elle logiche e degli interessi mafiosi, dei pesantissimi e devastanti riflessi sistemici di carattere economico-sociale legati alle loro attività, Antonio Anastasi è un conoscitore profondo. Un esperto di caratura nazionale, i cui contributi sono garanzia di serietà scientifica e competenza. Lo ribadisce con chiarezza – e con la consapevolezza di riferirsi ad un lavoro importante – Antonio Nicaso, che della materia è considerato un’autorità a livello planetario, firmando la prefazione dell’ultimo lavoro di Antonio Anastasi: “Un’altra pelle” – La scelta di Salvatore Cortese, ex killer della ‘ndrangheta che ha spezzato l’omertà, appena uscito per i tipi di Luigi Pellegrini Editore e già super richiesto nelle principali librerie e dai più importanti canali nazionali di distribuzione libraria.
Una considerazione conquistata sul campo grazie a studi e ricerche che mettono in luce, come sottolinea Nicaso, la capacità di Anastasi, “non solo di raccontare vicende giudiziarie, ma anche leggere ciò che si muove sotto la superficie, collegare i fatti, riconoscere le continuità, i silenzi, le zone d’ombra”. Di una vicenda mafiosa così come dei suoi protagonisti. Come è stato, per esempio, per l’opera, molto apprezzata dai lettori, che ha dedicato al boss Nicolino Grande Aracri e al potere della ‘ndrangheta cutrese.
“Un’altra pelle”, come si diceva, costituisce un’ulteriore, significativa conferma dell’abilità narrativa di Anastasi. Il racconto della parabola criminale di Salvatore Cortese, pluriomicida “cresciuto dentro una struttura che imponeva obbedienza e violenza come regole non negoziabili” che, a un certo punto, decide di collaborare con la giustizia. Una scelta vera, credibile, lontano da opportunismi e convenienze. Affermando con decisione: “Avevo una condanna a due anni e mezzo, non l’ergastolo da scontare, e mi sono accusato di dieci omicidi. L’ho fatto per uscire da questa porcheria”. Per farla finita con un codice di morte e di sopraffazione diventato insostenibile. Ciò che un Anastasi particolarmente ispirato riesce a a descrivere compiendo un piccolo capolavoro: letterario, innanzitutto, ma anche di testimonianza civile. Il contributo di un giornalista con la schiena dritta che, sottolinea Nicaso, “non indulge nel mito, non cerca eroi né demoni”, restituendo “la realtà per quello che è, con precisione e responsabilità”. In un libro che, “in un tempo in cui la narrazione delle mafie rischia spesso di ridursi a stereotipo, spettacolo o folklore” richiama l’attenzione “su ciò che conta: il potere concreto della violenza e la possibilità reale di spezzarlo”. E ricordando, se possibile in maniera ancora più forte, che “la parola può essere una lama capace di aprire spiragli di verità dove per anni c’è stato solo il buio. Perché la ‘ndrangheta vive finché non la si guarda in faccia. E viene messa in discussione quando qualcuno trova il coraggio di dire: ‘Io non ci sto più’”.
