Le indagini sulla strage di Amendolara, costata la vita a quattro braccianti agricoli stranieri, si muovono lungo più direttrici investigative. Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire il movente di un delitto che ha sconvolto l’opinione pubblica e che, per modalità e ferocia, viene descritto come uno degli episodi più gravi registrati negli ultimi anni nel mondo del lavoro agricolo.
Tra le ipotesi al vaglio vi è quella di una brutale ritorsione maturata nell’ambito del sistema del caporalato, ma non si esclude neppure un conflitto tra gruppi impegnati nella gestione della manodopera stagionale nelle campagne della Sibaritide e del Metapontino. A confermare la complessità del quadro è stato il procuratore della Repubblica di Castrovillari, Alessandro D’Alessio. “Il caporalato è una delle piste, ma non l’unica”, ha dichiarato il magistrato rispondendo alle domande dei cronisti. Un’affermazione che lascia aperta anche la possibilità di uno scontro tra organizzazioni rivali.
Le investigazioni, coordinate dalla Squadra Mobile di Cosenza, sono ancora in una fase iniziale. Dopo il fermo dei due presunti esecutori materiali dell’omicidio, gli accertamenti proseguono per individuare eventuali complici e chiarire il contesto nel quale è maturato il massacro.
Sulla vicenda è intervenuta anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che attraverso i social ha espresso sgomento per quanto accaduto e ha chiesto che venga accertata ogni responsabilità. Per la premier è necessario “fare piena luce su questo terribile crimine e assicurare tutti i responsabili alla giustizia”. “L’Italia”, ha aggiunto, “non arretra davanti alla violenza e alla barbarie”.
Nel corso della conferenza stampa degli investigatori sono emersi ulteriori dettagli sulle vittime: il pakistano Waseem Khan, 29 anni, e gli afghani Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi e Safi Iayjad, rispettivamente di 28, 19 e 27 anni. Tutti erano regolarmente presenti in Italia e in possesso di permesso di soggiorno, così come i due uomini attualmente indagati.
Particolarmente significativa è la testimonianza del solo superstite, Mohammad Taj Alamyar, afghano di 35 anni, che è riuscito a sfuggire alla morte forzando il portellone del veicolo in fiamme mentre uno degli aggressori tentava di impedirne la fuga. Pur riportando ustioni, l’uomo è sopravvissuto.
Gli investigatori non hanno nascosto la gravità di quanto accaduto, definendo il delitto un atto di “crudeltà inenarrabile”, un episodio di “gravità inaudita” e, semplicemente, “disumano”. Per ragioni di sicurezza, sia Mohammad Taj Alamyar sia un altro lavoratore afghano, il ventisettenne Azrat Helal Armani, sono stati posti sotto protezione e trasferiti lontano da Villapiana, dove risiedevano.
La vicenda ha riacceso anche il confronto politico e sindacale sul fenomeno del caporalato. La Flai Cgil, che ha annunciato una manifestazione ad Amendolara alla presenza del segretario generale della Cgil Maurizio Landini, sostiene che dietro il sistema di sfruttamento vi siano interessi più ampi. Il sindacato parla infatti di un sistema “che ha dietro dei mandanti che non sono i caporali pakistani”, lasciando intendere possibili collegamenti con la criminalità organizzata.
Una lettura condivisa anche dal segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, che si è chiesto: “pensate veramente che due persone che vengono da fuori Italia possano gestire il caporalato in un paese senza la copertura della mafia?”. Sul fronte della prevenzione, invece, la leader della Cisl Daniela Fumarola ha richiamato la necessità di rafforzare gli strumenti di contrasto prima che simili tragedie si ripetano.
Dall’opposizione arrivano richieste di chiarimenti al Governo. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha ribadito la necessità di “accendere un faro contro lo sfruttamento per liberare da quelle condizioni centinaia di migliaia di lavoratori”. Più incisiva la posizione del deputato del Movimento 5 Stelle Riccardo Tucci, che ha chiesto un’informativa urgente ai ministri competenti e ha rilanciato l’ipotesi di un coinvolgimento della criminalità organizzata nel fenomeno del caporalato. “Vogliamo sapere dal governo come intende affrontare, una volta per tutte, una questione che nel nostro Paese coinvolge 230mila persone”, ha dichiarato.
Sulla stessa linea il leader di Alleanza Verdi e Sinistra Nicola Fratoianni, che ha criticato il silenzio dell’esecutivo e, in particolare, quello della ministra del Lavoro, definito “inesistente come sempre”.
Intanto la Regione Calabria annuncia iniziative concrete. L’assessore all’Agricoltura Gianluca Gallo ha reso noto che l’ente regionale si costituirà parte civile nel procedimento. Il presidente Roberto Occhiuto, invece, ha ottenuto che il prossimo Consiglio regionale affronti specificamente i temi del caporalato, dello sfruttamento lavorativo e della condizione dei migranti. Una scelta che il governatore ha definito “doverosa in un momento così doloroso e sconvolgente per la nostra comunità”.
