La tragedia di Amendolara riporta sotto i riflettori una realtà sommersa che da anni caratterizza vaste aree dell’agricoltura calabrese. Secondo l’ultimo Rapporto Agromafie e Caporalato, curato dai ricercatori del Cnr-Ismed Giovanni Ferrarese e Donato Di Sanzo, sarebbero circa 12mila i lavoratori agricoli impiegati in condizioni di irregolarità nella regione, una presenza silenziosa che emerge con maggiore evidenza durante i periodi di raccolta.
Lo studio individua nella fascia ionica cosentina uno dei principali epicentri del fenomeno. Le aree di Corigliano-Rossano, Sibari, Cassano Jonio, Tarsia e Trebisacce risultano tra quelle maggiormente interessate da pratiche di sfruttamento che coinvolgono soprattutto lavoratori provenienti da India, Marocco e Mali.
L’analisi distingue due forme principali di irregolarità. La prima è quella del cosiddetto lavoro grigio, dove l’assunzione esiste formalmente ma i diritti previsti dai contratti vengono di fatto aggirati. In questi casi le ore lavorate superano spesso i limiti consentiti, le retribuzioni risultano alterate e le giornate effettivamente svolte non corrispondono a quelle registrate.
Ancora più grave è il fenomeno del lavoro nero integrale. In queste situazioni manca qualsiasi forma di contratto e i lavoratori, spesso privi di permesso di soggiorno o in condizioni di forte fragilità economica, diventano particolarmente esposti ad abusi e ricatti.
Secondo i ricercatori, il caporalato ha ormai assunto una dimensione organizzata e articolata, ben diversa da quella tradizionalmente associata alla figura del singolo intermediario. Il reclutamento e la gestione della manodopera sarebbero affidati a reti strutturate nelle quali operano sia caporali stranieri sia intermediari italiani, spesso in connessione con contesti criminali presenti sul territorio.
Nel rapporto viene evidenziato come il ricorso alla violenza non rappresenti un elemento occasionale del sistema, ma una componente funzionale al suo mantenimento. Il rapporto di dipendenza tra caporale e lavoratore si fonda infatti sul controllo economico, sulla vulnerabilità sociale e sulla limitazione delle possibilità di scelta dei braccianti.
Gli studiosi sottolineano inoltre che la stessa origine del termine “caporale”, derivante dall’ambito militare, richiama una struttura gerarchica basata su disciplina e obbedienza. In questo contesto il dissenso viene scoraggiato attraverso pressioni, minacce e, nei casi più estremi, aggressioni fisiche.
Per il Cnr-Ismed, la violenza rappresenta spesso l’ultimo anello di una catena di sfruttamento. Quando il bisogno economico o il timore di perdere il lavoro non bastano più a garantire il controllo dei lavoratori, subentrano forme più esplicite di coercizione. È proprio questa dimensione strutturale della violenza, conclude il rapporto, a consentire la sopravvivenza di un sistema che continua a prosperare nelle campagne italiane.
