di Luca Spagnolo* – C’era una volta la retorica dell’Arma. Quella dei “Nei secoli Fedele”, degli encomi solenni a favor di telecamera e delle pacche sulle spalle durante le cerimonie ufficiali. Poi, spenti i riflettori del 212° Annuale di Fondazione e riposte le sciabole d’ordinanza nei foderi, la realtà si riprende il suo palcoscenico con il consueto carico di grottesco. E ci regala una storia calabrese che sembra scritta da un incrocio tra Franz Kafka e Totò, se non fosse che sulla pelle di quattro giovani lavoratori in divisa c’è ben poco da ridere.
La scena del delitto è la Scuola Allievi Carabinieri di Reggio Calabria. Fino a ieri, un’eccellenza. Parola dei vertici della Benemerita, che solo poche settimane fa, in occasione del Giuramento, si lanciavano in vibranti peana e sviolinate d’ordinanza sul “quadro permanente”, lodando l’ineguagliabile livello di preparazione conferito alle nuove leve. Insegnanti e istruttori esemplari. Tutti, nessuno escluso. Passano cinque minuti, il tempo di smontare il palco, ed ecco il miracolo burocratico: quattro stimati giovani Marescialli di quella stessa scuola, improvvisamente, diventano rami secchi da potare. Appestati da allontanare. Destinazione: l’esilio, tramite lo spauracchio del “trasferimento d’autorità”.
Motivo? Esigenze urgenti di servizio? Comprovate carenze d’organico? Macché. La colpa dei quattro malcapitati è non aver superato la selezione per accedere al corso da “Istruttore di Tiro”. Ora, in un mondo normale, se partecipi a una selezione e vieni respinto, torni a fare quello che facevi prima. Al massimo ti dicono “riprova, sarai più fortunato”. Ma nelle alte sfere della burocrazia militare la logica è un optional sacrificabile sull’altare del principio d’imperio. Anche perché qui il capolavoro si tinge quasi di sadismo: i quattro ispettori a quel corso non volevano neanche andarci. Non avevano fatto alcuna domanda. L’amministrazione, dopo aver avviato la procedura su base volontaria, ha scoperto il deserto delle adesioni e ha deciso d’imperio di precettarli d’ufficio. Traduzione: ti costringo a partecipare a un esame che non hai chiesto, per una specializzazione che ti vincolerà la carriera, e se vieni bocciato ti punisco trasferendoti d’autorità.
È il “teorema del bersaglio”: prima ti sparano e poi disegnano i cerchi concentrici intorno al buco.
Il sindacato MOSAC (Movimento Sindacale Autonomo Carabinieri) ha preso carta e penna e ha scritto direttamente al Comandante Generale per denunciare quello che, codice alla mano, somiglia maledettamente a uno sviamento di potere, a una sanzione disciplinare atipica e mascherata. n’epurazione burocratica in piena regola che rischia di inaugurare un precedente dottrinale inquietante, incidendo pesantemente e in modo distruttivo sul benessere del personale coinvolto e dei rispettivi nuclei familiari.
“Seguendo questa bizzarra ‘filosofia d’impiego’, infatti, si aprirebbero praterie radiose per il futuro dell’Istituzione”, interviene Luca Spagnolo, Segretario Generale del MOSAC “domani che facciamo? Se un carabiniere fallisce il periodo di amalgama per le missioni all’estero, lo confiniamo all’Asinara? E cosa dovremmo fare con i candidati che ogni anno legittimamente non superano le durissime selezioni per il Tuscania, per i Cacciatori o per il GIS o qualsivoglia corso di specializzazione? Li cacciamo dall’Arma o li spediamo a dirigere il traffico a Vipiteno per sanzionare il loro mancato superamento di una prova a volte anche non richiesta?”
Il rischio, oltre a quello di paralizzare i reparti seminando un clima di strisciante intimidazione tra chi indossa gli alamari, distruggendo quel benessere organizzativo che dovrebbe essere la base di ogni ambiente di lavoro sano, è il solito, inevitabile finale all’italiana: un monumentale ricorso al TAR che vedrà l’Amministrazione soccombere per manifesta illegittimità ed eccesso di potere, con buona pace delle casse dello Stato che pagheranno le spese legali dell’ennesimo capriccio di qualche burocrate con le spalline troppo strette.
Al Comandante Generale l’ardua sentenza: scegliere, purtroppo per l’Istituzione, se difendere l’ortodossia del sopruso o applicare l’autotutela prima che i giudici amministrativi debbano sancire pubblicamente, per l’ennesima volta, la differenza tra un’esigenza di servizio e un regolamento di conti. Nell’attesa, i quattro Marescialli ringraziano. E il MOSAC con loro, per il consueto spettacolo della logica militare.
Per tutto ciò il sindacato MOSAC ha chiesto un intervento rapido e responsabile ai vertici dell’Istituzione: affinché quella cultura del comando basata sull’equità, sulla tutela del benessere dei militari e sulla valorizzazione umana – spesso richiamata come guida per la moderna linea d’azione dell’Arma – non rimanga un principio isolato al vertice, ma venga finalmente recepita e applicata, senza eccezioni, da tutta la catena gerarchica. Perché la disciplina senza equità rischia di diventare solo timore, mentre il vero comando nasce dalla fiducia.
*rappresentante legale del MOSAC – Movimento Sindacale Autonomo Carabinieri
