Il lavoro povero in Italia è legato soprattutto alla discontinuità lavorativa e agli orari ridotti, tipici di ampi comparti del mondo produttivo, caratterizzati da basso valore aggiunto e bassa produttività. È quanto emerge dall’ultimo approfondimento della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro: “Alle origini del lavoro povero”, dedicato alle cause strutturali del fenomeno dei working poor e pubblicato nei giorni scorsi sul sito di categoria. Dal documento, che analizza in particolare una valutazione Inps basata sui parametri di intensità (full time/part time) e continuità (anno intero/frazione di anno) lavorativa (per il settore privato, escluso quello agricolo e quello domestico) emerge che: gli stipendi che si collocano al di sotto dei 20mila euro lordi annui riguardavano nel 2023 circa il 48% dei dipendenti; ma questa quota crolla al 27% con riferimento ai rapporti a tempo pieno. I contratti part-time, e le diverse forme e modalità di rapporti di lavoro stagionale, a chiamata e a orario ridotto, hanno un peso significativo sui divari di reddito, soprattutto per le donne; il salario medio annuo per tempo di lavoro (dati 2023) è per il full-time 29mila euro e per il part-time 11.800 euro. Chi cumula part-time e tempo determinato scende a 7.500 euro medi; sul totale dei rapporti di lavoro, un terzo dei dipendenti (33%) ha avuto almeno un rapporto part-time durante l’anno, di cui il part-time orizzontale “puro” riguarda circa 3,6 milioni di lavoratori. Questa fascia è quella che coinvolge più del 70% dei working poor italiani. Poiché il salario medio part-time (~11,8mila euro) si colloca interamente al di sotto della soglia dei 20mila euro, la quasi totalità degli occupati con questa tipologia contrattuale rientra in tale fascia reddituale; viceversa, solo una minoranza di lavoratori full-time scende sotto tale soglia. L’analisi sottolinea poi come le maggiori criticità si concentrino nei comparti a basso valore aggiunto e produttività, come alloggio, ristorazione, commercio al dettaglio, logistica e servizi di supporto, dove il ricorso a rapporti di lavoro frammentati rappresenta spesso una componente strutturale dell’organizzazione aziendale. L’analisi evidenzia, però, anche segnali positivi. Negli ultimi anni la crescita dell’occupazione è stata trainata soprattutto dai contratti a tempo indeterminato e a tempo pieno, con una riduzione del part-time e del lavoro a termine. L’analisi completa è disponibile sul sito www.consulentidellavoro.it
Fondazione Studi Consulenti del Lavoro
