“L’operazione rivela l’ennesimo campanello d’allarme. Infatti è stata diretta verso soggetti detenuti, cinque in regime di alta sicurezza, che impartivano ordini dal carcere, interagendo e interloquendo con l’esterno ma anche tra di loro, da un carcere all’altro”.
A lanciare l’allarme sulla condizione degli istituti di pena è stato il procuratore della Repubblica di Catanzaro Salvatore Curcio, nel corso della conferenza stampa sull’operazione “Libeccio” condotta oggi contro le cosche di Isola Capo Rizzuto (Crotone). “Questa indagine – ha aggiunto – ha rivelato la precarietà e la permeabilità dei sistemi di alta sicurezza. Sappiamo che il Dipartimento della Polizia penitenziaria e il ministero della Giustizia sono impegnati a ridisegnare il sistema. Ci aspettiamo che il regime di alta sicurezza rimanga tale”.
“L’attività – ha spigato il comandante provinciale di Crotone dei carabinieri Raffaele Giovinazzo – è nata da un evento spia: un danneggiamento a un’impresa che realizza condotte elettriche”. Da qui l’inchiesta si è allargata fino a rivelare “la capacità della cosca di Isola di dirigere l’attività di narcotraffico e le estorsioni dal carcere”.
A capo del gruppo criminale è stato indicato Pasquale Manfredi alias “Scarface”, che dal regime di alta sicurezza dirimeva affari ma anche questioni familiari e interveniva sul trasferimento dei detenuti da un carcere all’altro. “Manfredi definiva ‘azienda’ la sua organizzazione dedita al narcotraffico – ha detto il colonnello del Ros di Catanzaro Andrea Azzolini – e il suo scopo era quello di arrivare ad avere 10mila euro di introiti mensili”.
L’inchiesta, ha detto Giovinazzo, “ha permesso di ricostruire l’assetto criminale di Isola Capo Rizzuto guidata dalla cosca Arena che si interseca con la famiglia Manfredi”. Il colonnello Angelo Maria Pisciotta, al comando del Reparto operativo di Crotone, ha spiegato che “sono state ricostruite 5 estorsioni: in due casi gli imprenditori hanno collaborato, negli altri hanno reso dichiarazioni ma non hanno sporto denuncia”.
