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Comanda sempre Archi. Così le cosche De Stefano, Tegano e Condello soggiogavano interi quartieri di Reggio Calabria

di Claudio Cordova – Reggio Calabria si risveglia con il suono delle sirene e il rumore degli elicotteri. Come non accadeva da tempo. 79 arresti contro le cosche più importanti della città: De Stefano, Tegano, Condello, ma anche Lo Giudice. Tutte unite in una sorta di direttorio, per gestire il traffico di droga, ma, soprattutto, il giro delle estorsioni. 73 persone in carcere e 6 ai domiciliari, accusate a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafiosa, traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, rapina, porto e detenzione illegale di armi da fuoco.

Le attività investigative, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria e sviluppate congiuntamente dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri del Comando provinciale, dalla Squadra Mobile, dalla Sisco e dalla Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria, hanno interessato un’ampia area del capoluogo dello Stretto, consentendo di delineare gli assetti della criminalità organizzata operante in città.

Gli accertamenti hanno permesso di individuare quelli ritenuti i principali referenti delle cosche De Stefano, Tegano, Condello e Lo Giudice, ricostruendone struttura interna, ruoli e rapporti. Secondo gli investigatori, il quadro emerso confermerebbe l’esistenza di un coordinamento stabile tra le storiche famiglie mafiose attive nel mandamento Centro, già delineato in precedenti procedimenti giudiziari, con una posizione di supremazia attribuita al gruppo di Archi: “Una sorta di confederazione” l’ha definita il procuratore della Repubblica, Giuseppe Borrelli. In questa camera di compensazione, venivano “spartiti i proventi delle attività illecite, gestiti i rapporti con altre consorterie e pianificati riti di affiliazione per il conferimento di doti e cariche” ha aggiunto Borrelli.

Comanda Archi, dunque. Come sempre.

Ma l’inchiesta ha inoltre consentito di tracciare la presenza di ulteriori articolazioni territoriali della ‘ndrangheta, operative nelle zone collinari della città, tra Ortì, Aretina, Oliveto e Croce Valanidi, ritenute collegate e funzionalmente integrate con le cosche storiche.

Tra gli elementi raccolti figurano anche presunte riunioni riservate tra esponenti delle organizzazioni mafiose, durante le quali sarebbero stati ridefiniti gli equilibri interni, assegnati incarichi di comando, ripartiti i profitti delle attività illecite e affrontate le controversie con altri gruppi criminali. In tali incontri, sempre secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero stati celebrati anche riti di affiliazione e conferimenti di gradi all’interno dell’organizzazione: “Osserviamo, rispetto al passato, un maggiore interesse delle famiglie del centro città a queste dinamiche ortodosse” ha detto in conferenza stampa il procuratore aggiunto Walter Ignazitto.

Le contestazioni riguardano un ampio ventaglio di attività criminali: dal controllo del territorio alle estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti, passando per il traffico di stupefacenti, il sostegno economico agli affiliati detenuti e il reimpiego dei proventi illeciti attraverso società intestate a prestanome: “Il carcere rappresenta una punizione, ma sicuramente non un ostacolo a continuare a svolgere attività criminali” ha detto Borrelli.

Uno dei filoni investigativi si concentra sul comparto degli appalti relativi alla manutenzione e alla pulizia dei treni e degli impianti ferroviari di Reggio Calabria, settore considerato particolarmente strategico dagli inquirenti. L’ipotesi è che le organizzazioni mafiose abbiano esercitato un’influenza costante sulle imprese affidatarie, incidendo sulla gestione del personale, sulle assunzioni, sui licenziamenti e persino sulle dinamiche sindacali, con l’obiettivo di mantenere il controllo del comparto e assicurare vantaggi economici alle cosche.

“Chi apre un’azienda a Reggio Calabria, sa purtroppo di dover fare i conti con queste dinamiche. Come se fossero dei costi di gestione aggiunti” ha commentato ancora Borrelli. Il procuratore ha anche sottolineato, con amarezza, una certa “mollezza” del tessuto sociale di fronte alla volontà delle cosche di condizionare la vita economica della città.

L’indagine ha inoltre ricostruito gli attuali assetti criminali nel quartiere di Arghillà, dove una fazione sarebbe diventata, secondo gli investigatori, il principale supporto operativo delle famiglie di Archi. Questo gruppo avrebbe agito anche per risolvere contrasti sorti con altre componenti della criminalità organizzata reggina, intervenendo dopo episodi predatori compiuti senza il consenso delle cosche storiche.

Parallelamente è stata documentata l’attività di due organizzazioni dedite al traffico e allo spaccio di cocaina, eroina e marijuana. La prima, con base nel quartiere Santa Caterina ma operativa su scala regionale, sarebbe stata guidata, secondo quanto contestato, da un pregiudicato già condannato come figura di vertice della cosca Tegano. La seconda, radicata ad Arghillà, avrebbe invece fatto capo a un soggetto già condannato per associazione mafiosa, che avrebbe continuato a impartire ordini ai propri uomini anche durante la detenzione.

Gli investigatori affermano di aver individuato promotori, finanziatori, canali di approvvigionamento e fornitori delle due reti criminali, ricostruendo l’intera filiera del narcotraffico grazie anche ai sequestri di ingenti quantitativi di droga eseguiti nel corso delle indagini.

Nel corso delle perquisizioni sono state inoltre sequestrate numerose armi clandestine, perfettamente funzionanti, tra cui fucili a pompa e fucili con canne mozzate, ritenute nella disponibilità di diversi indagati.

Contestualmente all’esecuzione delle misure cautelari, le forze dell’ordine hanno effettuato numerose perquisizioni in diversi comuni della provincia di Reggio Calabria e in altre località italiane. È stato inoltre disposto il sequestro preventivo di sei società che, secondo l’accusa, sarebbero riconducibili ad alcuni degli indagati.

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