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“C’è molta speranza (ma nessuna per noi)”. Nicola H. Cosentino ha presentato il suo romanzo al Premio Sila ‘49

Per circa un anno e mezzo, Nicola H. Cosentino ha compiuto una roba di una semplicità unica: ha chiesto a tutte le persone che incontrava quale fosse il loro più grande desiderio. Venerdì sera alla libreria Feltrinelli di Cosenza, gremita di pubblico, lo scrittore calabrese ha presentato “C’è molta speranza (ma nessuna per noi)” (Guanda), terzo appuntamento con la Decina 2026 del Premio Sila. In dialogo con la giornalista Rita Campanaro, Cosentino ha raccontato la genesi di un romanzo che nasce da una scoperta: “Siamo diventati molto più abili a raccontare ciò che ci spaventa che ciò che desideriamo davvero”.

E durante la serata, è stata anche riproposta l’esperienza al centro del romanzo: una scatola è passata tra il pubblico perché ognuno potesse scrivere su un foglietto il proprio desiderio e infilarlo nella scatola. Alla fine dell’incontro, l’autore ne ha letti alcuni.

 

Dalla paura al desiderio

Gemma Cestari ha aperto l’incontro sottolineando la voce autoriale riconoscibile di Cosentino: «Una scrittura fatta di digressioni, citazioni, incursioni imprevedibili dei personaggi. Si parte da un punto, si compie un percorso lungo, apparentemente dispersivo. Eppure, alla fine, si arriva sempre al cuore della questione».

Cosentino ha raccontato quindi la genesi del libro: «Per circa un anno e mezzo ho chiesto a tutte le persone che incontravo quale fosse il loro più grande desiderio. Negli anni precedenti mi ero occupato dell’opposto: avevo studiato le possibilità dell’apocalisse, della fine, della paura, così come vengono raccontate nei romanzi e nei film. A un certo punto mi sono accorto che qualcosa non funzionava». Per me la letteratura era ciò che Margaret Atwood definisce un bengala: qualcosa che illumina il futuro, che annuncia ciò che sta per accadere. Poi ho capito che non funzionava. Era il 2020. Le persone hanno iniziato a reagire in modo diverso: all’inizio c’era curiosità, poi subentrava una sorta di assuefazione. Ho capito che forse bisognava cambiare prospettiva. Non parlare più soltanto di paure, ma del loro contrario: desideri, speranze, utopie».

 

Il problema non è realizzare i desideri, quanto esprimerli

«Ho la sensazione che negli ultimi anni siamo diventati molto più abili a raccontare ciò che ci spaventa che ciò che desideriamo davvero. Succede nelle conversazioni private, a tavola, in famiglia. Succede nel discorso pubblico, nei media. Siamo a nostro agio nel condividere paure, crisi, inquietudini. Molto meno nel dichiarare i nostri sogni – ha affermato Cosentino –. È come se ci fossimo disabituati a sperare, pubblicamente e perfino con noi stessi. E questo diventa un circolo vizioso: se non siamo più capaci di nominare i nostri desideri, non riusciamo neanche a immaginare il futuro, né a costruirlo, né a migliorarlo. Il problema non è tanto realizzare i desideri, quanto riuscire a esprimerli. Dirli ad alta voce».

 

Il bambino e la signora anziana

La giornalista Rita Campanaro ha chiesto delle due figure che attraversano il romanzo: un bambino e una signora anziana. «Rappresentano un sistema a due – ha spiegato Cosentino –. La signora anziana dice di voler tornare a Venezia, la città in cui è nata, ma in realtà non ha un vero desiderio. C’è in lei una forma di disillusione, quasi la sensazione che qualcosa, tra le generazioni, si sia incrinato».

«Il bambino, Francesco, è quasi il suo opposto. Se la signora rappresenta una sorta di stanchezza del desiderio, il bambino ne rappresenta la ferita originaria. Lo incontra in una casa famiglia, è un bambino educato, rispettoso, ma profondamente solo. Pone una domanda semplice e insieme devastante: “Quando torni?”. Per me ha una funzione di espiazione. Anche a me è successa una cosa simile. Ho conosciuto un bambino, ho fatto una promessa, e poi sono tornato. Scrivere è stato un modo per fare i conti con quella esperienza, per stare meglio».

 

Ottimista nonostante Kafka

Sul titolo del romanzo, che riprende una frase attribuita a Kafka, Cosentino ha spiegato: «Quella frase, vera o presunta che sia, a me sembra profondamente piena di speranza. Quando diciamo qualcosa di apparentemente disfattista, spesso lo facciamo per esorcizzare la paura, per dire a voce alta ciò che temiamo proprio perché, in fondo, desideriamo il contrario. La mia generazione ha fatto spesso questo: nascondere le proprie speranze dietro una maschera di ironia o di negatività».

E ha concluso: «Nonostante tutto, io resto ottimista. Abbiamo messo da parte valori fondamentali come la gentilezza, la tenerezza, la pazienza. Anche il semplice “perdere tempo”. Io devo molto alla noia. È proprio in quell’attesa passiva, in quello spazio vuoto, che spesso si impara qualcosa. Oggi nessuno è più disposto a concedersi questi momenti: tutto deve essere efficace, produttivo, immediatamente significativo».

La stagione della Decina 2026 prosegue lunedì 13 aprile, alle 18, alla libreria Ubik di Cosenza, con Anna Mallamo che presenta “Col buio me la vedo io” (Einaudi), il suo romanzo d’esordio vincitore del Premio Supermondello 2025 e presentato al Premio Strega 2026. A dialogare con l’autrice reggina, il giornalista Giuseppe Smorto.

 

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LA SCHEDA DEL LIBRO

Nicola H. Cosentino – C’è molta speranza (ma nessuna per noi) – Guanda

«Maschio, italiano, trentadue anni, 186 cm per 70 kg, superficiale e profondissimo, individualista e generosissimo, a proprio agio con la definizione di ‘uomo del suo tempo’ soprattutto se per ‘suo’ s’intende ‘di un altro’.» È H, il protagonista di questa storia. Uno che non ne può più del pessimismo che lo circonda, e nemmeno del proprio: approdato a Milano dalla provincia calabrese, ha dedicato gli ultimi anni a scrivere un saggio sulla fine del mondo, ma la Storia – tra guerre, pandemie e disastri vari – gli ha offerto troppo materiale, tanto da rendere il suo lavoro superato. Decide allora di cambiare rotta, e concentrarsi su tutt’altro: i desideri. Ambiziosi, timidi, comuni, impossibili, inconfessabili… Munito di taccuino e registratore, H pone ad amici, famigliari, alla compagna che vorrebbe sposare e a tutti quelli che incontra una domanda apparentemente semplice: «Cosa desidera più di tutto il tuo cuore?» È curioso di mappare le speranze del mondo, certo, ma anche di capire meglio se stesso; di scoprire se fra i sogni degli altri si annida pure il suo. (Perché com’è che si desidera? Dovremmo reimparare a farlo?) C’è molta speranza (ma nessuna per noi) è un romanzo che oscilla tra il personal essay, l’inchiesta e il pamphlet, e parla di tutti noi, di quello che vogliamo e di quanto i nostri desideri siano la sola cosa realmente capace di svelare chi siamo e la società in cui viviamo. Al centro c’è un giovane uomo che ambisce non tanto a concretizzare i propri obiettivi (trovare un lavoro stabile, una casa più grande, scrivere un buon libro…) quanto a poterseli permettere. Ma la vera protagonista, forse, è la letteratura, giacché l’unico modo per reimparare a desiderare – e per realizzare ciò che è materialmente irrealizzabile – è immaginare.

 

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LA BIOGRAFIA DELL’AUTORE

Nicola H. Cosentino

È nato a Praia a Mare (CS) e vive a Milano. Con “Vita e morte delle aragoste” (Voland, 2017) ha vinto il Premio Brancati Giovani nel 2018 ed è stato tradotto in francese e tedesco. Con “Le tracce fantasma” (minimum fax, 2022) è arrivato secondo al Premio Flaiano. È editor di “Lucy – Sulla cultura” e collabora con le pagine culturali del Corriere della Sera. “C’è molta speranza” è il suo quarto romanzo.

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