di Mariagrazia Costantino* – A una settimana dal voto referendario, che ormai sembra appartenere al passato remoto quasi quanto i baffi di Francesco Ferdinando, tutto sembra tornato alla (disfunzionale) norma. L’Italia è salva! ¡No pasarán! Il Piave mormorò. Niente cambierà: al massimo potrà solo peggiorare.
E siccome ormai un’opinione più o meno informata non si nega a nessuno, ecco i miei due cents sul Referendum e sulla bocciatura della mozione che presentava.
I più attenti avranno notato, tra un video di gattini e l’ennesima variante della carbonara, l’anomalo risultato di Reggio Calabria e provincia. Anomalo rispetto al resto del Sud, dove ha prevalso in modo massiccio il no. A San Luca, roccaforte della ‘Ndrangheta della East Coast, il sì ha ottenuto più dell’84% – percentuali bulgare. Come al solito Reggio Calabria è l’eccezione che conferma la regola: viene il vago sospetto che gli abitanti della città laboratorio d’Italia (così indietro da essere avanti) non abbiano capito benissimo il senso della riforma e abbiano dato il un voto in funzione anti-magistrato e anti-Gratteri. Una cosa insieme desolante e comica, che dimostra due cose: la prima è che non si possono affidare temi così delicati e decisivi a un referendum, soprattutto nell’attuale periodo storico in cui i potenziali elettori non leggono, e se leggono non capiscono; la seconda è che qualsiasi tema/legge/mozione oggetto di voto finirà per essere fatalmente manipolata, strumentalizzata e politicizzata. Eppure c’era e c’è un bisogno urgente di una riforma: adesso lo dice anche Gratteri. Evidentemente tutto questo bisogno non si era palesato fino alle 15 di lunedì 23 marzo. O forse non a quelle condizioni… È la democrazia bellezza!
Quello che rammarica – almeno rammarica me – è vedere la Costituzione usata come scialuppa, anzi ciambella cui aggrapparsi affannosamente, anche da chi ha spesso dimostrato di non portarle grande rispetto. All’improvviso si riempiono tutti la bocca di proclami roboanti citando articoli a memoria, dimenticando o facendo finta di non capire/sapere che la perfezione della nostra Costituzione sta proprio nella possibilità di essere modificata quando i tempi lo richiedono. Perché anche la casa più bella diventa una prigione se non viene mai aperta.
È proprio un paese buffo l’Italia: tutte le volte che si profila all’orizzonte la possibilità di un cambiamento e di far cessare atavici privilegi di questa o quella casta, scatta l’allarme autoritarismo; l’allerta “uomo solo al comando”, che poi però – stranamente ma non troppo – è anche quello cui immancabilmente si dà il voto. Un’altra cosa che dispiace, e che personalmente trovo patetica, sono le spacconerie di alcuni siciliani sui social (cito testualmente il post di un’utente anima bella di X: “Palermo 64% no. Una risposta chiarissima a chi ha osato scomodare i nomi di Falcone e Borsellino per fare becera propaganda e manipolazione mediatica. I palermitani hanno onorato la loro memoria così”) i quali sembrano aver dimenticato, o omesso volutamente, che l’uccisione di Falcone e Borsellino fu facilitata e forse persino apparecchiata dal vuoto che proprio i loro colleghi avevano creato intorno a loro – magistrati scomodi e quindi da punire. Magistrati integerrimi. Magistrati di Schrödinger. Magistrati traditi in primo luogo dalla magistratura e lasciati soli. Consegnati alla mafia in un bel pacco regalo. E già che ci siamo, ricordiamo che il CSM negò a Falcone il posto di procuratore capo di Palermo e trasferì Borsellino a Marsala: la bella tradizione nostrana di “promuovere” quelli bravi mandandoli dove non possono fare danni, almeno finché la loro bravura è tale da straripare fuori dai confini dell’esilio dorato. Allora allontanarli non basta. E sebbene io sia consapevole che la trattativa Stato-Mafia si è poi rivelata un complotto per gli appassionati di true crime, c’è anche da dire che in un contesto dove la mafia si infiltra nello Stato e viceversa, diventa sempre più difficile (allora era quasi impossibile) distinguere l’uno dall’altra.
Si fa presto a dire magistrato. A fronte di quelli con la schiena dritta che pagano care le conseguenze della propria rettitudine, ve ne sono ancora tanti un pelo troppo prudenti e compiacenti con i poteri meno visibili. Troppo ossequiosi verso le regole implicite del sistema e un po’ meno verso le scelte che l’etica impone – o che dovrebbe imporre. Troppo arroganti e troppo arroccati nei loro privilegi.
Nello scrivere tutto questo non penso a Berlusconi, la cui agiografia lo vuole martire di una magistratura politicizzata e livorosa: penso invece a Enzo Tortora, vero perseguitato di Stato; penso agli innocenti finiti nella rete della giustizia per eccesso di solerzia ma soprattutto per tracotanza e voglia di protagonismo; penso a tutte le vittime di violenze e stupri alle quali è stato chiesto come fossero vestite nel momento dell’aggressione, e perché fossero sole. Perché questo e perché quello.
Perché il magistrato è quello che fa domande e emette sentenze; ed è anche quello (lo sapeva bene De André) che non ama particolarmente dare conto del proprio operato, specialmente quando questo non è del tutto cristallino o scevro da motivazioni personali. Anche stavolta ha vinto la democrazia. Ma non è che per caso noi italiani, più che la democrazia abbiamo a cuore lo status quo in qualunque sua forma, nella fattispecie in quella definita da chi è in grado di orientare l’opinione pubblica?
*Sinologa e docente universitaria. Ha un Master e Dottorato in Cinema e scrive di Global Media e Geopolitica
