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La droga nel Salento era fornita da un uomo della ‘ndrangheta

L’approvvigionamento della cocaina avveniva attraverso contatti consolidati con fornitori attivi nelle province di Reggio Calabria e Vibo Valentia, mentre l’eroina arrivava da una rete di trafficanti albanesi stabilmente presenti in Italia. È quanto emerge dall’inchiesta “Whisper”, condotta dalla Direzione investigativa antimafia insieme alla Direzione distrettuale antimafia di Lecce, che ha portato all’esecuzione di 23 misure cautelari, di cui 21 in carcere e due agli arresti domiciliari.

Tra i due sodalizi finiti nel mirino degli investigatori, uno operava nel territorio leccese ed era ritenuto responsabile della gestione di un articolato traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Al vertice dell’organizzazione, secondo la ricostruzione accusatoria, vi sarebbe stato un pluripregiudicato della zona nord del capoluogo salentino che, pur ristretto in carcere, avrebbe continuato a dirigere le attività illecite impartendo disposizioni ai propri uomini.

Le indagini hanno evidenziato come il presunto capo si sarebbe avvalso della collaborazione della moglie, considerata dagli investigatori una figura chiave per mantenere i collegamenti tra il carcere e gli affiliati. Accanto a lei avrebbero operato una coppia residente in una località costiera del Leccese, ritenuta incaricata della gestione dei rifornimenti di eroina provenienti da fornitori albanesi con base a Policoro, in provincia di Matera, oltre a un altro pregiudicato salentino che avrebbe curato gli acquisti di cocaina attraverso i canali calabresi.

Un ruolo determinante nell’inchiesta è stato svolto dalle intercettazioni telefoniche e ambientali, che hanno consentito agli investigatori di ricostruire l’assetto organizzativo del gruppo, individuandone compiti, responsabilità e rapporti gerarchici. Dalle conversazioni sarebbe emersa con chiarezza la posizione dominante del presunto promotore dell’associazione, indicato come il punto di riferimento per ogni decisione riguardante il traffico di cocaina, eroina e hashish nel territorio salentino.

Secondo l’accusa, prima di essere arrestato in esecuzione di una condanna definitiva pronunciata dalla Corte d’Appello di Lecce, l’uomo avrebbe predisposto un piano per garantire la continuità dell’organizzazione. Avrebbe infatti affidato la gestione operativa delle attività a due collaboratori di fiducia, incaricando contemporaneamente la moglie di trasmettere all’esterno, durante i colloqui in carcere, le istruzioni necessarie per coordinare il sodalizio.

Per gli inquirenti la donna non avrebbe svolto soltanto il ruolo di intermediaria, ma avrebbe partecipato attivamente all’attività dell’organizzazione, contribuendo ai rapporti con i fornitori e alla gestione delle operazioni. In particolare, avrebbe mantenuto contatti diretti con quello che gli investigatori indicano come il principale referente del gruppo in Calabria, descritto come uomo di fiducia di una famiglia di ‘ndrangheta dominante nel Vibonese.

L’indagine ha inoltre fatto emergere un volume d’affari ritenuto particolarmente consistente. Gli investigatori hanno documentato numerose forniture di droga di rilevante entità, operazioni che richiedevano ingenti disponibilità finanziarie e strutture adeguate per lo stoccaggio delle sostanze. Dalle intercettazioni sarebbe emerso anche che i vertici dell’organizzazione privilegiavano rapporti con acquirenti in grado di garantire ordini continui e quantitativi elevati, puntando su una distribuzione all’ingrosso piuttosto che sul piccolo spaccio.

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