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Riflessione sulla poesia e sui premi letterari di Angela Caccia, poetessa vincitrice della LVII edizione del “Giugno Locrese”

«La poesia esercita una rettifica dello sguardo. Disarticola la visione convenzionale per instaurare un’ottica lenticolare che sosta, assorta e rapita, sulle cose. Questo premio porta in sé le stimmate e la grandezza dell’intera Calabria. Nato in un territorio di profonda storia magnogreca, ha saputo scardinare ogni cliché, riaffermando la Locride come culla millenaria di pensiero e di arte».

Nella mia breve introduzione al libro vincitore di questa edizione del “Giugno Locrese” ho azzardato un’ipotesi: «Chi ama la poesia, sia come autore che come fruitore, compie una scelta ontologica su come stare al mondo, accettando di essere manutenuto dalla dimensione poetica». Ma in cosa consiste, di fatto, tale manutenzione? La poesia esercita una rettifica dello sguardo. Disarticola la visione convenzionale – quella che si consuma rapida perché consunta ormai dall’abitudine – per instaurare un’ottica lenticolare che sosta, assorta e rapita, sulle cose, presagendo in esse una stratificazione di significati che eccede il palese. È un porsi in ascolto che non si limita a osservare, ma risponde a un richiamo: quello di oggetti, fenomeni e ricordi che esigono un’indagine più profonda. Per Milo De Angelis, dopotutto, il verso nasce da “un incontro”. Pertanto, la poesia che rispetta questa vocazione non può mai ridursi al “già detto”: ogni autore filtra il mondo attraverso la propria soggettività, impastando l’esperienza con quel peculiare, rallentato modo di abitare il reale. Né credo che la scrittura poetica sia l’esito di un «Io» pienamente cosciente; se così fosse, il processo si ridurrebbe a una semplice operazione estetica, priva di quell’irruzione dell’altro che è il battito stesso del verso. Il testo porta sempre, riaffiorato dalle stanze dell’inconscio e sovrapposto a quello di chi scrive, il volto di un’alterità.
All’autore spetta il compito di alimentare questo processo operando una sottrazione: scrollare il superfluo a favore di un essenziale in cui ogni parola risulti necessaria e insostituibile. È su questa soglia che l’atto si compie. L’atmosfera che trasfondo sulla pagina è la misura della mia porosità: il grado di apertura con cui lascio che “ciò che mi chiama” possa, infine, abitarmi.
I premi letterari servono a riconoscere e proteggere quel presidio di resistenza. In un tempo che corre consumando visioni rapide, un premio come il Giugno Locrese diventa uno spazio politico e antropologico in cui ci si ferma a celebrare la manutenzione del mondo. E che questo premio sia un’istituzione culturale longeva e un presidio di resistenza intellettuale nel panorama nazionale, è inconfutabile. Ma questa definizione, per quanto nitida, resta una formula astratta che non trattiene i propositi e gli affanni che animano davvero l’evento.
Non dice, ad esempio, che questo premio somiglia alla luna quando si riflette intatta nel nostro mare notturno: porta in sé le stimmate e la grandezza dell’intera Calabria. Nato in un territorio di profonda storia magnogreca, troppo spesso ridotto a narrazioni stereotipate, ha saputo scardinare ogni cliché, riaffermando la Locride come culla millenaria di pensiero e di arte.
Né racconta che, dietro la sua continuità, si muove un impegno civile ostinato e coriaceo, che si consuma lontano dai riflettori, senza piegarsi alle mode o alle derive logistiche. L’eccellenza delle opere premiate non è un elenco da bacheca, ma il frutto di una ricerca indipendente e rigorosa, condotta da una giuria di professionisti non solo autorevoli, ma visceralmente appassionati. Sono gli amanti di cui parlava Federico García Lorca: «La poesia non cerca seguaci, vuole amanti».
Quanto sia profonda quella passione lo testimonia l’affetto che si respira in ogni edizione. Penso a quell’abbraccio sincero ricevuto dai giurati: un calore che non andava semplicemente a me come autore, ma alla familiarità autentica che ci ha raccolti dentro un unico verso. Per un poeta è l’abbraccio che più conta, perché si stringe in un perimetro di carne e sangue, prima ancora che di intelletto.
Fermarsi alla definizione formale di “istituzione” significa ignorare il cuore pulsante del Giugno Locrese, di cui l’Assessore alla cultura Domenica Bumbaca rappresenta un ventricolo vitale. Questo premio, con tutta la macchina umana che lo sostiene, difende un avamposto di civiltà e di valori, restituendo il profilo autentico e nitido della nostra terra. Il più fiero.

Così in una nota Angela Caccia, poetessa vincitrice del Giugno Locrese 2026.

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