“La Federazione provinciale di Cosenza del Partito Democratico si trova oggi dinanzi a un bivio che riguarda molto più dell’elezione di un segretario. In discussione vi è l’idea stessa di partito che intendiamo difendere.
Se il Partito Democratico è una comunità politica, non può essere piegato alle ambizioni di un singolo. Non può subordinare le proprie dinamiche democratiche alle esigenze di una carriera personale. Non può accettare che il destino di centinaia di militanti, amministratori e dirigenti venga sacrificato per garantire la perpetuazione di una posizione politica individuale.
Perché, senza inutili infingimenti, è esattamente di questo che stiamo discutendo.
Assistiamo ancora una volta a un copione già visto. C’è chi occupa la scena e chi preferisce restare dietro le quinte; chi presta la propria voce a una rappresentazione costruita da altri e chi, senza esporsi direttamente, orienta processi, determina equilibri, alimenta divisioni. È una modalità che il Partito Democratico cosentino conosce bene, perché ne ha già pagato il prezzo.
Stiamo parlando delle stesse culture politiche che per anni hanno considerato il partito poco più che uno strumento accessorio, sostenendo sistematicamente, nelle competizioni amministrative, candidature e liste alternative a quelle del Partito Democratico. La divisione elevata a metodo. L’autoreferenzialità trasformata in strategia. La convenienza personale anteposta alla costruzione di una comunità politica.
È, in fondo, l’antica contrapposizione tra l’io e il noi. Tra chi concepisce il partito come una casa comune e chi lo considera un mezzo funzionale al proprio percorso.
Per questo le retoriche sull’unità servono a poco. L’unità è una cosa troppo seria per essere evocata come formula rituale. Non consiste nella richiesta di una resa preventiva. Non coincide con l’accettazione passiva di decisioni maturate altrove. L’unità autentica nasce dal rispetto reciproco, dalla trasparenza dei comportamenti, dalla condivisione delle responsabilità e dalla lealtà nei confronti della comunità.
Ed è qui che emerge la domanda decisiva: per quale ragione le dimissioni dell’ormai ex segretario provinciale Matteo Lettieri sono rimaste congelate per sei mesi? Per quale motivo una vicenda che riguardava l’intera comunità democratica è stata sottratta per così tanto tempo a un confronto politico aperto e trasparente?
Sono interrogativi che non possono essere liquidati con leggerezza. Perché se qualcuno ha ritenuto di congelare per mesi quelle dimissioni nel tentativo di preparare una successione predeterminata, allora la questione non riguarda soltanto il merito delle scelte compiute. Riguarda il metodo. E prima ancora riguarda un problema di natura etica.
Nel frattempo, mentre si accumulavano sconfitte elettorali, mentre il Partito Democratico arretrava in territori nei quali la sua presenza era stata per decenni identità, cultura politica e rappresentanza sociale, mentre si inseguivano formule civiche spesso utilizzate come alibi per mascherare la debolezza della proposta politica, c’è stato un popolo democratico che ha continuato a tenere in piedi ciò che restava della comunità.
Donne e uomini che non hanno chiesto nulla per sé. Militanti che hanno continuato ad aprire sedi sempre più vuote, a organizzare iniziative difficili, a mantenere viva una presenza nei territori quando sarebbe stato più semplice arrendersi. Persone che, nel silenzio e senza riconoscimenti, hanno raccolto i cocci di un partito ferito e hanno tentato ogni giorno di rimetterli insieme.
Sono loro la parte più nobile del Partito Democratico. Ed è a loro che dobbiamo rispetto.
Proprio per rispetto verso questa comunità oggi serve il coraggio della responsabilità. Non un elenco di firme. Serve piuttosto una guida condivisa, autorevole e inclusiva, capace di restituire dignità e funzione al gruppo dirigente e di accompagnare il partito verso un congresso vero, celebrato in tempi certi, con regole certe e nella massima trasparenza. Qualunque altra soluzione rischia di apparire come l’ennesima forzatura consumata sulla pelle di una comunità già provata da troppe divisioni.
Questo è il tempo della verità. È il tempo della responsabilità. È il tempo di guardarsi negli occhi e scegliere se il Partito Democratico di Cosenza debba appartenere alla sua comunità oppure alle ambizioni di qualcuno.
Chi oggi confonde queste due dimensioni non commette soltanto un errore politico. Si assume una responsabilità morale nei confronti della storia di questo partito e verso tutte quelle donne e quegli uomini che, nonostante le delusioni e le sconfitte, continuano a credere che la politica possa essere ancora una forma alta di servizio, di dedizione e di amore per la comunità”.
Così Enzo Giacco, Segretario PD Amantea e Componente Direzione Regionale PD Calabria.
