“Persino il più lieve bisbiglio può essere sentito al di sopra degli eserciti, quando dice la verità” - Dal film The Interpreter
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Drama show a Rende: quando la tragedia diventa virale

DRAMA SHOWdi Alessia Tripodo – Nel 1993 Kevin Carter, fotoreporter e giornalista sudafricano, scatta una memorabile foto che gli valse la vittoria del premio Pulitzer. Si tratta di un’immagine ritraente un bambino del Sudan rachitico che, mentre si trova piegato sul pavimento, viene osservato da un avvoltoio pronto – lo spettatore ipotizza – a cibarsi della futura carcassa. Lo scatto, che divenne immediatamente celebre tanto da valergli l’ambito premio, provocò un profondo dibattito morale. Nonostante intorno a quella foto ruotino diversi racconti sulla responsabilità del fotografo, fu lo stesso Carter a dichiarare che aspettò circa venti minuti affinché l’avvoltoio si avvicinasse quanto più possibile al bambino, per poi ribadire di aver svolto il suo lavoro: quello di osservatore e narratore dei fatti, senza alcuna responsabilità di intervento. Il Sudan, sconvolto dalla guerra civile e dalla seguente carestia, brulicava di cadaveri senza nome. Lo scandalo prodotto dalla foto, la popolarità acquisita e – anche qui si ipotizza – un già turbato stato d’animo porteranno Kevin Carter a togliersi la vita nel 1994, all’età di 33 anni.

La catena che unisce questi eventi apparentemente disconnessi è la seguente: il dramma, il racconto dello stesso e un innegabile cattivo gusto nel voler a tutti i costi affibbiare a un atto tanto estremo quanto inesplicabile un carattere politico; come se la vita di uno motivasse realmente l’azione di tutti. Ma così non è e l’unica cosa possibile da fare senza invadere il complicato substrato teleologico è raccontare il fatto.

Il 31 gennaio un docente di 33 anni, da poco rientrato in Calabria dalla Lombardia dove lavora, si è dato fuoco davanti alla caserma dei carabinieri di Rende, in provincia di Cosenza. L’uomo è stato celermente soccorso da due dipendenti di un negozio di gomme per auto poco distante, i quali hanno cercato di spegnere le fiamme. Al momento restano gravi le condizioni del docente, sebbene sia stabile, ricoverato nel reparto di Terapia Intensiva nel centro dei grandi ustionati dell’ospedale Cardarelli di Napoli, sembra abbia ustioni sul 70% del corpo.

I testimoni riportano che l’uomo non ha lasciato alcun messaggio prima di compiere il gesto, né tanto meno sono risultati dei precedenti penali che avrebbero potuto far pensare a una manifestazione contraria alle forze dell’ordine. Questo è il fatto.

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Ciò che ne è seguìto, però, merita altrettanto margine di racconto e di riflessione. Dopo poche ore dalla pubblicazione della notizia la vicenda ha preso per alcuni una piega chiara: il tentato suicidio del giovane uomo è diventato il simbolo delle manifestazioni anti-GreenPass e più in generale, un simbolo di lotta contro uno Stato che schiaccia i lavoratori e tramite restrizioni di una poco presumibile pandemia, li controlla, li conduce al suicidio.

La responsabilità peggiore, però, è toccata alla famiglia che in un momento già così difficile ha dovuto farsi carico delle menzogne che, in epoca social, sono diventate virali in poco tempo. Tramite il loro legale, infatti, i familiari hanno precisato come si possa avvicinare il gesto compiuto dal loro caro a questo tipo di manifestazioni o idee politiche. Non solo il trentatreenne – dichiarano – è provvisto di regolare Green Pass, ma sembra paradossalmente necessario richiamare a un rispetto e un’intimità del dolore che sono stati “già ampiamente violati”.

L’ossessiva convinzione di alcuni – riconducibili ai no-qualcosa – ha spopolato sui social media e purtroppo, anche su alcuni siti, accompagnandosi all’esplicito video che altri testimoni sul luogo hanno svolto mentre l’uomo si gettava addosso una tanica di benzina accendendo poi le fiamme.

Basterebbe questo a comprendere il vero focus della vicenda e la sconfitta di un pudore – quello della famiglia – da doversi richiamare. Perché parlare di un suicidio/tentato suicidio è lecito quanto onesto. Attribuirgli delle motivazioni che sono sempre e solo ipotizzabili, no. Raccontare il fatto è cronaca, far circolare le immagini di un individuo in fiamme è pornografia. A sostenerlo – tra l’altro – è l’Ordine dei Giornalisti della Calabria che a seguito della pubblicizzazione data al video, dichiara come non solo le immagini fatte girare non aggiungano nulla al fatto di cronaca ma “possono apparire figlie di una ricerca del ‘sensazionale’ finalizzato, più che a fornire informazioni, a raccogliere click e contatti sul web”.

Ammettere la complessità vuol dire, soprattutto, avere la grandezza di dichiarare i propri limiti. Indagare l’ipotizzabile ma senza la morbosità del sapere a tutti i costi. Non lo so, non lo possiamo sapere perché un uomo una mattina decide di darsi fuoco davanti alla caserma dei carabinieri di Rende. Forse, non lo sa neanche lui; forse, non lo sanno neanche i familiari ed è proprio questo non sapere che è necessario rispettare per fare cronaca. Un’ignoranza del complesso ecosistema umano che certo non può sciogliersi né in due righe su un giornale, né in un commento social o in uno slogan politico. Un’ammissione che abilita al rispetto della tragedia senza che questa si consumi come un Drama Show pronto a lasciare il posto al prossimo.

Non sappiamo cosa ne sia stato del bambino ritratto da Carter, a dire il vero, non sappiamo neanche il suo nome. Non sappiamo se Carter ha ceduto ai sensi di colpa o se ha avuto una vita tanto drammatica e complessa da non rendere immaginabile altra opzione che la morte. E di un uomo di 33 anni che si è dato fuoco la mattina del 31 gennaio non sappiamo niente e non possiamo dire niente. Qualunque ipotesi annega nell’espressione di un dolore tanto grande.

Quello che sappiamo è che il Sudan ha combattuto una cruenta guerra civile dal 1989 al 2002, anno in cui iniziarono le trattative di pace tra il governo destituito e i ribelli; trattative che risultarono fallimentari tanto da accendere il conflitto a più riprese fino al tentato colpo di stato del settembre 2021. Sappiamo che Kevin Carter seguì la lotta di Nelson Mandela in quel Sudafrica diviso dall’apartheid e che in qualità di giornalista fu testimone del razzismo più efferato. Nel biglietto che scrisse prima di togliersi la vita, disse: “Sono ancora vividi i ricordi di quello che ho visto: bambini denutriti, violenza per le strade, stupri perpetrati dagli stessi poliziotti che dovrebbero portare la giustizia. Io me ne vado”.

E rispetto a Rende, sappiamo che un 33enne è ustionato gravemente mentre la famiglia chiede decoro e privacy.

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