“La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla” - Gabriel Garcia Marquez
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Il mostro che ci mettiamo in casa

di Mariagrazia Costantino* – A che punto siamo con la guerra in Ucraina? Anzi, per la precisione, con l’invasione russa in Ucraina? Siamo al punto che una capitolazione di Kyiv rappresenterebbe un punto di non ritorno, perché se è capitato all’Ucraina, che doveva essere intoccabile in virtù del Memorandum di Budapest firmato nel ’94 (in base al quale si garantiva la sicurezza, indipendenza e integrità del paese in cambio della cessione delle sue armi nucleari alla Russia), potrà capitare ad altri, e non è poi così impensabile che possa capitare anche all’Italia. Basta solo trovare la scusa giusta: che è piena di basi americane, è un avamposto della NATO che abbaia alle porte della Russia e di chissà chi altro, o che magari è piena di nazisti, proprio come l’Ucraina guidata dall’ebreo Zelensky.

Certo, tutti i dittatori sono tali proprio perché mentono e perché inducono o costringono a credere loro. Più un popolo ha paura, più ha bisogno di credere, anche quando le bugie sono lampanti, soprattutto quando lo sono, perché è una così bella sensazione affidarsi a qualcuno senza doversi preoccupare di niente, persino quando questo qualcuno ci porta verso il baratro.

E verso il baratro ci avviciniamo ogni giorno di più, abdicando al nostro diritto di scegliere. Scegliamo anche di ignorare chi lotta contro l’iniquo regime russo, come Aleksandr Demidenko, morto pochi giorni fa nel carcere di Belgorod mentre era in attesa di processo, formalmente perché trovato in possesso di una vecchia arma, ma realmente per aver aiutato centinaia di Ucraini deportati in Russia a tornare nel loro paese; quasi certamente picchiato a morte come Navalny.

Ignoriamo le cause urgenti e preferiamo scendere in piazza per un popolo cronicamente vittimizzato, di cui non sappiamo niente, ma su cui proiettiamo tutti i nostri sogni di protezione e pietà (l’immaginario lavora alacremente), dimenticando o fingendo di ignorare che il conflitto per il quale si biasima Israele, è stato scatenato da criminali che quel popolo ha scelto, più o meno democraticamente. Tutto questo mentre a poche centinaia di chilometri dalle nostre accoglienti abitazioni, i missili russi si abbattono senza alcun riguardo sulle case, raggiungendo le camere dove madri dormono insieme ai loro bambini, in un abbraccio che durerà per sempre.

Ogni giorno più pigri, decidiamo di non decidere (è già troppo impegnativo stabilire cosa mangiare per cena), delegando il nostro diritto all’autodeterminazione e il dovere di conoscere – e possibilmente comprendere – il mondo a individui aggressivi e minacciosi, perché nella parodia del potere che è la politica di questi tempi, sono quelli così a sembrare più adatti, più forti, più capaci. Io dico che sono solo più chiassosi.

Mi fanno pensare ai due guardiani buddisti che troneggiano ai lati dell’ingresso di tutti i templi di tanti paesi dell’Asia Orientale, intimidatori come due sgherri: si chiamano Niō, sono muscolosi, pacchiani e hanno un’espressione terrificante, che serve ad allontanare le presenze malevole. Con la stessa finalità, nel Mediterraneo antico e ancora oggi nel nostro Meridione, fuori dalle abitazioni, si posizionano maschere in pietra o terracotta di volti grotteschi bloccati in smorfie parossistiche. Lo scopo è lo stesso: allontanare le “energie negative”, che per secoli sono stati malattie, pirati, saracini, ladri, ma anche le occhiatacce invidiose del dirimpettaio. Il male è (quasi) sempre una questione di punti di vista: è il turco ed è il crociato.

Usciti a fatica dal mondo antico e premoderno, con la nascita delle nazioni, si sono resi necessari principi e leggi che regolassero la convivenza dei popoli. Così sono nati gli organismi transnazionali come l’ONU e il Tribunale internazionale dell’Aia. Ma qualcosa è andato (nuovamente) storto: gli Stati Uniti, ertisi con un certo diritto a guardiani della pace nel Secondo Dopoguerra, dopo Vietnam e Iraq hanno perso la loro credibilità; il colpo di grazia lo ha dato l’elezione di Trump, a seguito di una campagna iniziata letteralmente per scherzo. Con questa tragica perdita di autorevolezza, gli USA hanno dovuto rinunciare anche al diritto di stabilire cosa sia giusto e sbagliato e al ruolo di garanti della pace mondiale, aiutati dalla cronica apatia europea. Biden, forse anche in virtù dei tanti drammi privati che lo hanno colpito, ha mostrato un’insospettabile schiena dritta e una lucidità di molto superiore a quella che le sue gaffe lascerebbero far pensare (conosco quarantenni assai più rimbambiti)… ma potrebbe essere tardi, col suo mandato ormai agli sgoccioli.

Persa la fiducia nel concetto ingenuo e idealistico di “villaggio globale”, siamo ripiombati nel trionfo della ragione machiavellica, mentre continuiamo a usare talismani e portafortuna, simboli apotropaici che di concreto hanno poco o niente.

Oggi, i guardiani spaventosi che eleggiamo o facciamo finta di eleggere, sono esseri in carne e ossa e, al contrario di quello che ci fanno credere, nient’affatto al nostro servizio, ma solo a quello loro e dei loro interessi particolari.

In Italia, specialmente nel sud M&M (lascio a voi il piacere di indovinare le parole), la fascinazione per l’“uomo forte” è tale che in mancanza di un vero uomo forte ci si accontenta anche di una donna. Certo, la nostra premier ha condannato fermamente dittatori, satrapi e tiranni, ma se poi zittisce i giornalisti e cerca di far passare sottobanco una riforma costituzionale in direzione del cosiddetto “premierato”, è evidente che la coerenza non è proprio il suo forte. D’altronde questo si era capito già dal suo strategico restyling in senso atlantista, istituzionale e costituzionale, avvenuto all’indomani del conferimento del prestigioso incarico proprio a lei, che in passato era stata vicina a Putin e a Trump, e aveva strizzato più di un occhio ai no-vax.

A quanto pare è sempre più difficile mantenere una linea ferma e coerente: mi si obietterà che solo i cretini non cambiano idea, ma i valori non sono semplici idee o opinioni; i valori fondano l’identità, e se anch’essi si rivelano intercambiabili, vuol dire che l’identità stessa è volatile e poco solida.

Un’altra cosa difficile è sottrarsi al doppio standard che fa sì che molti si turbino (giustamente) per le vittime dei recenti attacchi terroristici su Mosca, ma assai meno per le decine di civili ucraini che ogni giorno vengono massacrati per volere del Cremlino. Per non parlare dei soldati. Macchine da guerra senza cervello? No. Giovani e meno giovani con carriere e famiglie, molti laureati, spesso brillanti, pieni di speranze, la cui vita è stata stravolta, distrutta o “semplicemente” terminata dai piani di conquista e di potere di Putin. Che a questo punto sembra in tutto e per tutto uguale a Hitler. Certo, lui non ha scritto il Mein Kampf e non ha manifestato i suoi piani con altrettanta chiarezza, ma li sta sicuramente implementando con grande costanza, tollerato e in molti casi coadiuvato da altre potenze mondiali. Il genocidio (vero, nel suo caso), lui lo ha diversificato e rateizzato, in linea con i tempi. E mentre il mondo si prepara a una possibile nuova vittoria di Trump, che di Putin è amico e sostenitore, mi pare che la bussola morale di molti sia impazzita, o ferma a diversi decenni fa, quando i movimenti pacifisti – spesso foraggiati sotto banco dalla Russia – e i no-global, demonizzavano l’Occidente, proprio come accade adesso, godendo di tutti i privilegi che la pax americana aveva garantito loro.

L’ascesa di Trump ha rappresentato il culmine della crisi endemica di valori e il vero inizio dell’epoca post-morale, dove giusto e sbagliato sono effetti ottici che si manifestano a seconda della prospettiva. Non è un caso che le illusioni ottiche siano da anni al centro di post virali sui social, ma anche soggetto preferito da tanti artisti contemporanei: esse sono la perfetta metafora di questi tempi.

In questo quadro di smarrimento generale e di confusione, anche il Pontefice, figura carismatica e autorevole, si è rivelato un insospettabile alleato dei lupi travestiti da pecore, per usare un’immagine evangelica: non è la prima volta, e mi chiedo a cosa serva la Chiesa, con tutto il suo costoso apparato, se non riesce nemmeno a guidare i fedeli fuori dalle tenebre della ragione e della morale. Eppure sarebbe così facile, basterebbe seguire l’esempio di Gesù, che aveva detto chiaramente che peccatore è colui che mente, ruba e uccide; ma se guardiamo alla storia della Chiesa, salta all’occhio l’impossibilità di questa condanna, visto che la Chiesa stessa ha mentito, rubato e ucciso, nei secoli dei secoli. Ha ragione, dunque, Jorge Bergoglio: nessuno può scagliare la prima pietra, visto che sono (siamo) tutti peccatori.

Partire da questa conclusione non sarebbe male, ma si potrebbe – anzi si deve, pena una fatale discesa nel caos cronico – anche provare a tracciare confini un po’ più netti tra quello che è moralmente accettabile e ciò che non lo è: l’unico modo per farlo è fare tesoro del proprio voto e non seguire l’esempio dei tanti, troppi, per i quali l’uno vale l’altro, e Biden è come Trump – l’altra faccia della mentalità italiota stigmatizzata da Guicciardini con l’espressione “o Franza o Spagna purché se magna”.

Insomma, non potete “invitare” il mostro a casa vostra illudendovi che proteggerà solo voi e farà fuori tutti gli altri. Il mostro fa il mostro; lo scorpione della favola fa lo scorpione. Il mostro non ha cortesie per nessuno e non si fa scrupoli. Noi abitanti del sud M&M lo conosciamo meglio di tutti questo meccanismo, o almeno dovremmo, visto che abbiamo invitato il mostro in casa una volta di troppo.

Sì perché i mostri esistono. E, ça va sans dire, quelli veri sono molto peggio di quelli immaginari.

*Sinologa e docente universitaria. Ha un Master e Dottorato in Cinema e scrive di Global Media e Geopolitica

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