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I detenuti diventano assaggiatori di oli vergini di oliva: accade in Calabria con il progetto formativo “Coltivare speranze”, progetto di coltura e formazione negli istituti carcerari

Anna Rotella (archeologa e Vice Presidente Archeoclub D’Italia sede di Vibo Valentia) : “All’ICA di Laureana di Borrello, ben 24 di loro sosterranno l’esame finale, dopo un percorso già avviato con lezioni di teoria e pratica. Il protocollo, tenacemente voluto da tutti i partner e che reca l’emblematico nome “Coltivare Speranze”, si articola su una serie di attività che ruotano intorno alla riscoperta di un olivo assai particolare, dai frutti bianchi come confetti, conosciuto anche come “Olivo della Madonna”, assai diffuso nei secoli passati nelle campagne calabresi, ma col tempo quasi scomparso e dimenticato!”.

 

Una storia di rinascita! L’Olivo della Madonna, ovvero la Olea Europaea varietà Leucocarpa,  era specie in estinzione. E’ salva anche grazie all’impegno dei detenuti!

 

Sabato 27 Giugno – gli esami finali – ore 10 – sede ARSAC – Gioia Tauro –  in provincia di Reggio Calabria.

 

 

 

“I detenuti diventano assaggiatori di oli vergini di oliva, grazie al progetto “Coltivare Speranze”, già partito da alcune settimane nelle carceri della Calabria ed esattamente all’ICA di Laureana di Borrello, in provincia di Reggio Calabria. Il 27 giugno avremo gli esami finali, al termine di un percorso formativo che da settimane li sta vedendo a lezione di teoria e pratica. I detenuti, ad oggi coinvolti, sono 24.

Il corso, tenuto da personale docente dell’Arsac, dai docenti della Facoltà di Agraria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e dagli esperti di Archeoclub d’Italia è tra quelli previsti nel protocollo di intesa siglato tra la Casa di Reclusione, l’Arsac, la Pastorale della cura del Creato per la Conferenza Episcopale Calabra e l’Archeoclub d’Italia APS. Il protocollo, tenacemente voluto da tutti i partner e che reca l’emblematico nome “Coltivare Speranze”, si articola su una serie di attività che ruotano intorno alla riscoperta di un olivo assai particolare, dai frutti bianchi come confetti, conosciuto anche come “Olivo della Madonna”, assai diffuso nei secoli passati nelle campagne calabresi, ma col tempo quasi scomparso e dimenticato. Questa varietà produce frutti che al momento dell’invaiatura virano dal verde al bianco, quando quelli delle altre cultivar diventano neri”. Lo ha annunciato l’archeologa Annamaria Rotella, Vice Presidente di Archeoclub d’Italia sede di Vibo Valentia.  

 

Una storia nelle storie e una notizia nella notizia. Si erano perse le tracce dell’ Olea Europea varietà Leucocarpa, dalla quale nell’800 si produceva l’olio che serviva soprattutto ad alimentare le lampade nelle chiese e da qui il nome dell’Olivo Bianco della Madonna.  Dopo anni di ricerca sul campo, l’archeologa Rotella è riuscita a trovare la cultivar. Oggi la pianta, grazie al suo ritrovamento, è in molti comuni calabresi ma anche in alcuni comuni della Campania, della Sardegna e del Lazio.

 

Per cercare di acquisire dati sulla storia della varietà l’archeologa Annamaria Rotella, da nove anni si sta impegnando in Calabria nella mappatura degli esemplari antichi dell’olivo dalle bianche drupe. 

 

“Dalle ricerche effettuate fino a questo momento sembra che l’olio ottenuto dalle bianche drupe produca pochissimo fumo durante la combustione e ciò potrebbe averlo reso combustibile ideale per alimentare le lampade all’interno delle chiese ma è anche il motivo per il quale con l’avvento dell’energia elettrica è venuta meno l’esigenza di coltivare questa varietà. Quando questa ricerca è cominciata si ipotizzava che il secolare di questa cultivar fosse scomparso ed invece fortunatamente fino a questo momento sono stati ritrovati circa 120 esemplari, distribuiti in 80 dei 404 comuni calabresi.

Ad oggi purtroppo non ci sono iniziative specifiche per mettere in sicurezza gli esemplari antichi della cultivar: eppure, sarebbe indispensabile ai fini del mantenimento della biodiversità oggi tanto osannata. L’impegno di Archeoclub APS, Italia Nostra e WWF Vibo Valentia – ha proseguito la Rotella –  è quello di creare in Calabria “Il percorso dell’olivo bianco”, che metta insieme la particolarità di questo prodigioso olivo con le sue aree di diffusione, i diversi paesi e i luoghi di culto, la bellezza e la maestosità degli areali olivicoli regionali e fondere tutto in un unico percorso, che esalti questa straordinaria cultivar.

A partire dal territorio calabrese, dal 2020, nella ricorrenza della giornata mondiale del “Tempo per la Cura del Creato”, l’Archeoclub d’Italia sede di Vibo Valentia, in collaborazione con la Commissione Regionale della Calabria per i problemi sociali e gli Uffici Diocesani calabresi, hanno avviato la campagna di piantumazione di un “Olivo della Madonna” nei pressi di ogni chiesa.  Tale iniziativa persegue il duplice obiettivo di “ridare voce” allo strettissimo rapporto intercorso nel tempo tra l'”Olivo della Madonna” e la gran fede popolare, e di “stimolare” la diffusione della cultivar per proteggerla dall’estinzione. L’Archeoclub d’Italia, grazie all’impegno delle sedi locali, con l’intento di permettere il confronto tra studiosi ed esperti di tutela, salvaguardia e valorizzazione della cultivar ha già organizzato due Convegni Nazionali: “L’Olivo della Madonna: varietà Leucocarpa. Percorso di valorizzazione e speranza” il primo nel 2023 ospiti della Diocesi di Cefalù ed il secondo di quella di Mileto (VV) nel 2024 e nell’anno in corso è in fase organizzativa la terza edizione che si svolgerà a Gravina di Puglia neri”..

 

L’impegno del personale circondariale ma anche dei detenuti. Infatti, proprio i detenuti hanno messo a dimora Olea Europea varietà Leucocarpa, cvontribuendo alla salvaguardia della biodiversità.

 

“E’ un modello nazionale che parte dalla Calabria. La necessità della salvaguardia della varietà, assicurata dalla messa a dimora presso i luoghi di culto a cura di Archeoclub, ma soprattutto il suo valore – simbolico, paesaggistico e produttivo – hanno anche fatto nascere l’idea della possibilità della sua riproduzione  – ha concluso Annamaria Rotella – e coltivazione all’interno degli istituti carcerari, con successiva donazione degli alberelli alla Conferenza Episcopale Calabra per la loro diffusione.

Accanto a quest’attività di cura e donazione si è aggiunta, come naturale corollario, quella di formazione sul campo, attraverso i corsi professionali tenuti dall’Arsac, sempre pertinenti alle attività colturali, e l’impegno fattivo del personale interno alla Casa di reclusione.

Quando enti e associazioni operano, come nel caso, in sinergia e sintonia i frutti sono assicurati; perché, esattamente come l’albero a cui si ispirano, non si riducono a semplici desideri, ma, grazie alla fatica comune della cura, diventano percorsi e speranze concreti”.

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