Il sesto punto è forse il più dirompente sul piano istituzionale. Il Dipartimento di Salute Mentale non attua la Consulta dal 2012. Quattordici anni di silenzio su un organismo che avrebbe dovuto dare voce alle persone con disabilità, ai familiari e agli operatori nelle decisioni che li riguardano. Propongo l’istituzione di una Consulta permanente delle fragilità che sia reale e non simbolica. Dove le persone fragili non vengano convocate come testimoni ma partecipino come protagonisti. Dove le decisioni vengano prese con loro, non per loro.
Il settimo punto è quello che forse meglio rappresenta la mia formazione culturale. Le parole che una comunità usa per parlare delle persone fragili non sono neutre: costruiscono o distruggono dignità, includono o escludono. Il linguaggio è la casa dell’essere. Spesso il linguaggio usato, prodotto in documenti, comunicati, campagne, convegni, è stigmatizzante senza che nessuno se ne accorga. Propongo la revisione sistematica delle comunicazioni istituzionali su disabilità e fragilità, accompagnata da formazione obbligatoria per tutti i dipendenti comunali a contatto con il pubblico. Chi lavora in uno sportello pubblico deve saper relazionarsi con una persona fragile senza patologizzare, senza escludere, senza disumanizzare o infantilizzare.
Quello che distingue questa proposta da molte altre in questa campagna elettorale non è solo il contenuto. È l’origine. Non ho scritto questi sette punti leggendo rapporti o partecipando a convegni. Li ho visti necessari ogni giorno, per vent’anni, nei posti dove la politica quasi mai arriva.
Quella presenza diretta è la mia unica credenziale. E in una città stanca di promesse che evaporano, spero sia anche la più utile”.
Così Giuseppe Foti, educatore psichiatrico e candidato al Consiglio Comunale di Reggio Calabria.
