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L’arte che non decora, appunti sulla memoria e sui diritti

di Alfredo Muscatello – Ci sono immagini che non decorano la realtà. La interrompono. Le danno uno schiaffo.
Nella sovrabbondanza visiva in cui siamo immersi, e che come fotografo attraverso ogni giorno, la maggior parte degli scatti svanisce un istante dopo lo sguardo. Altri restano lì, fermi, ad aspettarti per anni. Personalmente, quando penso al bisogno dell’arte di opporsi a una fase di arretramento culturale, la mia memoria seleziona un’opera precisa, *Garze bianche* di Robert Mapplethorpe.
Un corpo interamente bendato. Nessun volto, nessuno sguardo. Solo una bocca spalancata in un urlo che non possiamo sentire. Potrebbe essere chiunque, ma per me è il ritratto millimetrico di un’epoca.
La stessa urgenza di verità la ritrovo in un certo cinema, senza pretese, diametralmente opposto rispetto alla percezione di posizionamento artistico in cui si colloca, penso a Ugo Tognazzi e a quella capacità di restituire dignità al reale senza cedere alla caricatura. In *Il vizietto*, per esempio, trovo che la forza dell’opera non risieda nella provocazione, ma nella normalità del racconto, una relazione, una famiglia, un amore vissuto con fatica, ironia e profonda umanità. A mio avviso, l’arte si dimostra necessaria esattamente in questo punto, quando restituisce peso corporeo e spessore a ciò che il discorso pubblico tende a trattare come marginale.
Negli anni in cui queste opere prendevano forma, l’omofobia imponeva l’invisibilità. Non credo fosse una questione di dibattito teorico, ma di sopravvivenza quotidiana, il diritto elementare di pronunciare il proprio nome senza l’obbligo di chiedere scusa.
A distanza di quasi cinquant’anni, ho l’impressione che la cronaca ci dimostri come nessuna conquista sia davvero irreversibile. La storia non procede per linee rette; avanza, arretra, inciampa. I diritti non mi sembrano monumenti di marmo, ma cantieri sempre aperti. Nel momento in cui si smette di difenderli, qualcuno, prima o poi, proverà a smontarli pezzo dopo pezzo.
Mi colpisce vedere come ancora oggi, persino da spazi istituzionali, si pretenda di stabilire i confini della “normalità”. Mi sembra il segno di uno scollamento, l’evoluzione culturale non viaggia alla stessa velocità di quella civile, e il vuoto rischia di essere riempito da una grammatica che speravo superata.
Per come la vedo io, il problema non risiede solo nelle posizioni reazionarie, ma nel dispositivo televisivo che le trasforma in discorso pubblico. La trappola del falso pluralismo
Quando la dignità di una persona diventa oggetto di un talk show in prima serata, ho la sensazione che il meccanismo sia già compromesso. Si finisce per accettare l’idea che l’uguaglianza sia solo una tesi tra le altre, un’opinione da bilanciare con il suo esatto contrario in nome di un presunto pluralismo.
Il fatto che ogni individuo proietti un’ombra sotto il sole non significa che ogni parere abbia lo stesso peso specifico, specie se parliamo di diritti fondamentali. Ridurre la complessità a un mero scontro televisivo rischia di trasformare l’ovvio in una tesi discutibile. Una democrazia matura non dovrebbe più interrogarsi sulla legittimità della dignità umana, ma esclusivamente sulle modalità per garantirla meglio.
È per questo, credo, che *Garze bianche* continua a parlarci. Quelle bende non appartengono solo agli anni Ottanta. Ogni volta che qualcuno tenta di catalogare il diritto al rispetto, sento quel tessuto tornare a stringersi. L’arte, a mio parere, serve proprio a questo, non si limita a ricordarci da dove veniamo, ma ci avverte di dove rischiamo di tornare.
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