“Ma è meglio poi, un giorno solo da ricordare che ricadere in una nuova realtà sempre identica” (Francesco Guccini, Scirocco -
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Granite di iceberg e pandori farciti di niente

di Mariagrazia Costantino* – Del film di James Cameron Titanic, uscito esattamente ventisei anni fa, una delle scene che ricordo più vividamente è quella dell’orchestra che suona sul ponte della nave mentre il Titanic affonda e la gente impazzisce. Una narrazione nella narrazione così potente e iconica da essere diventata un mito a sé, citato, ricordato e rievocato in saggi, film e documentari. Questo perché, mi pare, è la perfetta allegoria della condizione umana e della capacità di mantenere dignità e compostezza anche nelle circostanze più drammatiche.

Se Reggio Calabria fosse il Titanic (lo è), non ci sarebbe un’orchestrina sul ponte, ma un gazebo con tavolini e gente che mangia gelati e aperitivi. Con la differenza che loro non lo sanno che la nave affonda, e non sanno che affonda (anche) a causa delle loro scelte e dell’inclinazione a farsi andare tutto bene, pur nella lamentela cronica cui non seguono mai fatti.

Il Titanic reggino è ancora più spaventoso, perché mistificatore: chi vi sta sopra e magari gioisce nel vedere andare a picco gli altri, non capisce che sta affondando a sua volta. Un affondamento progressivo, lento e inesorabile, frutto di anni di disinteresse nei confronti del pubblico (in tutti i sensi), culminato con lo smantellamento di luoghi storici e punti di riferimento della cultura cittadina, ora roccaforti del consumismo locale e globale ristrutturate privatamente. Sto parlando di posti come il Teatro Siracusa e Villa Zerbi; o Roof Garden e Miramare, sedi di attività private ma con una forte identità territoriale.

La città ormai è di chi se la piglia. Noi non ce ne accorgiamo, ma un posto apparentemente arretrato come questo, è in realtà all’avanguardia nella realizzazione di un futuro distopico dove le chiese vengono riconvertite in centri commerciali. Tanto nessuno crede più. Anche i teatri sono chiese, lo sono gli edifici storici e i luoghi dove il biglietto d’ingresso non va a ingrassare le tasche di pochi, ma ritorna alla comunità. Il reggino-tipo, ultraitaliano cattolico devoto che non si perde mai una puntata della Santa Messa (sia essa dal vivo o in differita), è anche stranamente calvinista quando si tratta di premiare il merito individuale: ammira tremendamente la gente danarosa, ma non per meriti individuali o per talento, bensì per il potere che il denaro porta con sé.
Si diceva comunità: quell’entità concreta e immaginaria che, senza luoghi in cui ritrovarsi e identificarsi, muore. Nella città di Reggio Calabria manca una coscienza collettiva e comunitaria. Ognuno per sé. Ognuno solo e fragile. Anche, soprattutto, quando cerca protezioni “di un certo tipo”, perché l’unica cosa che protegge davvero senza chiedere niente in cambio è la collettività stessa, ma solo quando è consapevole di essere tale. E laddove sopravvive un barlume di consapevolezza, è affidato a pochi sparuti Don Chisciotte che, per quanto stimati, sono a cavallo tra eroismo e follia, e non hanno la forza necessaria per attrarre energie e fare massa critica. L’evanescente dignità di una comunità latitante si rinvigorisce e trova un sussulto di vita solo di fronte all’edonismo di attività come quelle legate al tifo calcistico, che non gratificano il cittadino pensante, ma il consumatore acritico, il seguace fanatico, il follower fidelizzato: le nuove categorie sociali che attecchiscono meglio dove c’è poca cultura e ancora meno spirito critico. È anche quella una comunità farlocca, composta quasi esclusivamente da maschi un po’ infantili e frustrati, che si sfogano spaccando cose come i bambini che lanciano i giocattoli per sfogare una rabbia primitiva, urlando contro nemici immaginari, non potendosela prendere con quelli veri, quelli da cui sono quotidianamente vessati.

Allora è tutto un traslare, proiettare e distrarre: una volta si diceva “affogare i dolori nell’alcool”, oggi si affoga nell’affogato e ci si consola come si può, avvelenandosi di grassi e zuccheri che procurano momentaneo sollievo e a lungo andare fanno venire il diabete (nella migliore delle ipotesi). Tutto all’insegna della gratificazione istantanea, della consolazione e della compensazione.
Un tirare a campare che non è vivere ma sopravvivere, attivando il sistema parasimpatico e disattivando il pensiero vigile con droghe di ogni tipo, comprese quelle illegali che sono ovunque, sponsorizzate con più discrezione ma non meno efficacia.

 

A Londra, culla del capitalismo, si può comprare ogni genere di cosa: dagli elefanti impagliati alle scarpe di Virginia Woolf; ma ci sono anche tante cose che si possono fare gratis: corsi di ballo, di cucito e cucina, concerti, proiezioni e mostre… certo nell’Inghilterra post-Brexit ci sono meno soldi e la diversità è sempre meno una risorsa, però resistono ancora i centri ricreativi di quartiere, le vecchie workers union (la cosa più simile ai nostri dopolavoro) che si sono reinventate e ospitano attività pensate per i cittadini; ci sono poi una miriade di Musei e centri culturali a pagamento, dove è ben chiaro quello che si compra.

Passiamo allora all’altro possibile scenario: l’impressione di gratuità e la fatale mancanza di trasparenza. Una delle mie frasi preferite è quella attribuita ora al giornalista Andrew Lewis ora al filosofo Byung-chul Han: ‘Se non paghi per un prodotto, allora il prodotto sei tu’. Agli italiani piace tanto tutto quello che sembra gratuito o a buon mercato: è per questo che adoriamo i social e abbocchiamo a tutte le offerte. Il nostro Santo patrono non è più San Francesco, ma gli artigiani della qualità di Poltronesofà.

L’ultimo scenario è quello della fintantropia: la filantropia finta. L’Italia, che come dice Giobbe Covatta è il paese delle “balle” (non usa proprio questo termine), è anche il paese in cui gli imprenditori sono considerati fari di cultura e civiltà: si è visto di recente con la Chiara nazionale, cui sono stati attribuiti poteri taumaturgici e virtù che nemmeno la Madonna, prima di scoprire che (chi l’avrebbe mai detto) è una furbetta senza troppi scrupoli come tanti. Una che non solo si serve dei figli tanto carini per suscitare simpatia, ma che usa lo specchietto per le allodole della beneficenza per vendere un prodotto da lei brandizzato. Il marchio di fabbrica dei tanti Pulcinella affabulatori.
Anche in una città anomala come Reggio Calabria, degno laboratorio di un paese senza spudore (senza pudore e senza speranza), imprenditori e commercianti si improvvisano mecenati e maître à penser in virtù dell’ammirazione di cui godono: organizzano reading, mettono in piedi circoli culturali e promuovono iniziative benefiche. Tutte cose encomiabili ma concepite solo per un tornaconto di immagine e sempre all’insegna di quella regola scolpita nel marmo che è il do ut des.

Non fraintendetemi: piace anche a me gustare un gelato di tanto in tanto. Qui si fa il gelato migliore del mondo: uno di quei prodotti che meritano il titolo (odiosissimo) di “eccellenza”.
Ma anche il gelato più buono si trasforma in boccone amaro se usato come oppiaceo per dimenticarsi che siamo un gazebo col niente intorno.

*Sinologa e docente universitaria. Ha un Master e Dottorato in Cinema e scrive di Global Media e Geopolitica

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