Sono molte le ragioni che rendono necessaria una legge capace di introdurre in modo esplicito il concetto di consenso nella definizione del reato di violenza sessuale. Un concetto che mette al centro rispetto, libertà e autodeterminazione, perché parlare di un “sì” esplicito significa spostare il fuoco dalla reazione della vittima alla responsabilità di chi agisce. È questo il messaggio ribadito con determinazione durante l’incontro di ieri pomeriggio “Donne al centro – per difendere il consenso e l’autoderminazione”, promosso da Azione, che ha trasformato la Biblioteca comunale di Vibo Valentia in uno spazio di confronto e riflessione con l’obiettivo di generare consapevolezza e costruire un punto di riferimento condiviso dopo la modifica al testo del “ddl stupri” da parte della senatrice leghista Giulia Bongiorno. A dialogare con i relatori è stata la giornalista Rosita Mercatante, guidando un dibattito che ha puntato a promuovere un cambiamento culturale capace di coinvolgere in particolare gli uomini e di superare polarizzazioni e narrazioni che troppo spesso finiscono per mettere sulle spalle delle donne il peso di dimostrare di non aver voluto.
«L’introduzione esplicita del principio del consenso nella legge nasce proprio dall’analisi di molti casi giudiziari, che hanno dimostrato come troppo spesso la vittima si trovi a dover dimostrare di aver detto no, invece che essere tutelata nel proprio diritto a dire sì solo quando lo vuole. Il consenso libero e consapevole deve essere il punto di riferimento, perché solo così si tutela davvero la dignità della persona e si evita la vittimizzazione secondaria», ha affermato Elena Bonetti, già Ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia dal 2019 al 2022, parlamentare e oggi presidente della Commissione d’inchiesta sugli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica.
Insieme a lei Ettore Rosato, segretario del Copasir, per affrontare un tema che nelle ultime settimane ha acceso il dibattito pubblico nazionale e che i referenti territoriali di Azione, Francesco De Nisi, coordinatore regionale Calabria, e Marisa Galati, commissario provinciale per la provincia di Vibo Valentia, hanno voluto portare all’attenzione della comunità vibonese. Un confronto necessario, soprattutto in una regione dove i dati sulla violenza di genere e sui femminicidi restano allarmanti e superiori alla media nazionale.
«Non siamo di fronte a episodi isolati, ma a un fenomeno profondo e radicato nella nostra società, che troppo spesso nasce all’interno delle relazioni familiari e affettive. Per questo non può essere considerato un tema che riguarda solo le donne: il problema
dei maltrattamenti e dei femminicidi ha un’origine culturale che chiama in causa anche la responsabilità degli uomini e dell’intera comunità», ha sottolineato Rosato.
Da qui la necessità di rafforzare gli strumenti normativi: «Per affrontare seriamente questa emergenza è necessario partire dal principio del consenso, che deve essere chiaro e inequivocabile. Il consenso è un pilastro della libertà personale: o c’è oppure non c’è, e non può essere oggetto di interpretazioni o giustificazioni. Per questo riteniamo fondamentale che la legge intervenga in modo netto, garantendo una tutela più efficace delle vittime e maggiore certezza sul piano giuridico».
Le previsioni legislative, tuttavia, non bastano senza un lavoro più profondo sul piano culturale.
«Accanto alle leggi è indispensabile un lavoro educativo, a partire dalla scuola, dove devono essere affrontati con serietà i temi del rispetto, della libertà, dell’autodeterminazione e del consenso. Se non educhiamo le nuove generazioni a riconoscere il valore della persona e delle relazioni affettive, continueremo a rincorrere le conseguenze senza intervenire sulle cause», ha aggiunto Rosato. E ha concluso: «Educare al rispetto, spiegare che cosa significa consenso e promuovere relazioni fondate sulla dignità reciproca non è un compito secondario, ma una responsabilità centrale delle istituzioni».
Sulla stessa linea l’intervento di Bonetti, che ha insistito sul legame tra cultura, diritti e parità sostanziale: «Il lavoro culturale deve partire dalla scuola. Gli stereotipi di genere si formano fin dall’infanzia e continuano a trasmettere l’idea che alle donne spetti un ruolo secondario, mentre agli uomini viene attribuito il potere economico e decisionale. Combattere questi stereotipi significa costruire una società più giusta, ma anche più forte e più moderna».
Il contrasto alla violenza, ha ricordato Bonetti, non può essere separato dal contesto sociale in cui le donne vivono: «La violenza contro le donne non è un fenomeno legato a singoli contesti sociali ma attraversa tutta la società ed è radicato in una cultura di possesso e di prevaricazione che dobbiamo avere il coraggio di riconoscere. Per questo è necessario intervenire anche sul piano normativo, per garantire una tutela più efficace delle vittime e impedire che nei processi siano le donne a dover giustificare la violenza subita».
L’Italia, ha aggiunto Bonetti, è ancora lontana dal garantire una parità reale.
Durante la sua esperienza di governo ha promosso misure come il Family Act (la cui attuazione organica e completa non è mai avvenuta), nate dall’idea che senza congedi condivisi, servizi e politiche strutturali per la famiglia non sia possibile superare il divario che vede ancora troppe donne relegate al ruolo di cura o impegnate in occupazioni meno remunerate. «Servono politiche concrete che rimuovano gli ostacoli che limitano l’occupazione femminile: parità salariale, servizi per l’infanzia,
asili nido, tempo pieno scolastico, strumenti che rendano possibile conciliare lavoro e famiglia. Senza questi interventi non si realizza solo un’ingiustizia, ma si frena lo sviluppo dell’intero Paese».
Ampio spazio è stato dedicato anche all’approfondimento tecnico con la relazione dell’avvocata Elda De Masi, consigliera dell’Ordine degli Avvocati di Vibo Valentia, che ha analizzato i risvolti giuridici legati alla sostituzione del termine consenso con dissenso. La giurisprudenza della Corte di Cassazione aveva già spostato l’attenzione dal solo atto di violenza manifesta all’assenza di consenso, includendo casi di pressione psicologica, passività, stato di ubriachezza o incoscienza.
L’eliminazione del riferimento esplicito al consenso, ha spiegato, rischia di aumentare la vittimizzazione secondaria e di rendere ancora più difficile il riconoscimento del reato, con il pericolo di scoraggiare le denunce. Già oggi il 90% delle donne non denuncia perché teme di non essere creduta, mentre solo il 7% delle denunce per stupro sfocia in una condanna e circa il 60% viene ritirato durante l’istruttoria (rapporto Eures 2024), non per mancanza di coraggio, ma per il peso e l’umiliazione che spesso accompagnano il percorso giudiziario.
In questo contesto, ha concluso Bonetti, non si può arretrare.
«Per queste ragioni difenderemo con determinazione il testo approvato alla Camera e ci opporremo a modifiche che rischiano di indebolire la tutela delle donne. Se al Senato dovessero essere introdotte norme che ribaltano questo principio, useremo tutti gli strumenti parlamentari perché non passino. Su questi temi non può esserci un arretramento culturale né giuridico».
Perché, come emerso con chiarezza dal confronto, il contrasto alla violenza di genere non è una battaglia di parte, ma una responsabilità comune.
