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La destra storica in Calabria: tasse ed emigrazione

Nei primi 15 anni di Governo la destra storica non rispettò i nuovi sudditi ma impose loro leggi inique che volutamente portarono al saccheggio delle nostre terre, dando inizio alla cosiddetta questione meridionale. Affermare che la Calabria era una terra abbandonata e misera appartiene ormai ad una retorica risorgimentale ottusa ed incapace di recepire le numerose ricerche e dati di archivio ben documentati da vari autori. L’operato della Destra storica mirò all’annientamento dell’economia industriale e contadina preesistente.
I due indicatori principali che mostrano come la Destra storica abbia agito più come forza di “occupazione” che di “industrializzazione” in una economia in crescita sono la popolazione residente e il suo stato fisico; quest’ultimo si può analizzare dal numero di riformati alla leva.

Un aumento della popolazione in un territorio generalmente indica che le condizioni di vita favoriscono stabilità e sviluppo. Allo stesso modo, la presenza di giovani in buona salute è un indicatore delle condizioni economiche e alimentari delle famiglie.

La popolazione in Calabria nel 1841 era di 1.056.822 abitanti; nel 1857 raggiunse 1.187.782 abitanti; nel 1861 si contavano 1.140.416 abitanti e nel 1871 si arrivò a 1.206.301 abitanti. Si osserva quindi un incremento della popolazione nel periodo pre-unitario (8.860 abitanti annui per 15 anni) mentre nel periodo post-unitario (6.600 abitanti annui in 10 anni), c’è un calo del 30%. Di contro, si registra un aumento dell’emigrazione, fenomeno sconosciuto in Calabria prima del 1861. Questo significa che in Calabria le cose non andavano tanto bene se tutti fuggivano.

Tutti i dati storici evidenziano un’emigrazione costante dal 1862, che è esplosa dopo il 1870, a seguito della resa dopo 10 anni di guerra civile imposta dal nuovo regime. La stima parla di 900.000 persone in trent’anni; un motivo per tale fenomeno ci sarà e di sicuro non furono i Borbone. Tralasciando quanto accaduto dopo il 1900, la Calabria oggi conta 1.832.156 abitanti, un incremento di 3.812 abitanti annui se rapportato al 1857. Nell’ultimo anno si è registrata un’emigrazione di circa 17.000 persone (un “successo” della destra moderna!).

Analizzando il secondo aspetto prima citato, gli studi di Francesco Saverio Nitti (“Nord e Sud”) e le ricerche del professor Daniele (“Health, height and regional disparities in Italy: evidence from conscripts’ data, 1843-1871”) mostrano che, prima dell’unità d’Italia, i riformati alla leva nel Sud erano percentualmente inferiori rispetto a quelli del Nord. Nel giro di circa quindici anni, tuttavia, tali percentuali tendano ad avvicinarsi, suggerendo un peggioramento generale delle condizioni di vita nelle regioni meridionali.

La destra storica non tolse solo i terreni alla massa contadina ed artigiana ma introdusse la leva obbligatoria con la Legge 20 marzo 1865, n. 2248;5 anni di servizio militare obbligatorio per i maschi abili dai 20 ai 22 anni (poi esteso a 19-26 anni nel 1872), quindi, sottrasse forza lavoro che di sicuro non incrementò l’economia della regione.

Il sistema sociale calabrese, colpito al cuore con le chiusure degli insediamenti industriali e la privazione delle terre, fu ulteriormente devastato dal nuovo regime fiscale. Alla Destra storica non bastarono i 447 milioni di ducati, ma si imposero una miriade di tasse; “Il Sud deve pagare le tasse come il Nord. Non si può avere lo Stato senza sacrifici” (Sella. Relazione al Parlamento, 1862). La statistica rivela che tra il 1861 e il 1870 il Sud pagò il 30% delle tasse totali, ma ricevette solo il 18% delle spese statali. Questo andamento, purtroppo, continua dal 1860 ad oggi: non si è più fermato ed i sacrifici sono stati sempre del sud (vedi spesa storica, autonomia differenziata e conti pubblici territoriali).

Il vero problema che dovette affrontare la Destra storica (sabauda) era ripianare i debiti (solo il Piemonte ne aveva circa 1.300.000 lire – “il gran libro del debito pubblico. Camera dei deputati. 1864”) e lo fece con l’oro derivante dalle casse di un Regno fra i primi a livello europeo al tempo.
Francesco Saverio Nitti, nel volume “Nord e Sud”, affrontò accuratamente questi aspetti economici, sostenendo che una parte consistente delle risorse finanziarie del Regno Duosiciliano (un regno in cui la somma di capitali circolanti e depositati era pari al 65% dell’intera penisola) venne assorbita dal nuovo Stato unitario. Nitti nel suo libro dedica un intero capitolo alla questione: Capitolo VII – Su alcuni spostamenti di ricchezza d al Sud al Nord. Tali “ricchezze” di sicuro non vennero impiegate per migliorare le condizioni dei nuovi regnicoli. La destra storica impose rapidamente il nuovo sistema monetario, sottraendo il conio agli istituti del precedente Regno e centralizzando il sistema finanziario nazionale, per poi arrivare allo scandalo della Banca Romana nel 1887, con la sinistra storica.

Il nuovo regime fiscale fece sì che in Piemonte si pagasse il 6% in meno di tasse, mentre al Sud (quindi compresa la Calabria) l’incremento fu del 527% (fonte: Margotta, 1865; Colpo d’occhio sulle condizioni del regno, 1862). La destra storica portò il rapporto debito/PIL dal 40% a circa il 90% (Rivista di storia economica, Il Mulino, 3/1988, dicembre, p. 209), dal 1861 a circa il 1876. E la cosa continuò successivamente, per esempio:
1. dopo la seconda fase di accumulo (1915-1920) nella quale […] la Banca d’Italia, attraverso il Consorzio per Sovvenzioni Industriali, fu fortemente impegnata nel salvataggio delle aziende in difficoltà, in particolare l’Ansaldo di Genova e nel sostegno alle banche, per la maggior parte collocate al Nord, che risultavano immobilizzate dalla crisi postbellica […](fonte: Pedicini P., 2026: Caino e Abele: La maledizione del Sud, 2025).
2. nella cosiddetta “seconda fase di scarico del rapporto debito /PIL, sceso a quota 90% in seguito […] alla massiccia emissione di nuova moneta, che portò ad un elevato livello inflazionistico pagato a caro prezzo dalle classi meno abbienti, per lo più residenti al Sud. Sul fronte delle entrate il governo fascista allargò la base contributiva, inglobando numerose categorie sociali fino allora escluse, mentre abbassò le aliquote per le categorie ritenute più inclini all’investimento, operazione che equivalse ad uno spostamento delle risorse economiche verso Nord […](fonte: Ministero del Tesoro, Il debito pubblico in Italia 1861-1987, V1, Roma 1988).

 

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