Riceviamo e pubblichiamo:
Raccontare la sanità calabrese significa spesso confrontarsi con “contesti di particolare criticità”, carenze strutturali e disagi noti. Ma esistono anche storie che meritano di essere ascoltate, perché restituiscono un’immagine diversa fatta di professionalità, dedizione e senso profondo del servizio pubblico. È una di queste storie che arriva dalle corsie del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria, dove la medicina incontra quotidianamente l’umanità.
L’esperienza nasce da un momento di grande preoccupazione: il ricovero improvviso di mia madre, in seguito a un malore, l’ingresso in Pronto Soccorso a Vibo Valentia, l’attesa carica di timori. In un contesto segnato da un afflusso continuo di pazienti, il personale sanitario opera spesso al limite delle forze, ma senza mai perdere il senso del proprio ruolo. Medici, infermieri e operatori sociosanitari affrontano turni complessi con una professionalità che va ben oltre il mero adempimento dei compiti.
Dopo ore di accertamenti e monitoraggi arriva la diagnosi dal reparto di cardiologia, diretto dal dottor Michele Comito, e il trasferimento d’urgenza presso il reparto di cardiochirurgia del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria: un’eccellenza e un punto di riferimento hub per la Calabria, guidato dal primario dottor Pasquale Fratto. Qui, accanto alla competenza clinica, emerge un elemento decisivo: la chiarezza, la capacità di spiegare, la presenza costante. In situazioni in cui le diagnosi sono delicate e l’incertezza pesa come un macigno, il valore aggiunto è rappresentato da chi sa unire rigore scientifico e attenzione alla persona, offrendo non solo cure, ma anche orientamento e fiducia.
Il passaggio alla cardiochirurgia segna un momento cruciale. L’intervento a cuore aperto, affrontato con elevata specializzazione tecnica, apre una nuova fase del percorso: la ripresa, la vigilanza quotidiana, la speranza concreta. In reparto si percepisce un’organizzazione solida, fatta di équipe che lavorano in sinergia, dove ogni figura professionale contribuisce al risultato finale. Qui la qualità delle cure si accompagna a piccoli gesti che fanno la differenza: una parola gentile, un sorriso, la capacità di sdrammatizzare senza mai banalizzare.
Nel corso di un ricovero lungo, protrattosi per diverse settimane, emerge con forza un dato spesso trascurato nel dibattito pubblico: dietro i camici ci sono persone. Professionisti che studiano, si aggiornano, affrontano responsabilità enormi e, allo stesso tempo, scelgono di non rinunciare all’ascolto e alla vicinanza umana. È questo equilibrio, fragile ma prezioso, a rendere credibile e forte una sanità pubblica che funziona.
Questa testimonianza non vuole negare le difficoltà esistenti, né indulgere in facili celebrazioni. Vuole piuttosto offrire uno sguardo più completo, ricordando che anche in contesti complessi esistono reparti di eccellenza e risorse umane di grande valore. Difenderle, sostenerle e raccontarle è una responsabilità collettiva.
E se il bene, quando è autentico e concreto, merita spazio, allora è giusto riconoscere con sobrietà il lavoro silenzioso di chi, ogni giorno, sceglie di prendersi cura degli altri.
Perché storie come questa ci ricordano che, anche nelle notti più buie,una scintilla di speranza può riaccendere la luce.
Con profonda gratitudine
Rosalba Furci
