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Diritto alla salute vs sviluppo tecnologico: il “mostro” di Scalea che terrorizza i cittadini è abusivo oppure no?

di Roberta Mazzuca – Quando il diritto alla salute si scontra con lo sviluppo tecnologico, le tensioni si alimentano e le controversie si moltiplicano. Una matassa difficile da sbrogliare quella che vede protagonista il Comune di Scalea, in provincia di Cosenza, dove alcuni residenti si sono opposti fermamente all’installazione di una stazione radio in via Fiume Lao. Un traliccio di telefonia imponente, alto circa 26 metri, ormai completato e funzionante con tecnologia 4G e 5G. Lo si scorge immediatamente dalla strada, non appena si arriva sul posto, una località parrebbe, già a prima vista, non idonea. Si legge, difatti, in un esposto a firma di 21 residenti datato 24 settembre 2023:Un sopralluogo avrebbe dovuto dirimere ogni dubbio sulla assoluta e oggettiva inidoneità del sito autorizzato in zona urbanizzata, con elevata densità abitativa, in violazione delle distanze minime dalle civili abitazioni imposte dalla normativa civilistica, urbanistica e sismica, (l’infrastruttura confina con civile abitazione a distanza di circa 1,5), situato a pochi metri dalla Caserma dei Vigili del Fuoco e nelle immediate vicinanze di un centro commerciale e di un parco per bambini. Inoltre, anche la presenza di cittadini residenti affetti da preoccupanti patologie cardiache avrebbe dovuto imporre una diversa e più approfondita valutazione. Opportuno precisare, altresì, che l’infrastruttura è stata autorizzata sullo stesso terreno agricolo sul quale opera un’officina meccanica, a dispetto di ogni norma di sicurezza sui luoghi di lavoro, in un contesto ambientale già altamente pregiudicato per la presenza da anni di carcasse di auto abbandonate”.

L’esposto, successivo a un altro già presentato il 12 luglio 2023, espone consistenti dubbi rispetto all’operato del Comune in questa intricata vicenda, rispetto al quale sollevano perplessità anche i consiglieri di opposizione Eugenio Orrico e Angelo Paravati. La vicenda, riguardante appunto l’installazione da parte della compagnia Wind di una stazione radio mobile su terreno privato ad alta densità abitativa, vede oggi sopravvivere una delicata situazione di stallo. Una sorta di guerra fredda tra Comune, a metà tra resistenza e avallamento, e cittadini, nel mezzo di silenzio e proteste. Dopo l’iniziale e apparente presa di posizione del Comune, che nel mese di luglio ne bloccava l’installazione “per la tutela della salute pubblica, vista la presenza nella zona interessata di cittadini con serie patologie cardiache”, l’8 settembre 2023 un’ordinanza del Tar accoglie l’istanza cautelare del responsabile della compagnia telefonica, e “sospende l’efficacia dell’ordinanza del sindaco di Scalea […]. Fissa, per la trattazione nel merito del ricorso, l’udienza pubblica per il 6 marzo 2024”. Un’ordinanza, quella del sindaco Giacomo Perrotta, che può quasi sembrare una presa in giro, in quanto, come da lui dichiarato in Consiglio aperto del 21 settembre 2023, “ho firmato l’ordinanza sapendo già che non sarebbe servito a nulla”.

In attesa dell’udienza, allora, i cittadini, scesi inizialmente in piazza per protestare, sono oggi chiusi in un enigmatico silenzio. Un silenzio che, dispiace, è l’unico a venirci incontro quando, recatici sul posto, proviamo a chiedere effettiva contezza delle problematiche che l’installazione dell’antenna avrebbe causato. Un silenzio che sa quasi di rassegnazione, o forse di paura, o semplicemente di obbligata attesa. L’unica con cui riusciamo a scambiare due chiacchiere è un’anziana e gentile signora, la proprietaria dell’abitazione adiacente l’antenna, a solo un metro e mezzo di distanza. “Da un giorno all’altro, senza nessuna comunicazione, mi sono ritrovata con l’antenna quasi in casa” – racconta ai microfoni del Dispaccio. “Nessuno è venuto a parlare con me. Fortunatamente, non ho ancora riscontrato problemi alla mia salute, ma sicuramente la situazione non fa piacere. Questa è una zona a rischio sismico, ed è anche molto ventosa. Per non parlare di ciò che comporta a livello di depauperamento dell’immobile”.

E, in pochissime parole, l’anziana signora porta alla luce tematiche fondamentali di questa controversa storia. Innanzitutto, la mancata comunicazione, che proprio il consigliere Paravati aveva fatto propria nel famoso Consiglio comunale: “La vicenda di questa antenna nasce male, – diceva – perché di quest’antenna tutti erano a sconoscenza, perfino voi dell’amministrazione, pare. La prima grande stortura sta nella mancanza di pubblicità dell’istanza, che sarebbe dovuta andare sull’Albo pretorio del Comune. E neanche con quella si sarebbe riusciti a soddisfare la pubblicità necessaria. L’iter prevede, difatti, comunicazione anche sul sito del Comune. Abbiamo cercato di capire chi gestisce questi siti, ma non ci è stata data risposta. Poi si dovrebbe mandare richiesta all’URP e convocare i quartieri. Nulla di tutto questo è stato fatto. Se i cittadini di Scalea fossero stati avvisati per tempo di questa istanza della Wind, sicuramente si sarebbero dati da fare”.

“In località Petrosa è stato installato un altro impianto, due anni fa, e i cittadini hanno protestato” – affermava nello stesso Consiglio Orrico, evidenziando il tema inerente alla pubblica sicurezza. “Sulla base di quella protesta si poteva approvare una regolamentazione. C’è stato il coinvolgimento della popolazione? C’è stata una vostra verifica? Avete visto che il traliccio è a un metro e mezzo dall’abitazione?” – chiedeva concitatamente all’assessore all’ambiente Davide Manco, che rispondeva: “Si. Abbiamo visto tutto”.
“In località Piano Lettieri un traliccio è stato abbattuto dal vento. Fortuna volle che nelle vicinanze non c’erano le case. Oggi, dove è stata installata l’antenna, c’è una casa, e c’è una strada. Potrebbe verificarsi la stessa cosa. Che cosa intendete fare alla luce di tutto questo? Avete intenzione di approvare un piano di delocalizzazione delle antenne e revocare l’autorizzazione?”. Dubbi leciti, legati alla sicurezza della popolazione che intorno a quell’antenna, per forza di cose, gravita. Dubbi che sollevano altri dubbi. Sulla gestione delle pratiche e l’azione amministrativa, che appare non priva di contraddizioni; sui possibili danni alla salute, non essendo ancora chiari gli effetti dell’elettromagnetismo sulla salute umana a lungo termine; e su un aspetto anche questo non trascurabile, relativo al depauperamento degli immobili. Innegabile, infatti, come l’installazione di un ripetitore diminuisca fortemente il valore di un’abitazione, rappresentando, già per la sua sola esistenza, un evidente danno economico.

In effetti, affacciandosi dalle finestre di casa della signora, l’antenna pare quasi un tutt’uno con l’abitazione. Un suo elemento costitutivo oramai, che incide inevitabilmente anche sulla definizione del suo valore. Un’imponente torre elettromagnetica collocata proprio sopra la sua testa. Un enorme “mostro”, così viene definito nel suddetto Consiglio comunale, e così viene rappresentata nell’esposto la situazione: “Una povera signora anziana dovrà rassegnarsi a vedere l’antenna a meno di un metro dalla propria finestra o sarà costretta a ricercare una nuova abitazione: questo per una gestione scellerata, priva non solo del rispetto di norme elementari, ma anche del buon senso che un’attenta amministrazione richiederebbe a tutela dei propri cittadini”.

Permesso a costruire: la Regione lo richiede, per il Comune “un’emerita bufalata”

Ma è dal punto di vista normativo che la matassa non riesce proprio a sbrogliarsi. La questione di installazione di ripetitori telefonici vicino alle abitazioni è, già di per sé, abbastanza complessa e necessita di qualche precisazione. È il 2002 quando il decreto Gasparri concede maggiori libertà nel posizionamento di ripetitori per la telefonia mobile sul territorio nazionale. Da quel momento, comincia una proliferazione incontrollata dei ripetitori, soprattutto nei centri abitati. Solo a Scalea, ci dicono, si contano ben 39 antenne in punti fortemente urbanizzati, come nei pressi del famoso Hotel Santa Caterina.

Secondo quel decreto i ripetitori erano da considerarsi vere e proprie opere di urbanizzazione primaria e dovevano essere trattati, dunque, allo stesso modo di strade, fogne, illuminazione pubblica. Secondo quella normativa, inoltre, le antenne telefoniche erano ritenute compatibili con qualsiasi destinazione urbanistica e quindi potevano essere realizzate in ogni parte del territorio comunale, sia in zone residenziali che industriali. Stava ai Comuni e alla loro responsabilità, però, individuare le aree più idonee alla loro installazione, e quelle invece da escludere per motivi ambientali e paesaggistici. Il decreto aveva stabilito una distanza minima dei ripetitori dalle abitazioni di almeno 70 metri, ma questa norma fu dichiarata incostituzionale. Con l’entrata in vigore, poi, del nuovo Codice delle comunicazioni elettroniche, la distanza minima venne abolita.

Al momento attuale, l’autorizzazione per l’installazione di antenne e ripetitori telefonici è subordinata all’accertamento, da parte degli Enti locali, della compatibilità con gli strumenti urbanistici vigenti e del rispetto dei limiti di emissione e dei valori di attenzione stabiliti dalla legge sulla protezione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici. È prevista una procedura semplificata per determinate tipologie di impianti: per quelli di potenza inferiore a 20 watt o riguardanti le reti microcellulari di comunicazione è sufficiente la presentazione al Comune competente per territorio della Scia, la segnalazione certificata di inizio attività. La qualificazione dei ripetitori come opere di urbanizzazione primaria è stata anche confermata dalla giurisprudenza che ha sostenuto che i ripetitori devono considerarsi alla stregua di “impianti di pubblica utilità”, come più volte viene ribadito anche nel corso del Consiglio comunale aperto di Scalea e, in quanto tali, agli stessi non va applicata la normativa circa le distanze previste per i “comuni” manufatti edilizi.

È proprio sul concetto dell’equiparazione delle antenne a impianti di pubblica utilità che il Comune di Scalea fonda la sua posizione, ritenendo di aver agito correttamente, in quanto “Relativamente al parere favorevole rilasciato da questo ufficio – scrive il settore urbanistica della città di Scalea – si precisa che la CORTE Dl CASSAZIONE PENALE, Sezione III, 16 settembre 2005 (I-Jd. 8 luglio 2005), con Sentenza n. 33735 indica: il provvedimento autorizzatorio e la procedura di inizio dell’attività prevista dall’att 87 del D. Lgs 1.8.2003 n. 259 per l’autorizzazione all’installazione di infrastrutture di comunicazione elettronica per impianti radioelettrici, hanno come contenuto imprescindibile anche la verifica della compatibilità urbanistico-edilizio dell’intervento e non è richiesta pertanto la necessità di un distinto titolo abilitativo a fini edilizi. La Suprema Corte si è allineata all’indirizzo giurisprudenziale maggioritario tracciato dai giudici amministrativi (Consiglio di Stato Sez. VI. sent. 100 dell’Il.02.2005 e n. 6910 del 22.10.2004) in base al quale l’autorizzazione dal D. Lgs. 259/2003 ha carattere omnicomprensivo potendosi estendere a tutti i profili connessi alla realizzazione ed all’attivazione degli impianti di telefonia inclusi quelli urbanistici ed edilizi”.

In sostanza, assimilando il Codice delle Comunicazioni Elettroniche gli impianti per telecomunicazioni alle opere di urbanizzazione primaria e a carattere di pubblica utilità, la conseguenza è che alle stesse non va applicata la normativa circa le distanze previste per i comuni manufatti edilizi; “ciò inoltre rende, di fatto, – si legge ancora – l’installazione di tali manufatti compatibile con qualunque destinazione di zona, cosi come ribadito dall’indirizzo prevalente nella giurisprudenza”.

Risponde così, dunque, il Comune di Scalea, ai dubbi avanzati dai cittadini, che pone in essere una prospettiva del tutto differente: “Allo stato, l’autorizzazione si fonda sul falso presupposto, certificato, – si legge nell’esposto – che tutti gli Organi sovra comunali abbiano espresso parere favorevole ai fini del rilascio dell’autorizzazione finale, circostanza non rispondente al vero ed in alcun modo motivata. Tanto ne è la riprova che nella sezione B della citata autorizzazione comunale, tra gli atti prodromici al rilascio, definiti endoprocedimentali, è contemplato il permesso a costruire, di fatto INESISTENTE”. Non si rileverebbe, quindi, nessuno studio di compatibilità urbanistica, nessuna verifica dei titoli di proprietà, le distanze minime dei fabbricati residenti dall’infrastruttura, le distanze sismiche imposte dalla normativa, la compatibilità ambientale, la relazione geologica, la conformità del Progetto elaborato alla reale situazione dei luoghi. “Tutti aspetti ritenuti derogabili” – denunciano i cittadini.

Pare evidente, ad ogni modo, che l’installazione di tali tecnologie non può comunque svolgersi in modo da provocare un danno alla salute e alla sicurezza. Dunque la libertà delle compagnie telefoniche di installare i ripetitori non può essere incontrollata e, soprattutto, in contrasto con il diritto alla salute.

Infatti, anche laddove l’amministrazione comunale abbia autorizzato l’installazione di un ripetitore telefonico attraverso regolare concessione edilizia, ciò non le impedisce di chiedere, a tutela della salute dei cittadini, l’emissione di provvedimenti urgenti come la rimozione o la disattivazione dell’impianto, qualora questo non abbia rispettato il progetto costruttivo o abbia superato i limiti di tollerabilità delle emissioni. Ma qui il punto sta proprio nella regolarità della concessione. Nell’istanza del 23 gennaio 2023, infatti, la Regione Calabria scrive: “L’inizio dei lavori resta subordinato al rilascio del Permesso di Costruire”. Un permesso di costruire, dunque, che per la Regione è necessario per l’avvio dei lavori, ma di cui, categoricamente, l’ufficio tecnico di Scalea nega la rilevanza. “Un’emerita bufalata, di cui io non rispondo” lo definisce, sempre nel Consiglio aperto, il tecnico comunale interessato, disconoscendone la validità.

Un impasse giuridico, insomma, da cui pare sia difficile uscire, e che rappresenta il principale punto di contraddizione. Il permesso a costruire non c’è, ci sono solo “pareri favorevoli” da parte degli Enti preposti. La Regione lo richiede, ma il Comune afferma che non è necessario. L’iter, dunque, è stato quello giusto oppure no? L’installazione dell’antenna, allo stato attuale, è abusiva oppure no? “La vicenda, che ben potrebbe in apparenza ricondursi ad un fenomeno circoscritto di gestione superficiale della procedura amministrativa da parte di un Ente locale che omette di vigilare, – scrivono ancora i cittadini nell’esposto – lascia trasparire una preoccupante prassi in fase di istruttoria, fondata su scarsi o insussistenti controlli. In pratica, si assiste in zona al proliferare di tralicci per telefonia non intesi come opere impattanti e di nuova realizzazione, assoggettati a permesso a costruire (art. 10 dpr 380/2001), bensì come situazioni azionabili con procedure semplificate ‘interpretate’ come deroga assoluta ad ogni vincolo e controllo in materia urbanistica, sanitaria ed ambientale. Per l’effetto, da una applicazione arbitraria e disinvolta della norma, derivano le distorsioni oggetto del presento esposto”.

“L’Autorizzazione pubblicata dal Suap in Albo Pretorio è incompleta: mancano indicazione
della Società richiedente, carenza di punto di allocazione individuato erroneamente nel
‘Lungomare di Scalea’, manca la progettazione richiamata e non allegata” – è ancora denunciato. “In calce al provvedimento autorizzatorio il Responsabile Suap demanda al privato una specifica dichiarazione che attesti ex post la conformità dell’attività a tutte le specifiche condizioni previste in ordine ai profili : Edilizio-urbanistici, Sicurezza dei luoghi di lavoro, Igienicosanitari, Idoneità strutturali, tutela ambientale. Dagli atti pare, verosimilmente, e si accerti il contrario, che il Comune di Scalea non svolga alcun ruolo attivo e di controllo per un’opera di così rilevante impatto per la salute pubblica. Nelle Disposizioni finali dell’autorizzazione si dichiara ‘L’ATTO È ADOTTATO SULLA BASE DELLE DICHIARAZIONI, AUTOCERTIFICAZIONI ED ATTESTAZIONI PRODOTTE DALL’INTERESSATO’”.

“Abbiamo ricevuto l’istanza da parte della società, abbiamo indetto conferenza dei servizi che si è conclusa positivamente. E quindi abbiamo fatto l’atto dovuto, non era possibile opporsi a livello amministrativo” – affermava ancora nel Consiglio aperto il responsabile Suap. “Non credo che sia un atto dovuto, perché il Ministero dell’ambiente ha ribadito che è compito del Comune e della provincia verificare l’impatto sanitario, ambientale, ed urbanistico” – si contestava. Lo scontro tra Comune e residenti non è mancato e, sulla questione dei controlli, si ricorda l’intervento di una cittadina, che affermava: “Ho saputo che quando si fanno i rilevamenti Arpacal le compagnie telefoniche vengono avvisate, e lì allora sorge il dubbio”.

“Una situazione simile si è verificata nel nostro Comune, – afferma ai microfoni del Dispaccio la vicesindaca di Praia a Mare (comune adiacente a quello di Scalea) Maria Pia Malvarosadopo che una cittadina ha lamentato omissioni e carenze nella procedura amministrativa riguardante un’antenna montata sul solaio di casa. L’amministrazione ha chiesto, allora, informazioni agli uffici preposti, che dovranno effettuare i sopralluoghi. La differenza sta proprio nella volontà dell’organo politico di richiedere le dovute verifiche. Inoltre, Praia ha un piano regolatore che vieta l’installazione in alcune zone, mentre Scalea no”.

Avremmo voluto interrogare il primo cittadino di Scalea su tutto questo, ma non abbiamo mai ricevuto risposta. Avremmo voluto ascoltare tutti quei residenti che, ad oggi, lamentano già problemi di salute, e malfunzionamenti alle apparecchiature elettroniche delle proprie case. Non ci è stato possibile neanche questo, perché, nello scontro tra salute e tecnologia, è purtroppo il silenzio a farla da padrone. E allora, ricordiamo le parole di Erika, la ragazza che, per prima, preoccupata per le interferenze che l’installazione dell’antenna avrebbe potuto avere con il suo defibrillatore, si è battuta per la propria salute e per quella di tutti i cittadini: “Qualcuno di voi si ricorda la storia di Icaro? Il padre, architetto, costruì le cosiddette ‘ali di Icaro’. Icaro aveva la schifosa presunzione di voler raggiungere il sole e di volare. Purtroppo non è mai arrivato a destinazione, si è fermato sempre prima. Di conseguenza invito tutti a valutare bene ciò che si fa perché anche quando si ha la presunzione di essere nel giusto, bisogna domandarsi se qualche passo falso è stato fatto”. Continueremo a domandarlo e a domandarcelo, cercando di sbrogliare questa inestricabile matassa di contraddittorietà.

 

 

 

 

 

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