Domani “Geografie possibili – Suoni nel silenzio”, la mostra fotografica di Virgilio Piccari, prenderà il via al Complesso Monumentale del San Giovanni di Catanzaro, per rimanervi fino al prossimo 21 settembre. L’inaugurazione della mostra è in programma alle ore 18:00.
Intanto, dopo le parole della co-curatrice Maria Saveria Ruga sulla grammatica compositiva delle immagini, è ora Francesco Cuteri – archeologo e co-curatore della mostra – a offrire la propria testimonianza sull’esposizione, radicata in una conoscenza diretta e di lunga data del territorio di Monasterace.
Uno sguardo che nasce da un incontro
Cuteri lega la propria testimonianza al ricordo diretto della nascita di questa ricerca fotografica, e a una conoscenza del territorio maturata in quasi vent’anni di campagne di scavo nell’area archeologica di Monasterace, tra il 1998 e il 2015. Un legame che gli permette oggi di riconoscere, negli scatti di Piccari, paesaggi mutati nel tempo al ritmo costante dei fasci di luce del Faro di Punta Stilo, e di ritrovarli catturati con uno sguardo insieme rigoroso e fortemente contemporaneo.
Nella sua testimonianza, l’archeologo attualmente impegnato nell’importante cantiere di Nicea, in Turchia, ripercorre anche la genesi del progetto, nato all’interno del Progetto M.O.R.E. (Monasterace Open Resource Experience) – l’iniziativa di rigenerazione culturale, turistica e tecnologica promossa dal Comune di Monasterace e finanziata con fondi PNRR – per poi soffermarsi sulla dimensione più intima e quasi rituale che la ricerca fotografica ha assunto nel tempo.
«Ricordo ancora con precisione il momento in cui Virgilio Piccari mi mostrò la sua prima fotografia in bianco e nero: uno scatto dall’alto del paese verso la foce della fiumara Assi, in direzione del mare. Eravamo a Monasterace, di mattina presto, e commentai che in quell’immagine avrei potuto contare ogni singolo albero di ulivo e, forse, con più attenzione, ogni singola foglia», esordisce Cuteri.
E prosegue: «Ciascuna cosa, in quel paesaggio in divenire era al suo posto. E quello scatto, “tagliato” con il metro del suo cuore, del suo sguardo e della sua sensibilità, mi ha condotto a riflettere sul valore di ciò che all’improvviso si poneva davanti ai miei occhi. Così, osservare è diventato un pensare necessario: un interrogarsi su ciò che prendeva forma dal potente contrasto che solo il bianco e nero può offrire e svelare. Ma anche un tornare indietro nel mio tempo, come se guardassi attraverso una finestra aperta su linee di profili che sono diventati compagni di viaggio fin dalle mie prime frequentazioni di questa terra di confine; fin dalle campagne di scavo avviate nell’area archeologica a partire dal 1998. Sono luoghi a me familiari, che ho visto mutare al ritmo costante e immancabile dei tre raggi di luce del Faro di Punta Stilo, e che oggi ritrovo catturati con cura maniacale attraverso uno sguardo fortemente contemporaneo».
«La ricerca fotografica di Virgilio – spiega – è un percorso di intima riflessione, di tensione emotiva, di rigore metodologico, di esercizio meditativo, che ha visto il nostro direttore “sparire” all’alba, quando ancora era buio, per trovarsi pronto a dialogare, sorridente e soddisfatto, con i tagli di luce, le inclinazioni delle ombre, il sorgere del sole, il respiro del mare, della fiumara e della terra. E la stessa cosa accadeva poco prima dell’imbrunire».
«In ogni fotografia di Virgilio il silenzio è assordante – continua Cuteri –. E così come i draghi dei mosaici antichi presidiano varchi e soglie, le sue immagini rivelano sempre un livello ulteriore: un passaggio, un orizzonte che si dilata, un residuo che si svela come margine di un universo ulteriore. Ciò che è fotografato diventa luogo di confine: tra terra e mare, tra antico e contemporaneo, tra comunità e solitudine».
«Il paesaggio è un organismo che continua a generare significati, come un bazar in cui si incontrano – in una contrattazione che è espressione dell’universo – la natura, la storia e la presenza dell’uomo. E in queste immagini, che non sono mai uno sfondo immutabile, si coglie una tensione, un movimento leggero, una linea del mare che non è mai soltanto un orizzonte. E poi ci sono loro, le nuvole, presenti in ogni fotografia, a ricordarci quanto basti un nulla per generare un mutamento, per farci riprendere il viaggio assumendo forme sempre nuove, per esercitare l’arte eterna dell’esserci e del non esserci, per immaginare ogni giorno una nuova possibile geografia dell’anima», conclude l’archeologo.
