di Claudio Cordova Le tante assoluzioni degli ultimi mesi e delle ultime settimane, insieme ad altri fattori, hanno convinto una discreta fetta della popolazione che la ‘ndrangheta non sia più una presenza così opprimente, così destabilizzante sul territorio. E proprio le numerose assoluzioni, i processi finiti in un nulla di fatto dopo anni di indagini e di custodie cautelari, devono insegnarci che parlare oggi, appena poche ore dopo dal blitz con cui la Dda di Reggio Calabria ha colpito, con 79 arresti, le tre cosche più potenti della città – De Stefano, Tegano e Condello – è quantomeno prematuro.
Ma una società, una comunità, dev’essere interessata il giusto rispetto a quello che è poi l’esito di indagini e processi. Intanto perché la vita vera, quella di chi ogni giorno lavora, ogni giorno alza e abbassa una saracinesca, con le insidie che il territorio presenta, si svolge fuori dalle aule di tribunale. E soprattutto quando si tratta di un fenomeno endemico come quello ‘ndranghetista, molto più interessante può e deve essere l’aspetto sociale del quadro che emerge.
E il quadro che è emerge è quello di una ‘ndrangheta che è tutt’altro che ferma, immobile, inesistente. E, anzi, potrebbe sfruttare (o sta già sfruttando) gli anni in cui la soglia dell’attenzione della cittadinanza si è notevolmente e colpevolmente abbassata, per rialzare la testa. Perché il vero problema – basta chiacchierare con gli amici o con “l’uomo della strada” – è che la maggior parte della popolazione si è davvero convinta che a Reggio Calabria il peso della ‘ndrangheta possa essere davvero sceso, quasi azzerato.
Questo è, evidentemente, figlio di leggi, norme, direttive del Csm, ecc. ecc. liberticide, che impediscono di poter raccontare la ‘ndrangheta. Anche la conferenza stampa di ieri, surreale, con i magistrati impossibilitati a fare anche un solo nome. Si arriverà a dire “è successa una tal cosa in una tal città e sono state coinvolte tot numero di persone”. Ma, chiaramente, un peso lo hanno anche quelle tante assoluzioni di cui sopra che hanno instillato nella popolazione – e soprattutto in quella con meno strumenti – il concetto che, alla fine, ci sono gli arresti, ci sono i sequestri, ci sono le conferenze stampa e i processi, ma poi “vengono assolti tutti”. E non c’è dubbio che la ‘ndrangheta cittadina si sia trasformata, a volte anche peggiorata, se pensiamo che, appena poche settimane fa, un soggetto di indubbio peso criminale in passato, come Diego Rosmini, viene “beccato” e arrestato a compiere un reato odioso di bassa manovalanza.
Ma c’è dell’altro.
Soprattutto gli anni a cavallo e successivi al Covid, hanno visto una classe politica inadeguata, al pari di quella giudiziaria. Uno sfortunato connubio di mediocrità che ha azzerato il dibattito territoriale e cittadino attorno al tema ‘ndrangheta. La politica, con la sua sciatteria, non ha promosso il proliferare di un confronto sulla ‘ndrangheta. Miope, poco coraggiosa. Perché parlare di ‘ndrangheta non è qualcosa da cultori della materia, da addetti ai lavori. Parlare di ‘ndrangheta significa parlare di economia, parlare di cultura, parlare di servizi che mancano, parlare di comunità. Dal canto suo, la magistratura locale non ha mai fatto davvero i conti con ciò che emergeva nei Palamara files, si è limitata al compitino, con indagini di livello medio-basso, e si è chiusa nel proprio Palazzo. E così, la gente si è allontanata. E così, sono letteralmente scomparse e implose le associazioni tematiche, quali Libera o ReggioNonTace.
Da qui non poteva che derivare quella “mollezza” del tessuto sociale ed economico, menzionata dal procuratore della Repubblica, Giuseppe Borrelli, in occasione della conferenza stampa indetta per dar conto dell’operazione contro le cosche di Archi.
Oggi, fortunatamente, Borrelli ha tracciato e sta tracciando una nuova linea giudiziaria, improntata sul maggiore coraggio, maggiore attenzione a temi per tanto tempo trascurati, e maggiore apertura verso la cittadinanza. Su quello che saprà fare la politica, solo il tempo potrà dare risposte. Ma è indubbio che, se la nuova Amministrazione Comunale crede davvero ai propri slogan di sviluppo del territorio cittadino, non potrà azzerare il tema ‘ndrangheta, non potrà limitarsi a comunicati stampa di elogio delle forze dell’ordine o di solidarietà alle vittime.
Perché, piaccia o no, se è vero come è vero che tanti soldi la ‘ndrangheta li faccia fuori dai confini calabresi, è altrettanto vero che Reggio Calabria resta la “capitale politica” delle cosche. Negli ultimi anni, ci si è voluti convincere che non sia più così. Ci siamo dimenticati della ‘ndrangheta. Ci hanno fatto dimenticare della ‘ndrangheta. Ma sarebbe stolto, per Reggio Calabria, non credere più alla ‘ndrangheta. Perché l’indagine sulle cosche di Archi ci dimostra, ancora una volta e al netto degli esiti giudiziari, che la ‘ndrangheta crede molto in Reggio Calabria.
