“Ma è meglio poi, un giorno solo da ricordare che ricadere in una nuova realtà sempre identica” (Francesco Guccini, Scirocco -
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La chiamavano dignità

di Claudio Cordova – Per chi come me ha studiato, in maniera un po’ anacronistica, Lettere, la ricerca di parole bellissime, ma, di fatto, desuete, è un esercizio onanistico piacevole. Una di queste è dignità. In pochi la nominano. Ancor meno la praticano.

Ce n’è ben poca, di dignità, nella triste pantomima politica (?) che sta offendendo (ancora una volta) la città di Reggio Calabria. L’accanimento che il sindaco Giuseppe Falcomatà ha nei confronti della città e dei suoi cittadini meriterebbe uno studio di tipo psicologico e antropologico. La spocchia, la presunzione e la protervia dimostrate, da ultime, con il varo dell’inquietante “terzo tempo” della nuova (mezza) Giunta la si potrebbe capire e forse anche perdonare per un politico, un primo cittadino, all’apice della propria popolarità.

Non di certo a un sindaco ormai inviso alla stragrande maggioranza della popolazione. Anche a frange che, ormai circa dieci anni fa, avevano riposto in lui della fiducia.

Quale persona sana di mente e non faziosa può affermare che, in questi dieci anni Falcomatà abbia rispettato le attese con la sua azione amministrativa? Quale persona onesta intellettualmente può considerare che la città sia migliorata in questi dieci anni che dovevano, invece, rappresentare “La Svolta”? L’approssimazione vista nelle festività natalizie appena concluse è solo l’ennesima dimostrazione della insipienza amministrativa.

Dopo le note vicende giudiziarie da cui è uscito indenne, Falcomatà è ritornato, legittimamente, alla guida di Palazzo San Giorgio. Lo ha fatto sbloccando alcune mance che erano state artatamente bloccate durante il mediocre interregno del politico circoscrizionale Paolo Brunetti. Nella mera speranza di poter ricreare un feeling ormai irrimediabilmente perso con il territorio.

Già, Paolo Brunetti.

Perché, tra i tanti problemi su cui si è bloccata l’interlocuzione tra Falcomatà e quello che dovrebbe essere il suo partito, il Pd, c’è stata proprio la testardaggine del sindaco nel voler a tutti i costi salvare il soldato Brunetti. E il risultato è stato ed è uno spettacolo poco dignitoso da parte del sindaco, ormai totalmente distaccato dalla realtà, chiuso nella propria torre d’avorio dove ormai pochi sciocchi e sciocche lo hanno convinto della bontà del proprio operato. Senza conoscere, invece, quanto la città non possa più di lui. E non da oggi.

Tutto questo, evidentemente, è stato possibile, in questi anni, anche per via di una opposizione pressoché inesistente, poco dotata culturalmente. Anche nella conferenza stampa di Forza Italia (l’unica forza politica che, almeno, si è degnata di un resoconto orale alla cittadinanza) si è toccata con mano la pochezza di quello che dovrebbe essere l’uomo forte del centrodestra locale, il deputato Francesco Cannizzaro, con una eloquenza e una retorica che definire approssimative è un generoso eufemismo.

Poco dignitosa l’azione dell’opposizione anche in questo momento in cui, invece, il vento dovrebbe essere in poppa. E, invece, eccoli lì a presentare (o, almeno ad annunciare) ciascuno la propria mozione di sfiducia, in una gara nel misurare la propria virilità, dove, però, di superdotati non se ne vedono neanche col binocolo.

L’opposizione, seppur maldestramente, esorta oggi a uno scatto d’orgoglio chi, invece, in questo momento vince a mani basse la gara della dignità perduta: il Partito Democratico e il centrosinistra. Tralasciando la tristezza di come, in questa città, possano avere voce politica soggetti come Nino De Gaetano e altri personaggi improbabili, il comunicato rilasciato dal Pd è a dir poco delirante. E non perché, tendenzialmente, non dica cose sensate. Ma per la clamorosa assenza di consequenzialità.

Anche se non sorprende.

Il Pd, in questi anni, ha inanellato una serie di comportamenti poco coraggiosi che, inevitabilmente, consegneranno Reggio Calabria al centrodestra alle prossime Comunali. Non è la prima volta, peraltro, che Falcomatà umilia quello che dovrebbe essere il suo partito. Lo stesso primo cittadino, poco prima della sospensione per la condanna sul caso “Miramare”, aveva nominato, quasi “con il favore delle tenebre” l’insignificante Brunetti vicesindaco invece di prescegliere un membro del Pd, come, invece, democrazia avrebbe dettato.

Oggi, invece, al Pd per salvare almeno l’onore resterebbe un’unica strada: porre fine a un’Amministrazione che, evidentemente, è arrivata al capolinea e non da oggi. Lo si capisce anche dalla difficoltà a trovare persone note e di qualità vogliose di legare il proprio nome all’operato di Falcomatà, ormai “obnubilato”, ormai chiuso nel proprio “solipsismo”, con una strategia “bislacca”. Ma anche queste tra virgolette sono parole desuete. Proprio come dignità.

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